LAZIO QUALIFICATA – Fatto il deserto, lo chiamano pace?

LAZIO QUALIFICATA – Fatto il deserto, lo chiamano pace?

Il commento del match a cura di Cittaceleste.it

ROMA – Predicando nel deserto. Un deserto di beatitudini, di scelte arbitrali, mai banali nell’interpretazione bizzarra del regolamento. E il terzo giorno Lotito creò l’eremo attorno alla squadra, per riprendersi dal fetore di questo inizio di stagione, e vide che era cosa buona. La Lazio affronta l’Europa League con l’aria ascetica da padre del deserto che caratterizza tutti i post-ritiro: l’aria di chi non vede l’ora di tornare a casa, anche perché chiamare casa quest’Olimpico è complicato. L’eco di chi urla si rifrange sull’acuto di Candreva, ed una fase di start-up del match da fantasma dell’anno passato. Incisività, buona irruenza, perfino pressing sul portatore: qualcuno si sarà perfino commosso, tra gli eroici presenti allo Stadio Olimpico, a sfidare primo gelo, tradizional-scoramento e un qualche timore terroristico (anche se di cartello, in questa fase di Europa League,c’è solo quello su cui ogni tanto si infrangono giocatori e sogni di gloria, a bordo campo). Il Dnipro rispetta le non-attese: la squadra dell’anno scorso fu siccome immobile, e di mortale ha solo il ritmo blando a cui costringe il match quando dovrebbe aver fiera e maschia reazione. Ad ogni azione corrisponde reazione, la Lazio decide di non rischiare (e qualcosina rischia lo stesso, ma proprio quasi nulla, solo gol subito, e che sarà mai), e l’unico rischio rimasto sta negli occhi di chi guarda, pronti a chiudersi e a chiedersi se quel che fu siccome immobile, a Formello, basti un ritiro per rianimarlo.

In questo deserto capitano anche visioni: Klose in un 4-4-1-1 d’annata in inedito ruolo trequartista-seconda punta di movimento, Kishna titolare, perfino un Konko brillante proiettato in avanti. La sostanziale differenza tra primo e secondo tempo certifica solo che Douglas tutto sommato non abbia giocato una gran partita: a scuola probabilmente l’avrebbero richiamato per saperne di più, sulla sua preparazione teorica, la Lazio l’avrebbe già chiamato, forse lo richiamerà, nonostante non abbia proprio l’aria del secchione a protezione dell’area. Più quella di uno di mestiere, studioso magari, senza eccellere. Nel deserto si ha pieno controllo del panorama: nessuna sorpresa, la Lazio è andata in pieno controlla, una terza allegrotta che scala a volte in seconda, raramente ascende ad una gloriosa e rombante quarta (non si parla di altre misure, benché quelle di Anderson Pico siano notevoli). Visioni mistiche: il pareggio del Dnipro, ad opera di Bruno Gama, frutto di improvviso affanno, come uno sbalzo termico improvviso giorno-notte, e un mezzo fuorigioco. Predicando nel deserto, Kishna assume Parolo per il lavoro ed il tiro sporco, allontanare il Dnipro dall’oasi-speranza. Qualcosa Pioli l’ha ottenuta , una gitarella praticamente all’ultima giornata contro il Saint Etienne, clamorosamente in difficoltà col Rosenborg, che si è ricordato che al ruolo di campione di Norvegia non vanno associati solo cori virali su Internet, ma anche qualche dignitosa figura europea. Predicando nel deserto, quel (poco) che serviva è stato fatto, con una qualche dignitosa e ieratica corsa, il giusto sacro impegno, le pietre che diventano pane, magari un po’ duretto. Il deserto dentro questa Lazio è un po’ più lontano, bisognerà capire, se dove hanno fatto il deserto, ora lo chiameranno pace per convenienza, praticità, o rinfrescante realtà.

Cittaceleste.it

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