Ultimo respiro, ultima spiaggia. La Lazio sogna ancora l’Europa. L’Olimpico, semideserto, si dimentica Lotito grazie a Candreva.

Ultimo respiro, ultima spiaggia. La Lazio sogna ancora l’Europa. L’Olimpico, semideserto, si dimentica Lotito grazie a Candreva.

ROMA – L’ultima spiaggia con vista sull’Europa League. Lazio-Parma parte con tale prologo scritto su carta, promulgato via voce, inculcato nella testa della gente. I biancocelesti, orfani dei piedi di Ledesma e Biglia, perdono anche Gonzalez e si affidano al duo tutto muscoli Cana-Onazi. La manovra ne risente vista la…

di redazionecittaceleste

ROMA – L’ultima spiaggia con vista sull’Europa League. Lazio-Parma parte con tale prologo scritto su carta, promulgato via voce, inculcato nella testa della gente. I biancocelesti, orfani dei piedi di Ledesma e Biglia, perdono anche Gonzalez e si affidano al duo tutto muscoli Cana-Onazi. La manovra ne risente vista la legnosità e la lentezza dei calciatori chiamati in causa che di fatto costringono Candreva e Lulic ad avanzare molto scoprendo le fasce. I reparti si allungano e, nonostante il vantaggio proprio del bosniaco maglia 19, il Parma trova il pari grazie a Biabiany poco dopo. Clamorosa la disattenzione della retroguardia capitolina, graziata poco prima sull’incursione di Schelotto dal miracolo di Marchetti. Più passa il tempo, più gli uomini di Reja rallentano la propria spinta. I ritmi lenti giovano a Donadoni che, nella ripresa, invita i suoi a spezzare il gioco avversario e a ripartire grazie alla tecnica del centrocampo e alla velocità di Biabiany ed Acquah.

 

La Lazio si contrae, Klose e Candreva sono sempre più lontani ed isolati, sperduti in un Olimpico silenzioso e semi-deserto. Una testuggine ritiratasi nel suo guscio, incapace di far capolino. L’occasione migliore, fortuna o pressing le cause, capita comunque intorno al 61′ proprio ai biancocelesti. Il tre contro uno mal sfruttato è un ben di Dio gettato al vento. Cana lascia il posto a Keita. Reja prova a mettere la seconda, Donadoni gli risponde con Palladino. La scena se la prende Miroslav Klose che fa il gol da punta, da gemma, sempre e comunque, di un attacco spuntato ed incompleto. Stop d’esterno e piazzato lungo col piatto: chapeaux e 2-1. I piedi in cabina di regia fanno sentire la loro assenza nelle ripartenze. I capitolini non reagiscono alle folate dei ducali che con Parolo sfiorano il pari. Le idee nei gialloblu sono limpide come l’acqua di Sirmione: riconquistare il gioco e continuare nel palleggio. Il pareggio è però costruito dalla premiata Ciani-Marchetti. Il francese conferma di essere scoordinato e goffo nei rinvii, il portiere è timido dentro la sua area e non è reattivo sulla deviazione sbagliata del difensore. Roba che neanche Dario Argento. Munari sfiora poco dopo il colpaccio, forse troppo. Klose prende per mano la Lazio, porta palla quando serve per 30 metri, si gira in area di rigore anche visibilmente trattenuto. Il Parma costruisce invece manovre sontuose nel cuore della difesa della Lazio, in bambola. Marchetti si sdraia su Palladino, ma per fortuna Ciani arriva a salvare tutto, riscattando, da parte sua, la gaffe condivisa con il portiere. Saltano gli schemi, la palla finisce “in the box” in modo casuale. Keita e Candreva scaldano l’Olimpico. I 10.000 dell’impianto cominciano a cantare, caricano la Lazio, caricano i due cavalli tecnici che costruiscono tre azioni pericolose. Al terzo tentativo, sul doppio passo e cross teso dello spagnolo, CR87 la mette dentro di piatto. Esplodono i presenti. Cantano, quasi a voler dimostrare l’amore per i colori biancocelesti. Candreva li ringrazia, Onazi fa altrettanto. Si canta e si gioisce. L’Europa League torna ad essere, all’ultimo appello, un obiettivo possibile. Per qualche minuto, però, sugli spalti non si canta contro Lotito ma in favore della Lazio. L’impresa più grande resta questa, in un periodo in cui il calcio giocato si dissolve in fretta.

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