18:04 – Quello scudetto a colpi di lancette. La Lazio di Cragnotti diventa immortale.

18:04 – Quello scudetto a colpi di lancette. La Lazio di Cragnotti diventa immortale.

di SIMONE IPPOLITI Prendete carta e penna, provateci se ci riuscite. Buttate giù qualche riga nel tentativo di ricreare, seppur velatamente il romanzo andato di scena quel 14 maggio del 2000. E’ qualcosa di inimmaginabile per la mente umana. Troppe emozioni, un frullato di sentimento. Ma questo fa parte della…

di SIMONE IPPOLITI 

Prendete carta e penna, provateci se ci riuscite. Buttate giù qualche riga nel tentativo di ricreare, seppur velatamente il romanzo andato di scena quel 14 maggio del 2000. E’ qualcosa di inimmaginabile per la mente umana. Troppe emozioni, un frullato di sentimento. Ma questo fa parte della storia laziale. Se non  c’è sofferenza, sportiva, quasi quasi non ci piace. L’Olimpico è gremito e non solo sulle tribune. C’è attesa, un’ansia che pervade i cuori di chi attende quel momento da una vita. C’è voglia di rivalsa, di catturare al volo un sogno sfumato esattamente una stagione prima. “Non è giusto, non così”. Quel tricolore merita di posarsi su quella maglia storica per coronare qualcosa di grande.
Sono le 18:04 e il calcio si ferma. Quel groppo in gola si va a far benedire. E’ un attimo, senza precedenti. L’opera è compiuta. Il sole bacia Roma, quella biancoceleste, mentre la Juventus affonda in un diluvio di rimpianto e rassegnazione. Prendete carta e matita, chiudete gli occhi e provate a disegnare l’emblema di quella giornata.

 

Qual è l’immagine che ricordate…prendetevi qualche secondo….Ci viene in mente il Presidente Sergio Cragnotti, che si alza, si libera pronto a ricevere la gloria e un abbraccio per sempre infinito. La corsa dello svedese, Eriksson, che si scrolla di dosso l’appellativo di eterno secondo e poi girando la testa, vedrete quella mostruosa creazione fatta di campioni. Eh si, proprio loro, che in un secondo entrarono nella storia e nel novero degli immortali. E’ passato qualche annetto, ma loro, come noi sono sempre gli stessi.
Toccherà a Roberto Mancini capitanare la Lazio del 2000 in questo giorno Di Padre in Figlio. Generazioni intere che si prendono per mano e percorrono la strada del sentimento. Quella Lazio che fece piangere tanti, troppi, ma mai abbastanza. Sfondava i confini. E qualche lacrima scese anche sul volto di Sir Alex Ferguson, non uno qualunque che dopo la sconfitta in Supercoppa Europea con la firma di Salas disse: “Quello è il mio rimpianto più grande, la Lazio era la squadra più forte del mondo”.
Sembra passata una vita, ma godiamoci questa serata. Facciamo finta per un attimo che quei giorni sia nuovamente reali, quotidiani, parte della nostra vita laziale. Accantoniamo tutto per una sera. Rifacciamoci gli occhi con i lanci da fermo di 40 metri di Veron, il mancino di Sinisa, l’eleganza del nostro Sandro Nesta che quel giorno, il 14 maggio,  non era in campo perché squalificato. Quello scudetto è di tutti, o quasi. Non di chi lo rivendica. E’ scolpito nella mente di chi credeva, di chi per la Lazio ha dato tutto e di chi è sempre stato solo e soltanto laziale. Di chi in quel giorno, alle 18:04 si abbracciava, senza dire una parola. E oggi, 14 anni dopo ne sente ancora i brividi sulla pelle. 

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