DERBY – Lotito, “Vincere per i tifosi”

DERBY – Lotito, “Vincere per i tifosi”

Villa San Sebastiano, Roma. Gran lusso, tante aquile di materiali vari e una voce, inconfondibile, che attraversa i muri. È Claudio Lotito che parla con chi è venuto a chiedergli udienza, risponde ai suoi quattro cellulari, e ci dedica due ore. Con tanto di intervallo per assistere in diretta a…

Villa San Sebastiano, Roma. Gran lusso, tante aquile di materiali vari e una voce, inconfondibile, che attraversa i muri. È Claudio Lotito che parla con chi è venuto a chiedergli udienza, risponde ai suoi quattro cellulari, e ci dedica due ore. Con tanto di intervallo per assistere in diretta a una discussione accesa e divertente (da spiare) sui diritti tv con Urbano Cairo. E alla base di tutto, una gran voglia di derby.

Confessi, cos’è per lei la stracittadina?
Il derby è un campionato nel campionato, soprattutto in una città come questa dove la rivalità è molto sentita: di simile, forse, c’è solo il palio di Siena, per coinvolgimento emotivo di un’intera città. C’è attesa e preoccupazione, ma non tanto per l’esito sportivo quanto per eventuali intemperanze della tifoseria. In passato sono avvenuti episodi deprecabili che spero non si verifichino più: voglio sentimenti e passione in campo, uno spettacolo di sport, pieno di valori positivi. Poi, certo, voglio vincerlo: voglio dare una grande gioia ai nostri tifosi: anche se siamo nella Roma dei panem et circenses, i momenti ludici sono sempre meno seguiti.

Sente la pressione? Anche a livello di classifica è una partita cruciale per la sua squadra
Nessun ridimensionamento in caso di sconfitta, nessuna esaltazione in caso di vittoria: il campionato è lungo, è illogico essere preda di certe emozioni. La verità è che ormai l’agnello sacrificale, la squadra materasso non esiste più: tu devi giocare al meglio, devi essere un collettivo coeso, determinato e un po’ cinico e, alla lunga, avrai quello che meriti. Credo in una Lazio vincente alla fine della stagione.

Superstizioni particolari per il derby?
Sono cattolico praticante, non mi vergogno di dire che vado a messa tutte le settimane, non credo in riti pagani, ma solo nella preghiera. Credo, piuttosto, nel lato escatologico della religione, nella Divina Provvidenza.

Il derby dello stadio lo vince lei di sicuro?
Non mi interessa arrivare primo, ma costruire una struttura che riassuma tutta la nostra lazialità, rappresentata da quei colori che sono quelli olimpici, da quel senso di appartenenza che non duri solo due ore, ma tutta la settimana, in un luogo da frequentare sempre. Così tutti avranno un’empatia maggiore con il club, con la sua storia, con tutta la lazialità e anche guardare una partita sarà molto più sicuro.

Vuole un clima sereno, ma punzecchia gli americani sulla loro “assenza”
Mai rimproverato la Roma, dico solo che con Rosella Sensi ha rappresentato per me e per tutti un interlocutore forte, un riferimento preciso di sentimenti e passioni che si perde nel momento in cui c’è un patron straniero e lontano. Ipotesi suggestiva, per carità, pure il Manchester Utd è nella stessa situazione. Ho detto una cosa ovvia: la Lazio ha un presidente che la rappresenta, la Roma un amministratore delegato. Non è la stessa cosa. Un presidente e proprietario, odiato o amato come me, non è come un manager. Ma la loro struttura ha di sicuro altre qualità, non ne dubito.

È vero che lei prima del 2004 era romanista?
Questa è una menzogna. Nata per screditarmi agli occhi della tifoseria, per sottolineare un mio scarso attaccamento alla maglia, legato alla Lazio. Un attacco proditorio per sminuirmi. Sono tifoso della Lazio e sono orgoglioso di essere a capo della mia squadra del cuore, la prima e unica per cui abbia mai tifato. Mio suocero è stato comproprietario della Roma, mio cognato amministratore delegato dei giallorossi (la signora Lotito, da nubile faceva di cognome Mezzaroma). E a volte sono andato a vedere la Roma con loro, proprio come il padre di mia moglie, per amore del nipote, ora fa con la Lazio. E quasi si sta convertendo al biancazzurro, peraltro.

Com ’è iniziata quest’avventura?
Nel 2004 misi nella Lazio 25 milioni di euro per il 21% – ora ho il 67%- e trovai un buco di 550. L’ho appianato ottenendo grandi risultati: una coppa Italia, una Supercoppa italiana, qualificazioni in Champions League e in Europa League. Ho dato valore al marchio Lazio, che porta una decina di milioni di euro l’anno con la società Lazio Marketing, a cui fa riferimento il giornale, la radio, la tv. L’ho portato a bilancio per 150 milioni di euro – qui nessuno ci aveva mai pensato! – ho chiuso una trattativa con il Fisco che ha tolto altri 150 milioni di debiti con l’Erario. E ci tengo a dire che noi della Lazio abbiamo sempre pagato in anticipo le rate – e ne sono fiero, trovo che sia un rispetto necessario per la cosa pubblica -, e a chi critica il nostro calciomercato dico: pensate che ogni anno tiriamo fuori sei milioni di euro, è come se ogni stagione comprassimo un giocatore di medio-alto livello. Per non parlare dei primi anni e del piano Baraldi: pagavo due rose. A questo ho risposto con i parametro zero, i prestiti con diritto di riscatto, tante idee nuove per fare calcio e imprenditoria in modo diverso. E allora non mi capivano, perché erano legati a vecchi schemi, ricordo ancora le prese in giro, come storpiavano il mio nome: Lo Tirchio, mi definivano. Ora, però, tutte le squadre fanno come noi. E vendono, mentre noi compriamo. Tutti, nel 2004, pensavano che la mia fosse una sfida impossibile: salvare la Lazio è stato come praticare uno sport estremo. Alcuni, anche in Consob, pensavano che io stessi facendo solo del maquillage, ma la mia era una riforma strutturale rivoluzionaria.

Cosa la colpiva di più di questo mondo?
Quando sono arrivato, trovavo folli gli esborsi che si facevano, l’assoluto squilibrio tra uscite faraoniche ed entrate limitate. Mi risposero che s’era sempre fatto così. Consuetudo magna vis est, l’abitudine diventata norma. Ma oltre all’elemento emotivo, sentimentale, passionale, empatico, c’è anche quello economico, non dimentichiamo che la Lazio è una società quotata. Quindi devi cercare il risultato sportivo ma anche di far quadrare i bilanci. In base a questo mi sono definito un presidente tifoso e non un tifoso presidente: a rovinare il calcio, a portarlo in difficoltà, sono stati quelli che hanno scelto di essere prima tifosi e poi presidenti. Dal fair-play finanziario, circa otto anni fa a Montecarlo, parlai in tempi non sospetti, quando ancora si voleva vincere a qualsiasi costo e con qualsiasi mezzo. Molti erano perplessi, subii molte critiche e contestazioni, anche perché volli una trasparenza di gestione totale, che non avesse ingerenze di esterni, fossero pure i tifosi.

Di lei dicono che sia un cagnaccio, in tutte le trattative: dai calciatori ai diritti televisivi
Sono leggende metropolitane, sono semplicemente uno che apprezza i suoi giocatori, che ama la propria squadra e non vuole che venga svalutata in nessuna delle sue parti. Forse un po ’ di merito va anche ai miei studi: pedagogia con indirizzo psicologico. Spesso capisco il valore di un giocatore parlandoci, sapete quanti ne ho mandati via quando ho capito che non avevano le qualità necessarie per un uomo e un
atleta di alto livello? Anche da qui vengono affari come quelli di Lichtsteiner e Kolarov, presi per qualche centinaio di migliaia di euro e venduti per 10 e 21 milioni di euro. O la cessione di Oddo, gran giocatore, per 12 milioni di euro. Quando parlo con qualcuno, capisco il suo carattere, la sua voglia di impegnarsi, la sua capacità di stare nel gruppo. È la mia forma mentis. In ogni caso sulle cessioni vale sempre il solito vecchio detto «pagare moneta, vedere cammello». Ma non prevarico nessuno nelle trattative, rispetto sempre chi ho di fronte.

Ma qualcuno ne ha sbagliato, come Carrizo
Un ragazzo straordinario e un grande portiere, come ha dimostrato a Catania. Non tutti, però, purtroppo, si ambientano bene. Penso anche ad Eliseu, ho sempre creduto in lui, spesi un milione per portarlo a Roma. Lo staff tecnico non ci credeva, ma io sì: e quello che sta facendo a Malaga lo dimostra. Penso anche a Diakitè e Kozak: uno dei miei allenatori, non vi dico quale, diceva che non potevano giocare neanche in primavera. Io gli ho detto: «fermo là, questi rimangono in prima squadra». Perché il calciatore va valutato nella sua interezza di essere umano: dalla sua voglia di emergere alla sua fisicità, oltre all’aspetto prettamente calcistico. Mi sembra che avessi ragione io. Per arrivare nella Lazio, l’ho sempre detto, servono tre requisiti: potenzialità atletico-agonistica, moralità e compatibilità economico e finanziaria.

Così è arrivato anche a Petkovic?
Su Petkovic scrissi in un editoriale le motivazioni che mi hanno portato a sceglierlo, quando ancora era uno sconosciuto per tutti. Di lui apprezzo la statura morale: il volontariato alla Caritas
per quattro anni non è certo un’esperienza comune nel mondo del calcio. Poi è poliglotta: sembra una stupidaggine, ma è importante, sa parlare a tutti i giocatori, li fa ambientare subito, con lui si sentono a casa. E poi ha un grande carattere e, ti dirò, quell’imponenza fisica che gli dà un’autorevolezza diversa rispetto a uno mingherlino: ha il fisico del capo.

Ideale per il suo calcio didascalico e moralizzatore. Ma poi lei cosa intende con didascalico?
Didasco, come vi ricorderete, vuol dire insegno. E io voglio che il nostro calcio insegni ai giovani a essere migliori, voglio che vedano in noi degli esempi. Come nel caso di Klose: ma lei lo sa che tornando dalla nazionale lui si allenò con la Primavera – la prima squadra aveva già finito – e dopo aver fatto tutto quello che facevano i giovani compagni, quando i ragazzi tornarono negli spogliatoi lui raccolse tutti i palloni e li mise nella sacca? Me lo raccontò l’allenatore. Uno così è un uomo di altissimo livello, un campione sul campo e nella vita.

Certo le costa un po’la sua pratica del ghiaccio, novità che ha portato lui alla Lazio
Non so quanto costi, onestamente, ma è una pratica antica, in Scandinavia lo fanno spesso, prima bagno gelato e poi sauna. Ho studiato medicina, la conoscevo da tempo, mica se l’è inventata lui. Pure le spade vengono temprate con caldo e freddo. Miroslav è la nostra spada.

Per lei la moralità è fondamentale. Che dolore è, per lei, essere coinvolto in vicende come quella del calcioscommesse?
Nè io nè la Lazio siamo coinvolti, se vi riferite alla vicenda Erodiani, quello è fuori dal mondo, è un “si dice”, neanche un “dicono”, la differenza che i latini esprimevano con dicitur e dicunt. Io posso pure dire che lei, Boris, ieri sera era a Napoli a fare una rapina, ma poi questa dichiarazione dev’essere suffragata da prove. Francamente, poi, non ho mai giocato una schedina, non so neanche come si scommetta. Ed è ancora più ridicolo, per chi mi conosce: io che non ho alcun intermediario in nessuna mia attività, prendo uno sconosciuto per qualcosa di così delicato? Mi crea malessere quest’ingiustizia, mi avvilisce vedere come persone di scarsa qualità mentano per difendersi o magari, semplicemente, per la filosofia del mal comune, mezzo gaudio. Oppure devo pensare che ci sia una strategia e un regista?

Ci sarebbe un complotto contro la Lazio?
Non credo nella dietrologia, ma non posso non notare una strana coincidenza di tempi di certi fenomeni. Non mi interessa analizzare le ipotesi, ma riflettere su ciò che so. E conosco me stesso, quindi non ho problemi. Mi preoccupa però che questo mondo viva di sentito dire e non di fatti: è un sistema sbagliato che mina da sè le sue fondamenta, perché spesso le persone che ne fanno parte non hanno il retroterra culturale e imprenditoriale necessario a un mondo così complesso. Quando succedono certe cose, ammetto di non riconoscermi nel calcio

Tutto ciò vale anche per Stefano Mauri?
Per quanto riguarda Mauri, mi sembra un giocatore molto sereno, senza alcun peso. Lo capisci se uno è preoccupato, se ha una colpa da nascondere, anche se come me non sei entrato con lui nello specifico di ciò che gli viene contestato. Non vedo retropensieri in lui, poi certo ho visto anche condannare innocenti. In ogni caso questa è una vicenda che afferisce la sfera personale di Mauri, la Lazio è totalmente estranea a qualsiasi possibile addebito.

Mago dei bilanci, mette al centro la questione morale. In politica sarebbe molto utile, lo sa?
Non è mai stato un mio obiettivo, ma per il mio background umanistico ho un forte senso della polis. Sono entrato nella Lazio per il senso di responsabilità verso quel territorio che tante opportunità mi ha dato. Potevo restituire qualcosa a migliaia di persone e l’ho fatto. Se me lo chiedessero, per spirito di servizio, darei un contributo. Per un progetto, non per ambizione personale. In un momento di decadimento morale, istituzionale, economico è un’impresa impossibile, di quelle che piacciono a me. Il mio motto è non mollare mai, proprio come recita un verso dell’inno della Lazio.

Fonte: Pubblico – boris sollazzo/fabio luppino

Rob.Ma. – Cittaceleste.it

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