Diritti Tv, Lotito sbatte i pugni

Diritti Tv, Lotito sbatte i pugni

Grandi contro piccole. È sempre il solito film in Lega, paralizzata quando c’è da discutere di soldi, e sono tanti — un miliardo di euro all’anno — quelli che piovono dalle tv. Una seduta-fiume, prima in consiglio poi in assemblea, non è servita per mettersi d’accordo sulla ripartizione dei proventi…

Grandi contro piccole. È sempre il solito film in Lega, paralizzata quando c’è da discutere di soldi, e sono tanti — un miliardo di euro all’anno — quelli che piovono dalle tv. Una seduta-fiume, prima in consiglio poi in assemblea, non è servita per mettersi d’accordo sulla ripartizione dei proventi per il triennio 2012-15. Il primo biennio di applicazione della Legge Melandri si è consumato tra litigi e battaglie legali. La storia potrebbe ripetersi: ieri Claudio Lotito, patron della Lazio, ha sbattuto più volte i pugni sul tavolo polemizzando col vicepresidente dell’Udinese Stefano Campoccia.

Mutualità ma non solo – Il pomo della discordia non è tanto quel 5% suddiviso in base alla popolazione che almeno 10 società su 20 vorrebbero eliminare ripartendolo secondo i risultati degli ultimi 5 anni. No, la rabbia delle big cova per altro: ogni anno la Serie A devolve il 10% degli introiti tv per la mutualità, inoltre assicura un paracadute (che le medio-piccole vorrebbero aumentare) per le retrocesse. Questo tesoretto, incluso il compenso per l’advisor Infront, ammonta a 170 milioni e, anziché prelevarlo in parti uguali, pesa sui club proporzionalmente ai loro ricavi. «Perché devono essere le grandi, che già lamentano una scarsa competitività con le concorrenti europee, a sobbarcarsi in misura maggiore questo esborso?», è il ragionamento delle big. Le medio-piccole ribattono che è una consuetudine introdotta ormai alcune stagioni fa. Se il muro contro muro continuasse, Inter, Juve, Lazio, Milan, Napoli e Roma potrebbero presentare un ricorso alla Corte di giustizia sportiva. Il metodo di prelievo delle «tasse» di solidarietà s’intreccia con la ripartizione delle risorse, che le medio-piccole (sicuramente Atalanta, Bologna, Catania, Fiorentina, Palermo, Parma, Pescara, Sampdoria, Siena e Udinese) vorrebbero modificare assegnando un peso maggiore alla meritocrazia. Se venisse eliminata la quota legata alla popolazione del comune in cui gioca la squadra, Lazio e Roma sarebbero fortemente penalizzate (-5 milioni a testa). È vero che spostare quei soldi sulla componente sportiva — appunto i risultati degli ultimi 5 campionati — non sarebbe una tragedia per Juve, Milan o Inter. Ma qui c’è una battaglia di principio da portare avanti: il gruppo delle 6 vuole procedere compatto, anche perché basta che un solo club si defili per rompere il blocco anti-maggioranza (le delibere di natura economica richiedono 15 voti).

Aiuto – Al di là delle minacce legali, le grandi hanno comunque un’arma da giocare: la fretta delle piccole di trovare un accordo perché, in assenza di certezze sui ricavi tv, le sofferenze finanziarie incombono. Lunedì, quando è stata riconvocata l’assemblea (ore 15), il gruppo delle 6 potrebbe offrire una soluzione tampone: stabilire un minimo garantito da 20 milioni per tutte, buona merce di scambio per ottenere gli anticipi dalle banche. Ma quale sarà la contropartita?

Fonte: La Gazzetta dello Sport

Rob.Ma. – Cittaceleste.it

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