EXTRA LAZIO – Ghedin e il mistero della morte di Re Cecconi

EXTRA LAZIO – Ghedin e il mistero della morte di Re Cecconi

PIETRO GHEDIN, ct del Malta, non ne ha mai voluto parlare. Da 36 anni i tifosi della Lazio, i parenti della vittima, un’associazione di “laziali”, gli chiedono di farlo, ma invano. Ha chiuso quella pagina tenendo si per se la verità, forse i segreti. Per dimenticare si è buttato nel…

PIETRO GHEDIN, ct del Malta, non ne ha mai voluto parlare. Da 36 anni i tifosi della Lazio, i parenti della vittima, un’associazione di “laziali”, gli chiedono di farlo, ma invano. Ha chiuso quella pagina tenendo si per se la verità, forse i segreti.

Per dimenticare si è buttato nel calcio con una carriera da allenatore non altisonante ma neppure di basso livello: prima assistente dei Ct azzurri Maldini, Trapattoni e Zoff, ora lui stesso allenatore della nazionale di Malta, con contratto in scadenza nel 2015.

Da calciatore Ghedin era un difensore faticatore, non una stella. Ma per la storia è soprattutto l’unico testimone che sa davvero cosa avvenne la sera del 18 gennaio 1977 quando “l’angelo biondo” della Lazio, Luciano Re Cecconi, fu freddato da un colpo di pistola sparato dal gioielliere Bruno Tabocchini nel suo negozio. Ucciso per errore durante una falsa-rapina simulata dallo stesso Re Cecconi.

Erano anni pazzi,di piombo e Brigate Rosse. E quella Lazio di Chinaglia, D’Amico, Pulici, Winson, Re Cecconi, la pazzia l’aveva assorbita senza risparmio: giravano con le pistole, ogni settimana sui giornali per una rissa, una goliardata. Belli e dannati. Controversi e fortissimi in campo. Ma Re Cecconi era chiamato “il saggio”, era l’unico senza la pistola. Strano abbia fatto quello scherzo tutto da solo, presentandosi in quella gioielleria con le mani in tasca a simulare un’arma e il bavero alzato a coprirgli il volto.

Molti non ci credono. Quasi nessun laziale ci crede. Paolo Lenzi, presidente dell’associazione “Lazio Family”, nella vigilia di Malta- Italia ha scritto un’accorata lettera a Pietro Ghedin perché «finalmente si decida a parlare e raccontare la verità». Per i laziali doc, quelli per cui il calcio si è fermato a quella squadra mitica che portò il primo scudetto (73/74), la ferita non smetterà di sanguinare finché non sapranno tutto.

E visto che c’era solo Ghedin come testimone, solo lui può dirlo. Non averlo fatto finora ha fatto moltiplicare dubbi, sospetti, dietrologie. La giustificazione del gioielliere fu che di rapine ne aveva già subite diverse e viveva col terrore.

Pure Ghedin rischiò grosso ma si salvò alzando in tempo le mani per dimostrare di non essere armato. Re Cecconi no: colpito in pieno petto cadde mormorando «era uno scherzo» e morì pochi istanti dopo. Lasciò a soli 28 anni la moglie e due figli piccoli che oggi sono cresciuti e non hanno mai smesso di chiedere la «verità vera», non questa «ricostruzione fasulla».

Il loro sospetto è lo stesso di quello dell’associazione laziale e di molti compagni dell’epoca: che Re Cecconi non disse nulla, non simulò alcuna rapina, ma fu colpito per motivi ignoti, o quantomeno per sbaglio. Accuse pesanti, mai ascoltate, che solo Ghedin potrebbe confutare e chiarire se solo decidesse di riaprire quella pagina.
Il gioielliere Tabocchini fu arrestato per “eccesso colposo di legittima difesa” e 18 giorni dopo assolto per “aver sparato per legittima difesa putativa” (così disse il giudice). Per una beffarda ironia del destino, emerse nel processo che Luciano Re Cecconi era uno dei pochi, se non l’unico, di quella banda di pazzi della rosa di Tommaso Maestrelli, a non possederla un’arma da fuoco.

Il figlio Stefano Re Cecconi nel 2008 ha scritto un libro per contestare la versione ufficiale documentando i dubbi anche dei giocatori dell’epoca Martini e D’Amico. C’è pure un docufilm, bloccato dai legali del gioielliere, ad aggiungere dubbi alla “verità” processuale. Ma Ghedin niente, continua a non parlare.

(fonte ilsecoloxix.it)

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