Gregucci: «Premier scelta di vita, ma..»

Gregucci: «Premier scelta di vita, ma..»

ROMA – A tu per tu con il nuovo collaboratore di Roberto Mancini al Manchester City, con un cuore biancoceleste, che ha lasciato l’Italia per una nuova esperienza di vita nel Regno Unito, patria del gioco del calcio. Ha deciso di abbandonare momentanemente la carriera di allenatore, è deluso dal…

ROMA – A tu per tu con il nuovo collaboratore di Roberto Mancini al Manchester City, con un cuore biancoceleste, che ha lasciato l’Italia per una nuova esperienza di vita nel Regno Unito, patria del gioco del calcio. Ha deciso di abbandonare momentanemente la carriera di allenatore, è deluso dal ‘bel paese’. Ai Citizens è il nuovo capo Scouting, aiuterà il miglioramento tecnico e tattico del reparto difensivo, ma con un sogno nel cassetto. Angelo Gregucci alla Lazio ha vissuto otto anni, non mai nascosto la sua profonda lazialità. Lui, pugliese di nascita e romano d’adozione, l’ha portata con sé anche in terra inglese. Ai nostri microfoni ci racconta la sua avventura, spaziando attraverso tutti gli argomenti: dal passato all’attualità, dal calcio italiano a quello della prima squadra della capitale. Una lunga intervista, che noi offriamo in esclusiva a tutti i tifosi laziali, ai quali Gregucci promette di restituire l’affetto ricevuto:

Da Allenatore in Italia,  a collaboratore e dirigente di una delle più importanti e ricche squadre del mondo. Cos’è cambiato?

“E’ cambiato moltissimo. Ora faccio parte di una struttura molto più articolata di quello che oggi ha responsabilità tecnica de calcio moderno. Lavoro con calciatori di altissimo profilo, dove cambia anche la programmazione degli allenamenti. Praticamente quando ci sono le nazionali si può anche rimanere a casa, perchè sono tutti via in giro per il mondo, anche i giovani con le relative Under 21. E’ cambiata la lingua, è cambiata la cultura, sono cambiati gli stadi. Per quanto mi riguarda è cambiato tutto”.

Come lavora Roberto Mancini e da dove nasce il vostro rapporto professionale?

“Al City ha tracciato una linea ben evidente, portando nel breve periodo il club a pensare in grande, a vincere trofei importani, in Inghilterra gli manca solo la Carling Cup. Lo ha fatto in una società con una storia prestigiosa, ma fatta di pochi successi. Mancini ha portato la mentalità vincente, con alle spalle una proprietà sempre pronta ad investire sulle sue idee. Roberto l’ho conosciuto su tanti anni fa sui campi di calcio, dopo che gli dato tanti calci sugli stinchi siamo diventati amici. Poi abbiamo collaborato insieme alla Fiorentina, fino all’opportunità di tornare con lui che ho colto al volo”.

Premier scelta di vita?

“E’ stata un’esigenza, per cercare di conoscere una cultura e una lingua nuova, ho scelto al momento giusto. Avevo la volontà di andare all’estero, perchè penso che il calcio italiano mi potesse consegnare poche soddisfazioni. L’Italia deve fare bene i conti e cercare di rilanciarsi, scegliere una strada fruttuosa sotto il profilo delle idee. Dobbiamo fare valere l’eccellenza della nostra nazione. E’ stata un’esigenza, per cercare di conoscere una cultura e una lingua nuova, ho scelto al momento giusto. Penso che un italiano in questo momento, possa arricchirsi all’estero e tornare in Italia con un nuovo bagaglio, come hanno fatto gli altri paesi nei nostri confronti”.

Quali differenze stai scoprendo tra il movimento calcistico britannico e quello italiano?

“Quelle le potrò conoscere solo attraverso la conoscenza diretta. Posso dire che qui c’è un’altra mentalità, c’è un’altra atmosfera, un altro modo di interpretare il calcio. Mi duole dirlo, perchè sono un profondissimo nazionalista, ma penso che per organizzazione e qualità della stessa, la Premier League sia molto avanti. Qui oltretutto, c’è la cultura della festa quando si va ad assistere ad una partita di calcio, arrivando con oltre due ore di anticipo in strutture a misura di tifoso, accogliente per le famiglie”.

L’Italia sulla questione ‘nuovi stadi’ sembra l’ultima della fila…

“La Juventus ha fatto il primo passo in avanti, ma per il resto non c’è altro. Lo strutture sono fondamentali per chi deve fare uno spettacolo, come il teatro lo è per chi deve recitare. Il Inghilterra il palcoscenico è ben confezionato, perchè la differenza non vedi nell’andare all’Emirates o all’ Old Trafford, ma quando si va nei campi ‘piccoli’: A Southampton, o a West Bromwich, che sono dei veri e propri gioielli”.

Soldi e successo. Binomio indissolubile nel calcio?

“No, però aiuta a coronare prima il raggiungimento di obiettivi, che si possono raggiungere anche con l’attenta programmazione, le idee e la lungimiranza”.

Un discorso che può valere anche per la Lazio?

“Assolutamente si. Nei medi obiettivi sono convinto di si, per quanto riguarda i grandissimi traguardi si fa più fatica. Se si vuole vincere la Champions League bisogna poter spendere. L’esempio da seguire è quello del Barcellona, che oltre alla disponibilità, ha unito la grande competenza nel rivendicare una terra come la Catalona, dove attinge costantemente per far crescere in casa futuri campioni. Il settore giovanile potrebbe essere il grimaldello per rompere gli equilibri con le grandi, anche nel caso della Lazio. La Federazione italiana, così come la società biancoceleste, dopo un momento buoi culminato nella mancata partecipazione alle Olimpiadi, stanno tornando ad investire sui giovani”.

Tornando all’Inghilterra, la Lazio il 20 settembre affronterà il Tottenham. Che partita sarà?

“Sarà una bella gara, molto difficile. Gli Spurs hanno operato molto bene sul mercato e sono un club prestigioso. Loro sono molto forti, ma la Lazio ha i requisiti per farcela. Negli undici ci siamo, possiamo giocarcela e vincere”.

Una Lazio, sia numericamente che qualitativamente, pronta ad affrontare le tre competizioni?

“La rosa è competitiva, la squadra la si conosce bene. Tra i nuovi non conosco Ciani. Però penso che sia giusto affidarsi ad Ds Tare e al presidente Lotito, perchè nel tempo hanno saputo dimostrare con i fatti, che in tutti i rapporti qualità prezzo difficilmente hanno sbagliato. Negli ultimi anni si è operato sempre in modo molto oculato, riuscendo a prendere ad esempio, un campione e una leggenda come Miro Klose. Non mi aspettavo che il tedesco potesse essere così brillante, rinnovo i miei complimenti alla società che ha creduto in questa operazione”.

A cosa può puntare la Lazio? Sognare in grande è possibile?

“La Lazio è tra le prime quattro-cinque d’Italia, ma già entrare tra le prime tre sarebbe un grandissimo risultato. Alla parola scudetto 3-4 anni fa, avrei parlato di delirio, ma oggi dico che non è una bestemmia e l’unica da battere è la Juventus. Non è impossibile, oltretutto la Lazio viene da da due stagioni ai vertici e ha accumulato esperienza per stare lì in alto. Ad ogni modo il secondo posto sarebbe alla portata: Milan, Roma e Inter sono sullo stesso piano dei biancocelesti”.

E in Europa League? Non è il momento che le squadre italiane la prendano sul serio?

“In Europa siamo al minimo storico, se pensiamo che il Braga manda a casa la terza del nostro campionato. Siamo in regressione, bisognerebbe avere l’onestà di saperlo ammettere e rimboccarci le maniche. Dobbiamo necessariamente tornare ai fasti di un tempo, quando Atalanta in B e Fiorentina in zona retrocessione si andavano a giocare una finale di Coppa Europea. Oltretutto nel punteggio Uefa siamo incalzati dal Portogallo, che sarebbe una bestemmia calcistica se ci dovesse superare. E’ indispensabile fare una grande Europa League, non si può a Natale essere fuori dal giro europeo e, una squadra come la Lazio, ha l’obbligo di puntarci e provare a vincerla”.

Ti sei già fatto un’idea su Vladimir Petkovic e il suo calcio?

“Mi sembra una persona seria, con il grande vantaggio di parlare tante lingue. Su di lui avevo sentito troppe critiche nel precampionato, ma chi ha onestà intellettuale sa il lavoro di un tecnico si può vedere nel medio lungo periodo. Due partite sono troppo poche per esprimere un giudizio, quando saranno passate almeno veti giornate, allora esprimerò un giudizio tecnico su di lui. Però quando ha messo per il primo giorno la tuta della mia squadra del cuore, viva Petkovic, lo difenderò fino all’ultimo giorno”.

Che messaggio ai tuoi vecchi tifosi laziali?

“Ogni volta che torno a Roma, mi rendo conto che la spina del sentimento non si è mai staccata e la corrente scorre al massimo. Confesso che mi piacerebbe chiudere la carriera tornando alla Lazio per fare qualcosa con i giovani, per restituire al calcio che m’ha preso dalla strada e che m’ha dato tutto nella vita, nel bene e nel male, quello che la Lazio ha dato a me. Ho il sogno di crescere un ragazzo a Formello, per poi vederlo la domenica all’Olimpico farsi largo tra i più grandi e affermati. Lo voglio fare nel club che ha la priorità nel mio cuore, dove ho vissuto le emozioni più importanti e sincere, che ancora oggi mi fa gridare Forza Lazio”.

Francesco Pagliaro

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