INTERVISTA – Almeyda: “Voglio allenare la Lazio!”

INTERVISTA – Almeyda: “Voglio allenare la Lazio!”

ROMA – È diverso, Matias Almeyda. È cambiato, ha superato depressione, alcool e vecchie verità. Ha pubblicato un’autobiografia, 300 pagine imperdibili(«Alma y vida»), una rivelazione dopo l’altra. Una carriera vissuta pericolosamente, sempre al limite: Parma, Lazio e Inter le tappe più importanti, a Roma lo scudetto della vita. Era soprannominato…

ROMA – È diverso, Matias Almeyda. È cambiato, ha superato depressione, alcool e vecchie verità. Ha pubblicato un’autobiografia, 300 pagine imperdibili(«Alma y vida»), una rivelazione dopo l’altra. Una carriera vissuta pericolosamente, sempre al limite: Parma, Lazio e Inter le tappe più importanti, a Roma lo scudetto della vita. Era soprannominato «El Pelado», difficile considerarlo un professionista esemplare: ha fumato 10 sigarette al giorno per 10 anni di seguito, a Milano è finito in coma etilico per 5 litri di vino bevuti nel giro di 2 ore, a Formello spesso e volentieri si presentava senza maglietta, pure in pieno inverno. Eppure in campo correva per 4, motorino inesauribile di un centrocampo stellare: Eriksson e Mancini i suoi punti di riferimento, Davids l’avversario più odiato. In Argentina una nuova sfida, la più intrigante: prima sulla panchina del River Plate, attualmente su quella del Banfield. Con un obiettivo sempre in testa…

Matias, meglio come allenatore o come giocatore?
«Sono due carriere completamente diverse. Attualmente mi sono tolto più soddisfazioni in mezzo al campo. Il migliore Almeyda si è visto alla Lazio: ero tra i più bassi, avevo allestito una palestra a casa per rinforzarmi, non potevo fare brutte figure con i miei compagni. Tiravo anche di boxe, a Roma mi feci tatuare l’indio sul braccio. Un giorno mi sono vestito come un gaucho, capelli lunghissimi e jeans tagliati».

Prima il River Plate ora il Banfield. Come sta andando?
«Benissimo, siamo primi in classifica nella serie B argentina. È un’esperienza positiva, giochiamo un buon calcio e ci divertiamo anche. Io venivo da un passato terribile al River, la retrocessione, il cammino verso la rinascita, ma tutto condito da tanta pressione, troppa. È una piazza caldissima, a volte insostenibile».

Progetti per il futuro?
«Ho un sogno da sempre, un chiodo fisso. Mi piacerebbe molto tornare a Roma e allenare la Lazio, ci penso spesso, mi è rimasta nel cuore. È il club dove ho vinto di più e ho instaurato un rapporto bellissimo con i tifosi, sono molto legato all’ambiente. Spero di ritornare al più presto possibile per portare la Lazio in alto. Per il momento però faccio pratica in Argentina, anche se ormai sono navigato».

Ledesma o Biglia?
«Li conosco entrambi, sono ottimi giocatori. Ma non sarebbe carino giudicare. Fatemeli allenare e vi saprò dire di più».

Sta nascendo la Lazio dei giovani. Giusto puntare su di loro?
«Assolutamente si, è fondamentale, il futuro appartiene a loro. Ma bisogna farli lavorare duramente, Perea, Keita e Felipe Anderson sono elementi di spessore, vanno gestiti e valorizzati. Fossi in Petkovic cercherei di dargli continuità, ma senza esagerare, i giovani ci mettono poco a montarsi la testa».

A proposito, cosa pensa di Petkovic?
«Ha fatto molto bene lo scorso anno, una prima parte di stagione ottima e poi la vittoria della Coppa Italia contro la Roma. Credo sinceramente che si tratti di un traguardo storico, un successo che resterà nella storia di questa società. In questo momento sta trovando delle difficoltà, ma la Lazio resta una squadra di livello, potrà riprendersi senza problemi».

Quindi tra qualche anno la vedremo sulla panchina biancoceleste?
«Magari, me lo auguro di cuore. È il mio sogno, sarei pronto a tutto pur di tornare. Sono rimasto un tifoso, mi informo sempre sulla Lazio e quando posso la seguo in Tv. Che dire: speriamo di rivederci presto». (Il Tempo)

Cittaceleste.it

 

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