L’INTERVISTA – Corapi: I segreti dell’altra mente biancoceleste

L’INTERVISTA – Corapi: I segreti dell’altra mente biancoceleste

ROMA – E’ l’utlimo segreto di casa Lazio, ormai svelato, per l’evidenza del contributo fornito da quando è stato affiancato allo staff biancoceleste. Il suo inserimento ha coinciso con l’uscita dalla crisi in campionato, palesata durante tutto il girone di ritorno e aggravata dalla delusione per l’eliminazione in Europa League.…

ROMA – E’ l’utlimo segreto di casa Lazio, ormai svelato, per l’evidenza del contributo fornito da quando è stato affiancato allo staff biancoceleste. Il suo inserimento ha coinciso con l’uscita dalla crisi in campionato, palesata durante tutto il girone di ritorno e aggravata dalla delusione per l’eliminazione in Europa League. Concidenza o merito, la squadra di Petkovic è tornata a volare, fino a raggiungere il punto di massima quota con lo storico successo contro la Roma in Coppa Italia. Parliamo della figura del mental coach, innovativa per certi versi, quantomeno nel mondo del calcio. Il protagonista è Sandro Corapi, professionista conclamato nell’ambito delle risorse umane, il cui profilo è però ancora tratteggiato e oscuro ai più. Cittaceleste ha puntato i riflettori su di lui, nell’intervista a noi concessa che vi proponiamo in esclusiva.

Ci può spiegare in cosa, precisamente, consiste il suo lavoro?

“Si tratta di creare le condizioni di massima performance, quindi ottenere la massima prestazione dal punto di vista psico-fisico. Quello che io faccio attraverso i miei format, nati da una formazione ed esperienza trentennali nella gestione delle risorse umane e nello sviluppo del potenziale interiore, è però un lavoro più profondo e che trova il massimo frutto nel lungo periodo”.

Lei è uno psicologo?

“No – Lo scriva a caratteri cubitali – Io sono un professionista esperto nella gestione delle emozioni delle risorse umane e l’impatto che queste hanno sulle performance individuali. Non faccio altro che creare le strategie mentali ed emozionali per ottenere la massimizzazione della performance, sia essa individuale e di gruppo. Sono un allenatore della mente”. In ogni caso il mio pensiero è che per qualificarti, al mondo d’oggi, non servano attestati o riconoscimenti, pur sempre importanti, ma ciò che sei, ciò che hai fatto ed i risultati che hai ottenuto”.

Può delineare le differenze tra la figura di un mental coach e quella di un motivatore?

“La differenza è sottile, perchè si tratta sempre di un allenamento mentale, dove si focalizza un atleta per il raggiungimento dell’obiettivo, attraverso una performance efficace. Talvolta ho osservato che, la figura del mero motivatore, viene in un certo qual modo sottovalutata, perchè le motivazioni dovrebbero nascere spontaneamente dall’atleta stesso. Ma c’è anche un altro aspetto..”

Quale?

“Quello di aiutare l’atleta ad essere una persona migliore nella vita di tutti i giorni. Non bisogna dimenticare che, prima di un atleta, si ha a che fare con un figlio, un genitore, un fratello, una marito o una moglie: una persona insomma. E tutte le persone hanno punti di forza ed aree di miglioramento. Dunque, per ottenere una condizione di massima performance, bisogna sciogliere eventuali situazioni pressanti o blocchi emozionali fortemente condizionanti. E senza fare questo passaggio la semplice motivazione dell’individuo non serve a nulla”.

Argomenti validi sia per un calciatore, sia per un impiegato d’azienda?

“Assolutamente si. L’atleta è un uomo e la mente di un uomo funziona allo stesso modo per un impiegato, un atleta, un manager, un libero professionista, uno studente o una casalinga. Poi ovvio che, per quanto riguarda lo sport, si scende nel particolare, e io sono da sempre uno sportivo e ho vissuto certe dinamiche in prima persona”.

Ha già avuto altre esperienze professionali nell’ambito dello sport?

“Anni fa mi sono avvicinato al mondo del calcio, prima alla Lazio di calcio a 5, poi direttamente a Formello, che allora attraversava un momento in cui stava andando male e rischiava la Serie B, aiutando alcuni ragazzi, attraverso “interventi” orientati al ricompattamento del gruppo, perchè il lavoro sul singolo viene sempre dopo. E’ sempre la squadra che vince, tutta assieme, anche grazie alla prestazione del signolo individuo, che però deve essere sempre al servizio dei compagni”.

Come è reiniziata la sua avventura con la Lazio?

“Sono arrivato nella settimana antecedente a Lazio-Bologna, contattato dalla società, a cui va fatto un plauso: perchè non tutte le società riconoscono questa figura, che invece ritengo fondamentale per il miglioramento delle prestazioni di un gruppo. Ho avuto un colloquio con Il Diesse Tare e mister Petkovic di ben due ore, e ci siamo trovati subito in sintonia. Per due o tre giorni, pur salutando chi già mi conosceva, mi sono limitato ad un periodo di attenta osservazione, per poi essere presentato alla squadra e fare un primo intervento di “team coaching”.”

Ci può raccontare qualcosa?

“Preferisco che certe cose rimangano all’interno”.

Ha riscontrato diffidenza?

“Assolutamente no, anzi. Ho ricevuto molti complimenti alla fine di questo primo incontro, terminato con i giocatori contenti ed entusiasti di quanto avevano sentito. Ho trovato uno spirito subito positivo, fantastico per certi versi, con l’interesse da parte loro ad approfondire le materie proposte. Tutto grazie, naturalmente, al supporto di Petkovic e Tare. Per loro, ma anche e soprattutto per me, è stato un momento di grande soddisfazione. Posso dire di aver trovato un gruppo di persone fantastiche”.

Petkovic l’ha definita “supercoach”..

“Lui è una persona sensibile e attenta a queste dinamiche. Ci siamo confrontati più volte su alcune dinamiche. Abbiamo avuto una comunicazione franca, aperta. Sono sicuro che sia servita un pò a tutti la mia presenza lì. Perchè si ottiene il massimo quando tutti gli attori protagonisti remano verso un’unica direzione. Dallo staff fino al mister, dalla dirigenza ai giocatori. Perchè quando c’è anche una sola figura a remare contro, l’intera nave rischia di affondare. Il fine ultimo è quello che i ragazzi scendano in campo avvolti da un’energia positiva”.

Non c’è conflitto di interessi con la figura del tecnico?

“Nel calcio gli elementi che devono funzionare sono tre: lucidità tattica, lucidità fisica e, infine, lucidità mentale che è la mia area di competenza. Ognuno deve avere le sue competenze specifiche. L’allenatore è chiaro che deve conoscere quasi tutto, è colui che deve indicare la strada dal punto di vista tecnico-tattico e può anche agire dal punto di vista delle motivazioni. Ma, essendo il leader della squadra, deve anche avvalersi di professionisti che possono aiutare l’atleta a dare il meglio di sè in quelle che poi sono le sue direttive”.

Come ha vissuto l’ultimo ritiro di Norcia?

“Ritengo sia stata una tappa fondamentale per la vittoria nel derby, perchè si sono ulteriormente create le condizioni di massima performance. L’obiettivo era arrivare al massimo per il 26, creando un ambiente assolutamente sereno, per ottimizzare i vari stati emozionali. Perchè con l’avvicinarsi del derby è chiaro, si passava dall’entusiasmo alla paura, dall’ansia al rischio di demotivarsi. Quello che si è fatto è far sparire dalla mente il pensiero del risultato, positivo o negativo che sia, per concentrarsi solo ed esclusivamente su quello che doveva essere la prestazione. Ed in campo nel derby si è visto che avevamo una marcia in più dal punto di vista della convinzione”.

Quanto si sente parte della conquista della Coppa Italia?

“Penso di aver dato il mio contributo, che però sarebbe stato vano se gli attori intorno a me non avessero fatto la loro parte, a partire dal presidente Lotito fino ad arrivare ai calciatori. Ho vissuto un’esperienza indimenticabile, mi sono calato nei loro panni, preparando il mio lavoro in base ad ogni situazione, puntando soprattutto sulla coesione del gruppo e la fiducia nei propri mezzi. Ero sicuro della vittoria, soprattutto dopo la partita di Cagliari. Uno scivolone provvidenziale, perchè è servito a rimetterci in discussione e prepararci con rinnovata volontà alla sfida con la Roma”.

Lei ha parlato di un lavoro a lungo termine. Dunque entrerà in pianta stabile nello staff biancoceleste, magari per puntare ancora più in alto?

“Beh, i limiti sono solo nella notra mente ed io ho sempre avuto una mentalità vincente. Ad ogni modo, fin ora, ho fatto un lavoro mirato per le ultime partite e soprattutto per la finale di Coppa Italia. Fermi restando i miei impegni professionali, vedremo…”

 



Francesco Pagliaro

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