LE VOCI – Klose: “Non mi paragono a Muller”

LE VOCI – Klose: “Non mi paragono a Muller”

ROMA – Non chiamatelo leggenda, lui è “Mito”: “Non mi metto sullo stesso livello di Muller. Ho giocato molte più partite di lui per arrivare a 68 gol. Gerd non può essere paragonato a nessuno, quello che ha fatto è unico. Gliel’ho già detto personalmente”. Non vola più a mezz’aria,…

ROMA – Non chiamatelo leggenda, lui è “Mito”: “Non mi metto sullo stesso livello di Muller. Ho giocato molte più partite di lui per arrivare a 68 gol. Gerd non può essere paragonato a nessuno, quello che ha fatto è unico. Gliel’ho già detto personalmente”. Non vola più a mezz’aria, Klose, li ha già fatti i salti mortali per diventare re: “Sapete quanti anni ho? E’ passato un po’ di tempo dall’ultima capriola”. Addirittura gliela proibirono a Monaco e il panzer chinò il capo. Campione d’umiltà, a Formello fa pure il raccattapalle, porta via reti e palloni: “Lo faccio ovunque, anche nell’ultimo allenamento. Tutti devono aiutare a sistemare il campo”. Altro che nonnismo: “Una volta i più giovani imparavano dai giocatori più anziani come comportarsi. Oggi non è più così, le nuove leve sono più intelligenti”. Furbe.

Menti informatiche, Klose rimane post-antico: “Non ho un account su Twitter, Facebook o Instagram, ma non sono del tutto antiquato. Ho un Ipad e utilizzo WhatsApp, un po’ come tutti”. Un accenno di sorriso scioglie il tempo gelido: “Quando ho iniziato a giocare in Nazionale non si poteva ascoltare la musica negli spogliatoi. Con Klinsmann è diventato un rituale e mi piace. Io ascolto soprattutto Robbie Williams e Bruno Mars”. Locked out of heaven, Miro ci porta in paradiso. Ora salite tutti sul carro: “Per fortuna vivo in modo regolare, so esattamente quali esercizi devo fare. Alcuni dicono ancora, grazie a Dio Klose è in forma, altri sembravano avere dubbi…”. Scansateli, lo squalo Klose li divora sotto porta: “Quando sono arrivato questa settimana a Monaco nel ritiro della Nazionale, ho dovuto fare un controllo anti-doping. Qualcuno potrebbe pensare che un certo Klose non è più in grado di giocare a certi livelli vista la mia età…”. E’ l’alba del giorno a baciarlo, l’elisir della giovinezza: “I miei figli vanno a dormire alle otto, devono alzarsi alle 5.45, perché in Italia la scuola inizia molto presto. Alla fine mi sono abituato anche io con i loro orari e mi addormento circa un’ora dopo. E’ un bene per me”. Abita ormai da due anni in una villa all’Olgiata con la moglie Sylvia e i gemellini Luan e Noah. Ha i loro nomi, intrecciati da motivi floreali, tatuati sul polpaccio. Ogni mattina li accompagna all’istituto Saint Georges. Pretende che parlino tedesco e polacco, non vuole che rivivano il suo disagio. Perché Miro, uno scricciolo di appena 8 anni, si trasferì da Opole (Polonia) – dopo un breve soggiorno in Francia – nel Palatinato senza conoscere il tedesco. Fu un trauma.

Figlio di Josef Klose, ex calciatore dell’Auxerre, e Barbara Jez, portiere della Polonia di pallamano, Miro è un atleta nel Dna. Papà e mamma, oltre i geni, gli hanno trasmesso la cultura del lavoro, gli consigliarono un futuro oltre il calcio: “Sono diventato carpentiere – racconta Miro – perché non ho paure delle altezze, amo solo avere una solida base”. In cielo ha agguantato la fede: “Sono molto religioso – rivela – e prego prima di ogni partita”. Devoto a papa Wojtyla, si era innamorato di Roma anni fa a San Pietro. Ora et labora. L’abitudine alla fatica modera ogni eccesso, Klose ne è l’esempio: “Non amo gli alcolici, bevo un bicchiere di birra o di vino. Ma molto, molto poco”. Scorre lo sport nelle sue vene: “Quando gioco con la Lazio di domenica, e il lunedì siamo liberi, ho bisogno di allenarmi per tornare il martedì in forma. Se sono in vacanza una settimana senza fare esercizi divento nervoso… “. Per questo da qualche anno si diletta col tennis ed è affascinato dal quad. A 35 anni non riesce mai a stare fermo in campo: “Io sto lì davanti per fare gol, ma è sempre necessario rientrare e aiutare la squadra sia a centrocampo che in difesa. Cerco di fare anche io così. Ho sempre voluto giocare con tutti i miei compagni di squadra, questa è la cosa più affascinante del calcio: il tutto funziona solo quando undici giocatori formano una catena. E io sono solo uno dei tanti anelli che la compongono”. La punta di diamante.

Cittaceleste.it

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