L’INTERVISTA – Reja, “Forza Petko! Raggiungi..”

L’INTERVISTA – Reja, “Forza Petko! Raggiungi..”

Buongiorno Reja, sabato ha visto la partita con il Catania? «Sì e mi è sembrata una Lazio in crescita dal punto di vista fisico e mentale. Nelle ultime settimane la squadra era spenta, arrivava seconda sul pallone. La sosta ha prodotto benefici e poi sono importanti i recuperi di alcuni…

Buongiorno Reja, sabato ha visto la partita con il Catania?
«Sì e mi è sembrata una Lazio in crescita dal punto di vista fisico e mentale. Nelle ultime settimane la squadra era spenta, arrivava seconda sul pallone. La sosta ha prodotto benefici e poi sono importanti i recuperi di alcuni giocatori. E’ stata una vittoria meritata, la Lazio ha messo sotto pressione il Catania e ha dominato. Ora con il ritorno di Klose e presto quello di Mauri potrà avere altri progressi. L’Europa League comporta uno stress fisico e nervoso non indifferente, la squadra lo ha pagato negli ultimi due mesi».

E’ bastata la presenza di Klose per ritrovare il gol. Cos’ha di diverso il tedesco?
«Con Miro cambia la gestione della fase offensiva, aumenta la pressione sulle difese avversarie. Non è solo quello che fa, ma come lo fa. Non conta il suo rendimento, alto o basso che sia. E’ un discorso di caratteristiche. Completano a meraviglia la Lazio. Guardate come si mette Klose in campo. Tiene la palla, fa salire la squadra, crea gli spazi dove si infilano gli altri. Ha una presenza, negli ultimi trenta metri, che consente a giocatori come Mauri, Hernanes e Candreva di proiettarsi a rete e di creare gioco. Quando non c’è, anche se Floccari e Kozak sono degli ottimi attaccanti, cambia lo spartito. Klose è fondamentale e poi come centravanti è spietato. Appena ha un pallone buono, lo mette dentro. Già recuperarlo al 70-80 per cento delle sue possibilità può fare la differenza. S’è visto nel finale di partita con il Catania».

Perché la Lazio, prima con Reja e ora con Petkovic, da tre anni è la squadra meno prolifica tra quelle al vertice della classifica?
«Anche quest’anno, come era successo nelle mie due stagioni, la Lazio ha avuto un calo tra gennaio e febbraio dopo aver disputato un girone d’andata straordinario. Così è calata anche la media realizzativa. Un po’ sono stati gli infortuni di giocatori come Mauri e Klose, poi il calo di forma di Hernanes e Ledesma. Un altro motivo può essere ricercato nella fatica provocata dall’Europa League, oppure perché la squadra non è più giovanissima e forse, con il passare dei mesi, avverte l’usura. Ma poi i gol all’attivo contano sino ad un certo punto. La Roma ha segnato tanto, ma ne ha presi più di tutti, a parte il Pescara, ultimo in classifica. La Lazio del girone d’andata aveva un equilibrio straordinario e capitalizzava i suoi gol. Le squadre vincenti sono sempre quelle che subiscono meno, non quelle che segnano di più».

Arriva il derby, ma la Lazio deve volare a Istanbul. Meglio o peggio giocare giovedì con il Fenerbahce?
«Di sicuro non è un vantaggio. Si tratta di una partita importante e che richiederà uno sforzo elevato. Non è un campo facile, il pubblico si farà sentire. E poi mi sembra che i turchi siano in ripresa. Sino a qualche settimana fa viaggiavano tra il quinto e il sesto posto, ora sono secondi. La Lazio trova il Fenerbahce nel suo momento migliore e solo da venerdì potrà pensare al derby. La Roma ha perso a Palermo e avrà ancora maggiore voglia di reagire».

La Lazio può ancora sperare nel terzo posto o deve puntare sull’Europa League?
«Considerando il rendimento attuale del Milan, arrivare al terzo posto mi sembra problematico, ma ci si può provare. Certo la Lazio deve puntare sulla finale di Coppa Italia e ora può cominciare a pensare di arrivare in fondo all’Europa League. E’ una bella vetrina, prestigiosa. Serve un ultimo sforzo per agguantare la finale».

Come si vince il derby?
«Devi arrivare in condizione e possedere una convinzione interiore delle proprie forze. Contano gli episodi. E la maturità della squadra. La Lazio ora ha una solida esperienza. La Roma possiede da centrocampo in su qualità enormi, ma dietro subisce. Andreazzoli, rispetto alla precedente gestione, ha cercato di normalizzare e portare più equilibrio. Forse a Palermo la Roma è andata con troppa sufficienza. E’ il problema di molte squadre quando incontrano le piccole».

Lazio o Roma, chi parte favorito?
«Nel derby non ci sono favoriti. Certo la Lazio deve andare a Istanbul e giovedì dovrà tirare fuori il 110 per cento. Non ci sarà molto tempo per rifiatare e allora potrebbe essere importante il recupero totale di giocatori come Mauri e Klose. E poi ho visto Ledesma in crescita. Nelle ultime settimane era calato. Cristian, quando sta bene, dà equilibrio a tutta la squadra, permette ai terzini di salire, fa girare il pallone. L’anno scorso lo potevo alternare con Matuzalem, in questa stagione ha giocato sempre. Ma ora penso stia tornando a fare la differenza».

Reja ne ha vinti due.
«Il primo resta indimenticabile, una delle soddisfazioni più grandi della mia carriera. Vincere in rimonta a venti secondi dalla fine è stata una liberazione. E mi ha trasferito una carica esplosiva di entusiasmo. Il mio rapporto con i tifosi era complicato proprio perché venivamo da troppi derby persi. Il secondo l’ho vissuto in modo diverso, non dico più rilassato, ma con una consapevolezza differente. E’ un’atmosfera strana. La Roma ne ha persi tre e in qualche misura ne sarà condizionata, le parti si sono rovesciate. Prima era così per la Lazio».

Se Petkovic vince di nuovo, stabilisce e condivide con Reja un altro record. La Lazio non s’impone in 4 derby di fila dai tempi di Maestrelli e dal biennio 73-74.
«Non lo sapevo. Speriamo bene. Farò il tifo per la Lazio ovviamente. Sarebbe una grandissima soddisfazione raggiungere il record di Maestrelli. Oggi i valori delle due squadre sono cambiati. La Roma di Ranieri era più competitiva. Una squadra tosta, esperta, con giocatori abituati al derby. Vucinic segnava sempre. Questa è una squadra più giovane con Totti e De Rossi come guide».

Totti sta vivendo una delle sue stagioni più belle.
«Giocatore straordinario. E’ incredibile come riesca a trovare la condizione fisica conservando l’entusiasmo di sempre. Speriamo che lunedì non sia in forma…».

La Roma ha chiuso in 10 gli ultimi tre derby. Nelle sfide precedenti era stata la Lazio a perdere la testa. Contano i nervi in una partita così?
«La Roma ha cambiato società e non solo, stanno rinnovando, hanno ringiovanito la squadra, ci sono alcuni talenti non ancora abituati al derby, a parte ovviamente Totti e De Rossi. La Lazio è più quadrata, attraverso il mio lavoro e quello di Petkovic ha raggiunto la maturità. La Roma deve ancora trovare una linea, vive una fase di transizione e ci sono molte più incognite. Sotto pressione, capita di soffrire e di finire le partite in dieci».

A proposito di Petkovic, cosa le piace del suo successore?
«Quando è arrivato, aveva idee diverse. Poi ha trovato un compromesso. Ha ascoltato la squadra, che era abituata a giocare in un certo modo. Un passo lo hanno fatto i giocatori, un passo lo ha fatto lui, dimostrando pragmatismo e intelligenza tattica. Mi è piaciuto il suo equilibrio. E poi dal punto di vista umano mi sembra una persona squisita. Si vede da come gestisce, da come tiene il gruppo. Con Lotito e Tare, nei tre anni precedenti, era già stato avviato un processo di crescita. Posso dire di aver apparecchiato la tavola, Petkovic è partito bene portando avanti il mio lavoro. D’ora in avanti si vedrà il valore del tecnico».

Candreva, che era stato lanciato da Reja, può essere di nuovo l’uomo derby?
«Perché no? Nel girone d’andata è stato straordinario, è stato uno dei trascinatori della Lazio, il giocatore in più. Già nella scorsa primavera era stato protagonista. L’ho voluto fortemente a Formello. Ricordo come arrivò il 31 gennaio. Mi ero arrabbiato per alcune operazioni sfumate. A un quarto d’ora dalla chiusura delle trattative mi chiamò Lotito per l’ultima parola e decidemmo di prenderlo. Antonio ha avuto un periodo di flessione ma ora mi sembra stia tornando al top. Lo stesso discorso vale per Hernanes, che ha sofferto il trauma cranico. E’ stato fondamentale anche il recupero di Radu. Lo considero un mio “figlioccio”. L’anno scorso aveva saltato metà campionato. Rientrando, Stefan ha dato tranquillità alla fascia sinistra. L’importante è che regga e vada avanti Biava. Se non c’è lui, dietro entrano in difficoltà. Mi piace ricordare anche Marchetti. Era stato fermo un anno, ci abbiamo puntato forte, l’ho voluto a tutti i costi dopo l’addio di Muslera. Dopo un bel rodaggio è tornato ad altissimo livello e ha conquistato la nazionale. Ne sono felice».

Gonzalez terzino è stata una scoperta.
«E’ un giocatore duttile. Spesso, quando andavamo sotto e dovevo rimontare, lo mettevo dietro anche io. Mai in partenza, però. Può farlo quel lavoro. Mi dispiace per Cavanda, perché nella prima parte della stagione aveva fatto prestazioni importanti. E’ un ragazzo di valore, mi sembrava maturato. Non so di chi siano le colpe, non entro nel merito, ma in quella zona di campo dava un bel contributo, anche perché Konko ogni tanto va gestito, gli puoi dare respiro e accetta la panchina. Servivano alternative. Pereirinha è appena arrivato, ha bisogno di tempo e mi sembra un giocatore più propenso alla fase offensiva».

Cana difensore centrale la sorprende?
«Lo vedevo più in una difesa a tre che a quattro. Può farlo, se sta bene. Io l’ho avuto poco. Quando cominciava a entrare in forma, s’è fatto male ed è stato fuori tre mesi. E’ consistente fisicamente, ha bisogno di giocare. Più gioca, più cresce di condizione. Non è un giocatore da panchina».

Ci sono dei giovani in rampa di lancia. Onazi s’è consacrato. Lotito aspetta Keita. Che ne pensa?
«Onazi nel 2010 venne in prova a Formello: dopo due o tre giorni di allenamento dissi alla società di prenderlo. L’anno scorso ha avuto la pubalgia e alcuni problemi fisici, i giovani hanno bisogno di tempo, ma alla penultima giornata di campionato lo feci esordire a Bergamo. Keita voleva allenarsi sempre con noi. Ha mezzi straordinari, punta l’uomo. Io l’avrei fatto quasi giocare, ma bisognava aspettare il tesseramento. E’ un giocatore di talento».

Ha la testa per diventare un campione?
«Speriamo. D’altra parte certi giocatori di qualità bisogna saperli guidare, mettendo in preventivo qualche difficoltà. Come è successo nei casi di Balotelli e Cassano».

Su Zarate aveva ragione Reja.
«Questo argomento era alla base di alcune difficoltà che ho avuto con la curva. Il problema non è mai stato la qualità del giocatore, ma il modo in cui considerava il suo rapporto con la squadra. Era al di fuori. Se la Lazio ha ottenuto in questi tre anni certi risultati è stato proprio per la linea di condotta, per il modo di gestire, per la considerazione del gruppo».

Lulic s’è sbloccato adesso dopo alcuni mesi in cui non sembrava più lo stesso della passata stagione.
«Mi dispiaceva, lo vedevo soffrire. Ma lui è fatto così. Va in depressione. Si deprime se non rende. Ora, attraverso le prestazioni, ha ritrovato fiducia. Era soprattutto un aspetto emotivo, non tecnico e non credo fisico. Resta un giocatore che rende da centrocampo in avanti, anche se è migliorato molto dal punto di vista difensivo».

Quanto le manca il campo?
«Tanto, perché per 31 anni di fila ho fatto l’allenatore. Ci sono state alcune opportunità, chi ha cambiato guida tecnica mi ha contattato, ma non erano occasioni favorevoli. Ne ho approfittato per riacquistare lucidità dopo stagioni particolarmente stressanti. Cinque anni a Napoli e tre alla Lazio più una parentesi molto intensa a Spalato, dove sono arrivato in mezzo a una contestazione dei tifosi, hanno rappresentato un bell’impegno. Ora ho ricaricato le batterie».

Si può dire che le resta il rimpianto della Champions?
«Beh sì, sarebbe stato bello arrivarci. Ci voleva un briciolo di fortuna in più. Sarebbe bastato recuperare Klose 15 giorni prima».

Cosa augura alla Lazio?
«Di centrare il doppio obiettivo. Vincere Coppa Italia ed Europa League significherebbe coronare una grande stagione. L’anno passato siamo stati sfortunati, trovando l’Atletico Madrid, che poi avrebbe vinto il trofeo. Erano i più forti. Con il Fenerbahce non sarà facile, ma la Lazio può spuntarla. E poi si vedrà».

Freddo e bora. Edy Reja ieri mattina è stato costretto a lasciare la bicicletta nel garage della sua casa di Lucinico, in provincia di Gorizia. Niente uscita, aveva pedalato solo nella mattina di Pasqua. La primavera è in ritardo e ci vorrà altro tempo per alzare le vele, l’altra sua grande passione, nelle acque di Monfalcone. Così si è rilassato in salotto, parlando della Lazio, sua creatura, plasmata negli ultimi tre anni e lasciata la scorsa estate a Petkovic. Se il suo successore riuscirà a battere la Roma, stabilirà un primato da condividere con Reja, autore di una doppietta nella passata stagione. La Lazio non vince 4 derby di fila in campionato dai tempi di Maestrelli e del primo scudetto. Sembra quasi un appuntamento con la storia. Il riposo ha permesso a Edy di ricaricare le batterie, non ha smesso di pensare al calcio, l’anno prossimo tornerà ad allenare. Prima che Garrone scegliesse Osti come ds e Rossi in panchina, è stato a un passo dal sostituire Ferrara alla guida della Sampdoria. Segue con simpatia e affetto la Lazio. Ieri ci ha raccontato tutto.

Fonte: Il Corriere dello Sport

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