L’INTERVISTA – Stefano Lovati, “Vi racconto mio padre Bob”

L’INTERVISTA – Stefano Lovati, “Vi racconto mio padre Bob”

«Addio gioventù». E’ il primo giugno 1960, Bob Lovati sposa la signora Lidia Panicali e celebra la firma del suo matrimonio nel solito modo ironico, scanzonato. «Ti mando la foto. Vedrai, il prete assomiglia a Lotito. E’ uguale, impressionante. Sembra il papà di Lotito. Chissà, forse era un segno del…

«Addio gioventù». E’ il primo giugno 1960, Bob Lovati sposa la signora Lidia Panicali e celebra la firma del suo matrimonio nel solito modo ironico, scanzonato. «Ti mando la foto. Vedrai, il prete assomiglia a Lotito. E’ uguale, impressionante. Sembra il papà di Lotito. Chissà, forse era un segno del destino» racconta Stefano. L’intervista comincia così, sorridendo, nel ricordo di Bob, suo padre, prima ancora che simbolo, icona e signore della Lazio. Sabato, quando la squadra di Petkovic scenderà in campo all’Olimpico per affrontare il Catania, saranno passati due anni dalla sua scomparsa. Se ne andò il 30 marzo 2011, spegnendosi serenamente nel sonno, a quasi 84 anni. Una vita da gentleman, spesa nella passione per la Lazio, amato dalla gente, rispettato da tutti, così discreto e riservato da diventare fuori moda ai tempi di oggi. Eppure è come se non se ne fosse mai andato. Soltanto il suo nome suscita un’emozione, un brivido di nostalgia. Portiere, allenatore, dirigente, osservatore, papà di tutti noi. Cosa sia stato Bob Lovati lo sa soltanto chi ha conosciuto la vera Lazio. Suo figlio Stefano, chirurgo ortopedico e oggi consulente di fiducia del club biancoceleste, ha provato a raccontarcelo.

Se diciamo Bob Lovati, qual è il suo primo pensiero e l’immagine che ricorda?
«Penso a mio padre, all’aspetto familiare prima ancora che alla Lazio. Sono cresciuto accanto a lui. C’è un’immagine, venendo al calcio, che non potrò mai dimenticare, ovvero quando mi portava a Pievepelago in ritiro con la prima squadra. Salivamo io e lui sul duetto e partivamo. Poi arrivava anche la sua compagna Carla. Io ricordo il viaggio, con la cappotta abbassata. Mio padre aveva anche un’anima godereccia, gli piaceva il sole. E io quella settimana mi divertivo da matti».

Cosa ricorda della sua carriera di calciatore?
«Poco. Ha smesso subito dopo il matrimonio. Da portiere l’ho vissuto nei racconti di chi l’ha conosciuto e in qualche filmato. E’ stato forse il primo di una scuola che poi si è evoluta in altezza. All’epoca molti portieri erano bassi. Bob cominciò a modificare le caratteristiche del ruolo. Era altissimo e usciva di pugno».

E’ stato il portiere che prese il posto di Sentimenti IV e della prima Coppa Italia della Lazio nel ‘58.
«Bob era molto schivo, riservato. Non mi ha mai parlato dei suoi successi, non diceva mai “ho fatto questo o quello”. Il calcio, per mio padre, è stato un modo per trasmettermi alcuni valori della vita, quello che può trasferirti con le amicizie e nel rapporto con gli altri. A casa, per esempio, veniva sempre Giancarlo Molino, un suo grandissimo amico. Era il terzino destro della Lazio in cui aveva giocato. Ma più dei successi e dei momenti belli, con ironia Bob mi raccontava le sue debacle».

Per esempio Da Costa, l’attaccante della Roma che segnava sempre nel derby.
«Giusto. Lo soffriva molto. Aveva già smesso di giocare. Lo accompagnai una domenica a Frascati per un derby tra vecchie glorie di Roma e Lazio. Bob s’era messo in porta. Da Costa gli segnò un altro gol. S’arrabbiò così tanto da lasciare il campo, togliersi i guanti e buttarli per terra… Da Costa lo aveva fatto impazzire. Una volta, dopo un derby e una scommessa persa, Bob accettò di vestirsi da cameriere e lavorare per un giorno intero al bar. Doveva servire il caffè ai tifosi, accettò di pagare la scommessa. Un’altra debacle che ricordava spesso fu la seconda e ultima apparizione in nazionale. Aveva esordito all’Olimpico con l’Irlanda, vittoria e porta inviolata. A Zagabria, invece, l’Italia venne travolta dalla vecchia Jugoslavia. Prese sei gol. Un cappotto insopportabile. Ma poi, quando mi raccontava quella partita, esplodeva. “Era scarsa la difesa”, diceva».

Qual era il rapporto di Bob con la Roma?
«Mi ha sempre parlato bene e aveva una grandissima stima di Dino Viola. Il rapporto è stato ottimo anche con Franco Sensi. Me ne resi conto personalmente una volta in cui il presidente della Roma capitò all’ospedale San Carlo. “Mi porti i saluti a suo padre”. Me ne parlò benissimo, rimasi colpito. E poi, quando Bob è morto, Rosella Sensi fu una delle prime a telefonarmi. Mi chiese se avevo piacere che in Chiesa per il funerale ci fossero anche i vessilli della Roma. Io dissi di sì. Lo trovai un gesto di grande rispetto e vicinanza a Bob. E’ sempre stato rispettato anche dai tifosi della Roma. Una volta, dopo un derby, andammo via insieme dallo stadio. Ero ancora bambino. Venimmo accerchiati da un gruppo di tifosi. Ci fu qualche attimo di tensione. Quando si accorsero di aver incontrato Bob Lovati, preferirono andarsene. “Lasciamo perdere”, dissero».

Tra tante targhe e trofei, se ne ricorda uno a cui Bob era particolarmente legato?
«Più dei trofei, una sua foto, che lo ritraeva con Luciano Re Cecconi. La teneva in salotto. Era legatissimo a quell’immagine e così mi faceva capire, dal punto di vista umano e in termini di rapporti, cosa gli aveva dato il calcio».
Bob è stato anche allenatore della Lazio. Com’era il papà in panchina?
«Da tecnico l’ho vissuto a 360 gradi e con l’entusiasmo di un bambino. E’ stato il momento in cui ho vissuto più da vicino la squadra. Quando si giocava in casa andavo anche io sull’Aurelia, nell’albergo che ospitava il ritiro, e poi salivo sul pullman diretto allo stadio Olimpico. Bob è stato il vice di Lorenzo e di Maestrelli. Con Tommaso viveva in simbiosi, spesso la sera andavamo a cena a casa sua, in via Banti, collina Fleming. La sua famiglia era diventata la nostra. Il rapporto era intimo, non solo legato al calcio. Il momento più bello lo vivevo a Tor di Quinto, ogni pomeriggio. Entravo anch’io negli spogliatoi, mi mettevo i pantaloncini e gli scarpini, mi cambiavo e cominciavo a giocare con Massimo e Maurizio Maestrelli, con il figlio di Trippanera, il massaggiatore. Tutti in campo con il pallone. Io ero legato molto a Martini e Re Cecconi, erano quelli che si divertivano di più a giocare con me. E anche Pino Wilson mi seguiva. Chinaglia, invece, stava un po’ sulle sue».

Com’è stato il Lovati allenatore in prima?
«Parlava pochissimo, era molto più in tensione, si teneva tutto dentro».

Ha mai pensato di fare il calciatore?
«Sì, come tutti i bambini. Ma Bob mi tarpò le ali, non voleva che diventassi calciatore, cercò di dissuadermi, quello era un mondo particolare, lo aveva intuito, illusorio per chi non possedeva grandi doti, e poi mi diceva: “Ma dove vai? Sei una pippa!”. Così abbandonai presto l’idea. Già all’epoca del liceo avevo deciso che mi sarebbe piaciuto diventare medico. Lui era contento, lo sapevo, ma non lo ha mai esternato».

Bob è stato anche osservatore di altissimo livello della Lazio.
«Sino a prima dell’avvento di Lotito, lo mandavano a studiare le squadre che poi avrebbero incontrato la Lazio. Tornava a casa la domenica sera e durante la notte scriveva delle relazioni memorabili. Movimenti dei giocatori, schemi, come battevano angoli e punizioni. Andavo a leggere quei fogli e spesso capitava, una settimana dopo, di rivedere tutto in partita. Ha sempre avuto una grande competenza».

Ci sono state anche tante missioni all’estero.
«Beh, sì, andava a vedere i calciatori su cui potevano nascere interessi di mercato. Una volta la società lo spedì in Colombia per studiare Valderrama. Doveva restare una settimana. Mi chiamò per dirmi che si sarebbe spostato da Cali a Medellin. E poi ancora un’altra telefonata, un’altra settimana e così via. Prendeva tempo. Gli dissi: “Papà, ma che fai? Quando torni?”. Mi rispose: “Ma sai, devo vedere altri calciatori”. Tornò dopo un mese. Era abbronzatissimo. Andai a sbirciare per curiosità i suoi appunti. Oltre alla relazione su Valderrama, trovai le foto di alcune belle signorine e il ricordo di piacevoli serate in qualche locale. Valderrama non venne mai alla Lazio. In compenso, dopo qualche settimana, arrivò a casa nostra una bella cameriera colombiana…».

Lovati ha attraversato anche gli anni più bui della Lazio. Come viveva quei momenti?
«Con serenità e la solita discrezione. Lo vidi molto preoccupato nel periodo in cui era allenatore e arrestarono Manfredonia e Giordano per le scommesse. Ha avuto un buon rapporto prima con Calleri e poi con Cragnotti, ricordo quando andavo a trovarlo nella sede di via Margutta. Viveva la società con entusiasmo».

Come ha reagito quando lei è diventato l’ortopedico di fiducia della Lazio?
«Era molto contento, mi fece i complimenti, mi avvertì che trattando la salute dei calciatori sarebbero aumentati i rischi e le responsabilità della mia professione. Ma era orgoglioso e mi faceva molte domande, si teneva informato, anche perché i tifosi spesso gli chiedevano notizie sulla salute di questo o quel giocatore. Era contento, e ci tengo a raccontarlo, anche perché non mi ha mai raccomandato o aiutato nel calcio o in ambito professionale oppure all’università. Lavoravo con Carfagni, operai Ledesma al ginocchio. Alla Lazio arrivai perché mi chiamarono Sabatini e Lotito».

Un sabato di vigilia il dottor Lovati piomba a Formello per l’allenamento e chi trova in panchina accanto a Rossi?
«Una sorpresa, non mi aveva detto niente. Era andato a Formello per seguire l’allenamento. Entro in campo, me lo trovo davanti e lui mi chiede: “Che ci fai qui?”. Aveva un rapporto straordinario con Delio, spesso andava a vedere gli allenamenti. A proposito di questo argomento, ne ho lette e sentite di tutti i colori. Lotito non ha mai bandito o allontanato Lovati da Formello. Quando è arrivato, ha fatto una scelta aziendale. Anzi, vi racconto un episodio. Un giorno Bob arriva al centro sportivo. Al cancello lo accoglie una guardia giurata appena arrivata a Formello, non lo conosceva. E gli chiede: “Lei chi è?”. Papà rispose a tono: “Ma chi è lei?”. Lotito, appena venne a saperlo, chiamò la guardia: “Non si permetta più di fermare Lovati”. Certo, agli occhi dei tifosi, ha messo fuori dalla società bandiere come Lovati e Pulici, quindi era criticabile. Bob era un’icona».

Era amatissimo dalla gente.
«Sì e di questo ne vado orgoglioso. Papà ha lasciato un segno profondo. Lo ricordano tutti in un certo modo, gli volevano bene perché ha sempre trattato tutti alla stessa maniera. Anche al mercato si fermava a parlare con il fruttivendolo come se stesse con il presidente della Repubblica. Questo è stato il suo grande insegnamento. Era lo stesso con tutti».

Bob è qui accanto a noi. Cosa vorrebbe dirgli?
«Ci sono cose mai dette a un padre, ma le tengo per me e lui lo sa. Conservo il suo ricordo e le ultime immagini di nonno affettuoso. Con Ludovica e Mariasole, le nipoti, era completamente cambiato, giocava e si rotolava per terra, faceva cose che non gli avevo mai visto fare. Neppure con me»

Fonte: Il Corriere dello Sport

0 commenti

Commenta per primo!

Inserisci qui il tuo commento

Recupera Password

accettazione privacy