MEMORIAL CHINAGLIA – Oddi, Wilson e Giordano..

MEMORIAL CHINAGLIA – Oddi, Wilson e Giordano..

ROMA – Finita la storia, è iniziata la leggenda: Chinaglia è ancora il grido di battaglia. Perché mio fratello Giorgio è figlio unico: chiedetelo alla banda del ’74, con Oddi e Wilson in prima fila a Ciampino, insieme al “figlioccio” Bruno Giordano e al dottor Pino Capua. A un anno…

ROMA – Finita la storia, è iniziata la leggenda: Chinaglia è ancora il grido di battaglia. Perché mio fratello Giorgio è figlio unico: chiedetelo alla banda del ’74, con Oddi e Wilson in prima fila a Ciampino, insieme al “figlioccio” Bruno Giordano e al dottor Pino Capua. A un anno dalla sua scomparsa c’è ancora troppa voglia di non dimenticare la storia, il cuore, il mito. È nello sguardo lucido di chi l’ha conosciuto: “Il 25 aprile alle ore 17 accorrete in massa allo stadio Arnardo Fuso di Ciampino”, l’appello in conferenza stampa al fianco dell’organizzatore del Memorial Giorgio Chinaglia, Gino Vannini. Che spiega: “Parte del ricavato verrà devoluto all’associazione Alessandro Bini per la salvaguardia nel calcio. Ci sarà anche un omaggio al grande cantautore Franco Califano”.

C’è lo spirito dello scudetto del ‘ 74, c’è Long John nell’aria, poeta maledetto spargilacrime. Fra il fango e il profumo dei ricordi, c’è il guerriero della Nord, il sogno e l’incubo dell’Olimpico, un moto perpetuo che neppure la morte ha fermato: “Per me Giorgio è ancora qui con me, è immortale. Eravamo molto attaccati io e lui. Ci sentivamo in continuazione anche quando era in America – racconta l’amico Oddi – e quindi io sono pronto ad andare in capo al mondo per commemorare un grande uomo. Bugie su Chinaglia, era un buono, se non lo fosse stato non gli sarebbe mai capitato tutto quello che è successo. E’ assurdo che non sia mai potuto tornare in Italia”. C’è tutta la spirale del dolore in queste parole: un oceano, Naples, la Lazio, i tifosi e quel gigante ormai di un altro mondo. Chinaglia è morto d’ amore: “Ero troppo innamorato della Lazio, ho fatto delle scelte sbagliate – confessava Giorgione qualche giorno prima di lasciarci – e non vedo l’ora di tornare in Italia per chiarire”. Non ne ha avuto il tempo, ha smesso di urlare dal suo esilio a 65 anni in Florida, dove viveva da quando la tentata scalata alla Lazio nel 2006 gli era costata un mandato di cattura per riciclaggio.

Ha sferrato l’ultimo calcio ormai un anno fa, un gol eterno nel cuore dei laziali. Calcio e cazzotti, reti e successi, roccia in campo, calamita dei guai fuori. Raccontano tanti aneddoti divertenti Oddi e Wilson, in conferenza stampa. Il capitano ammette: “Lo conosco dal 67′, è stato un vero compagno di merende”. Ogni singolo angolo biancoceleste profuma ancora di Giorgione ribelle, guascone, attaccabrighe, semplicemente unico. Calcio e pistole, gigante buono e orco delle favole, il bene e il male, una bandiera mai piegata. Quando la follia diventa splendida malattia. Giorgione ha contagiato un popolo, plasmato un bambino-campione nella sua grandezza: “Io ho avuto la fortuna di fare il suo raccattapalle, poi di passargli la palla, è stato il mio presidente, il mio mito. E’ passato un anno dalla sua morte – giura Giordano – ma a me non sembra vero. Giorgio ha fatto sentire forte il laziale, il suo ricordo sarà eterno. E anche se ha sbagliato un po’, guai a infangare la storia di Giorgio uomo e giocatore”. Le sue corna al San Paolo con ghigno beffardo ancora irridono tutti dall’alto. E c’è un dito che indicherà il cielo per sempre.

Alberto Abbate

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