Mihajlovic, «Bravo Petkovic»

Mihajlovic, «Bravo Petkovic»

ROMA – Ha fatto parte della Lazio più forte di sempre e ora sta cercando di portare la Serbia al mondiale del Brasile. Ma Sinisa Mihajlovic ha conservato la residenza romana e, appena gli impegni glielo consentono, segue la Lazio all’Olimpico. «Certi amori non finiscono mai». Le manca il calcio…

ROMA – Ha fatto parte della Lazio più forte di sempre e ora sta cercando di portare la Serbia al mondiale del Brasile. Ma Sinisa Mihajlovic ha conservato la residenza romana e, appena gli impegni glielo consentono, segue la Lazio all’Olimpico. «Certi amori non finiscono mai».

Le manca il calcio italiano?

«Certamente e anche tanto, comunque continuo a guardarlo».

Ma quando tornerà?

«Magari dopo il Mondiale, tra due anni. La Federazione voleva che firmassi un contratto di quattro stagioni, ma ho rifiutato. Mi sono legato fino al 2014. Se la Serbia non si qualificherà darò li dimissioni, altrimenti la porterò fino al Brasile».

Ma il nostro calcio, più povero e meno spettacolare, riesce ancora ad attirare le attenzioni?

«Il fascino resta intatto, ma le cose sono cambiate. Quando arrivai in Italia, nel 1992, era il campionato più importante del mondo. Poi è stato superato da Inghilterra, Germania, Spagna e Francia. Un calcio più brutto e senza quei soldi che consentono, a tanti club europei, di acquistare i migliori calciatori. Dieci-quindici anni fa era impensabile che il Milan vendesse i suoi campioni. Ma questa situazione nuova ha reso più equilibrato il torneo perché le squadre forti sono diventate meno forti e quelle di seconda fascia si sono potute avvicinare alle avversarie di testa. Nonostante tutto, in Italia, è sempre bello giocare».

Qual è stata l’ultima partita che ha guardato dal vivo?

«Lazio-Genoa, persa immeritatamente dai biancocelesti».

Le è piaciuta la Lazio di Petkovic?

«Parecchio, in quanto ho ammirato una squadra interessante».

Che differenza ha trovato rispetto a quella di Reja?

«Il nuovo tecnico è stato intelligente a cambiare pochissimo negli uomini. Questa Lazio gioca quindici metri più avanti rispetto alla precedente e questo significa che propone un calcio più dinamico e offensivo. Inoltre, ho visto dei giocatori bravi sia nel possesso palla, che nei movimenti. Insomma, si nota la mano dell’allenatore che è riuscito a garantire un’identità alla squadra».

Che giudizio si è fatto di Petkovic?

«Non lo conoscevo ed ero curioso di vederlo. Ammetto che mi ha sorpreso positivamente: complimenti a Tare e Lotito che l’hanno scelto e portato alla Lazio».

Una Lazio che sta facendo bene: ma dove potrà arrivare?

«Anche contro il Genoa, pur perdendo e con qualche pausa, ha disputato una buona gara. In considerazione che le forti sono diventate meno forti e che il gap è diminuito, penso che possano competere a pieno titolo per il terzo posto. Devono crederci».

Le prime due posizioni della classifica sono assegnate?

«Credo che Juve e Napoli abbiano qualcosa di più. Però l’esperienza insegna che, quando c’è qualità per lottare al vertice, possono anche capitare situazioni impensate che riesci a sfruttare. E la Lazio dispone di un organico molto valido, con individualità di spicco, in grado di confermare e migliorare i piazzamenti delle ultime stagioni».

Da una parte Petkovic, che guida una Lazio lanciata, dall’altra Zaman, che non riesce a far decollare la Roma.

«Meno della Lazio, ma anche la Roma è forte. Credo nelle capacità del boemo, che deve avere la possibilità di lavorare con tranquillità per costruire una squadra nuova. Servirà pazienza, ma i risultati arriveranno».

Forse ha un organico con troppi giovani?

«Se un giovane è bravo, deve giocare. E quelli giallorossi hanno del talento. Non credo a un problema anagrafico».

A parte Petkovic e Zeman, quale altro allenatore le piace?

«Su tutti Montella: è giovane e preparato. Ha saputo ricostruire la Fiorentina rendendola competitiva. E’ stata l’unica formazione a rischiare di battere la Juventus».

Lei in nazionale ha messo in atto una rivoluzione.
«Mi sono affidato a un gruppo ventidue-ventitrè di ragazzi giovani e tecnicamente validi. Ho lavorato e lavoro affinché credano nelle loro possibilità. Ho accettato una sfida e spero di vincerla, costruendo la nazionale del futuro. Poi tornerò ad allenare in Italia».

Fonte: Gabriele De Bari – Il Messaggero

Rob.Ma. – Cittaceleste.it

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