Candreva: “Non andrei mai alla Roma”. Poi il test…

Candreva: “Non andrei mai alla Roma”. Poi il test…

Scusi Candreva, l’ha letto La Metamorfosi? «…». Vabbè, non è un peccato mortale. Soprattutto perché, avesse preso in mano il racconto di Kafka nel momento sbagliato, cioè nei tre mesi più difficili della sua vita, avrebbe potuto finire in analisi. A chi non se la passa bene, la tragica storia…

Scusi Candreva, l’ha letto La Metamorfosi?
«…».

Vabbè, non è un peccato mortale. Soprattutto perché, avesse preso in mano il racconto di Kafka nel momento sbagliato, cioè nei tre mesi più difficili della sua vita, avrebbe potuto finire in analisi. A chi non se la passa bene, la tragica storia di Gregor Samsa, commesso viaggiatore che si scopre trasformato in un insetto grosso e schifoso, rischia di fare l’effetto di una martellata su un dito già rotto. E nell’aprile di un anno fa Antonio Candreva, 26 anni, romano, ala di gran tecnica e straordinario rendimento della Lazio e della Nazionale, era avvilito abbastanza per deprimersi ulteriormente con racconti di alta ma tristissima letteratura.

Se lo ricorda, lo striscione che gli ultrà le fecero trovare al primo giorno d’allenamento? “Benvenuto all’inferno”, c’era scritto.
«Me lo ricordo eccome. Lo guardai e provai delusione, amarezza, impotenza. E ricordo che, all’uscita, Andrea Moretti, il mio agente, mi fece sdraiare sul sedile posteriore della sua auto per evitare che i tifosi ammassati all’esterno mi riconoscessero».

Ai loro occhi, il suo peccato originale consisteva nell’essere stato tifoso della Roma da bambino.
«Sono cresciuto a Tor de’ Cenci, quartiere romanista. Ho cominciato a giocare nel Lodigiani, storico serbatoio giallorosso. La mia prima partita alla Juve l’ho giocata contro la Roma: alla vigilia mi chiesero quali fossero i giallorossi che preferivo e io feci i nomi di Totti e De Rossi. Dissi la verità, nient’altro».

Le pare normale che nel calcio italiano un professionista non possa dichiarare simpatia per chi porta i colori dell’altra squadra della città?
«No che non mi pare normale».

 

 

Ha capito che quasi sempre la sincerità non paga?
«Sì. Infatti nelle interviste sono diventato più banale. Dire quello che si pensa lascia addosso fastidiose etichette».

Lei disse: trasformerò i fischi in applausi. Per riuscirci ha dovuto forzare il proprio carattere o è di natura un tipo orgoglioso e sicuro di sé?
«Sicuro di me senz’altro, orgoglioso tanto. Volevo far ricredere chi mi criticava perché il vero Candreva non era quello visto alla Juve e poi a Cesena, il giocatore che un po’ si era perso. Ma sinceramente non credevo che sarei riuscito a trasformarli in applausi, quei fischi».

Perché?
«Perché non ero me stesso. Ero triste, cupo. In campo non riuscivo a fare le cose che sapevo. Era difficile uscire di casa, era difficile andare a Formello ad allenarmi».

Ha temuto per la sua incolumità?
«No, quello no. Non sono mai stato aggredito fisicamente. Ma di insulti ne ho presi tanti (ride). Visto come sono andate le cose, posso dire che mi hanno dato la spinta a non mollare. Poi è arrivato quel 7 aprile, la partita col Napoli, e lì è cambiato tutto. Era destino».

In che senso?
«Una settimana prima era morto Giorgio Chinaglia: per i laziali, più di un idolo. Allo stadio c’era un’elettricità particolare. Io non ero neanche sicuro di giocarla, quella partita. Vivevo un momento molto duro: la gente non mi voleva. Le chiacchiere sul mio presunto tifo romanista facevano di me un nemico, il fatto che fossi arrivato all’ultimo giorno del mercato di gennaio dopo che erano circolati i nomi di Honda e Nilmar mi davano il valore di uno scarto: non riuscivo a immaginare una situazione peggiore».

E dunque?
«Dunque, la mattina della partita viene da me Reja, il nostro allenatore all’epoca, e mi dice: tu oggi giochi. Mi si accende una scintilla, capisco che è la mia ultima possibilità. Gioco alla grande, faccio gol, corro sotto alla Nord, la nostra curva. Quel giorno sono rinato».

E due domeniche dopo, il 22 aprile, contro il Lecce, i tifosi la chiamarono sotto la curva prima della partita.
«Sì. Il mio nome era stato sempre fischiato all’annuncio della formazione. Quella volta, all’ingresso in campo, i capi ultrà mi aspettavano sulla pista. Mi avvicinai, e dissero: “In questi mesi hai dimostrato impegno. Hai dimostrato di tenerci. Da oggi ti lasceremo tranquillo, perché per noi sei entrato a far parte della Lazio”».

E lei?
«Risposi: “Finché starò qui darò il duecento per cento per questa maglia”. Lo avrei fatto comunque, adesso a maggior ragione: mai sono stato coccolato come qua, da aprile 2012 a oggi. Il concetto di senso d’appartenenza per me significa davvero qualcosa, ora. Ma non dimentico che senza quel gol al Napoli oggi probabilmente non sarei qui».

Diventare capitano?
«Ne sarei fiero, ma in squadra c’è gente con più anni di servizio e più esperienza rispetto a me: penso a Ledesma, a Radu. Io mi candido a punto di riferimento nel gruppo: ci provo già, anche se potrei fare di più».

L’11 novembre dell’anno scorso è arrivato il gol nel derby: è stato quel giorno, che si è sentito definitivamente laziale?
«Sì. Capii di essere entrato nella storia del club».

Allora è venuto il momento del test di lazialità. (sguardo perplesso) Il ritornello, almeno quello, dell’inno della Lazio.
«… Senza musica non mi viene…».

Lazio sul prato verde…
«… vola, Lazio tu non sarai mai sola. Vola un’aquila nel cielo, più in alto sempre volerà!».

La formazione del primo scudetto, stagione 1973-74.
«Nun me fa fa’ brutte figure… Pulici… (mmm)… Wilson…».

In ordine: Petrelli…
«Wilson…»



O…
«Oddi, Martini. Centrocampo: Re Cecconi… ».

Fru…
«Frustalupi».

Na… Nann…
«Nanni».

Vi… Vince…
«Vincenzo D’Amico! Poi Chinaglia e Garlaschelli. Dài, qualcuno l’ho preso!».

Chi ha più presenze nella storia del club?
«Alessandro Nesta».

No, Favalli. Quello che ha fatto più gol?
«Piola. La figlia m’ha pure premiato».

Quello che ha segnato per primo in una coppa europea?
«Chinaglia».

Se la chiamasse la Roma?
«No. Non accetterei mai».

E’ nato trequartista, si è adattato da centrocampista, si è affermato all’ala: con un cognome brasiliano, la sua carriera sarebbe stata più facile?
«No. Se non sono esploso prima è anche colpa mia. Non sono stato abbastanza continuo, ma è vero che è difficile esserlo se non sei pronto mentalmente. Ed è impossibile riuscirci se non giochi. All’estero, se uno è bravo, non guardano la carta d’identità».

I più forti al mondo nel suo ruolo?
«David Silva. Ribéry».

E in Italia?
«Cerci. Insigne. El Shaarawy».

Candreva, la sua è una rivincita contro qualcuno?
«No. Provo solo l’orgoglio di aver fatto vedere che lavorare a testa bassa paga. Poi, certo, ci vuole anche fortuna. Ma la fortuna te la devi andare a cercare». (Sportweek-Gazzetta dello Sport)

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