“Disegnello” si confessa: “Portare il volto di Gabriele Sandri sotto la Nord è stata una grande responsabilità”

“Disegnello” si confessa: “Portare il volto di Gabriele Sandri sotto la Nord è stata una grande responsabilità”

ROMA – Si chiama Massimo Di Clemente, in arte “Disegnello”. È lui, tatuatore di professione e laureato con 110 e lode all’Accademia delle Belle Arti, l’autore delle coreografie che la Curva Nord utilizza in occasione dei derby. Quella proposta dai tifosi della Lazio nell’ultima stracittadina è stata un vero e…

ROMA – Si chiama Massimo Di Clemente, in arte “Disegnello”. È lui, tatuatore di professione e laureato con 110 e lode all’Accademia delle Belle Arti, l’autore delle coreografie che la Curva Nord utilizza in occasione dei derby. Quella proposta dai tifosi della Lazio nell’ultima stracittadina è stata un vero e proprio capolavoro. Si tratta di una rivisitazione della scultura di Canova, “Adone e Venere”, da cui Disegnello ha preso spunto adeguandola ovviamente ai colori biancocelesti: “Sul tavolo  –  racconta Massimo – c’erano varie idee. Come sempre ci riuniamo e decidiamo tutti insieme cosa realizzare a seconda del momento che sta vivendo la Lazio. Proprio per questo siamo partiti dalla frase ‘a te ho giurato fedeltà eterna, a te darò eterno amore’. Allora ho cercato tra le opere di Canova, perché lo conoscevo bene avendolo studiato all’Accademia delle Belle Arti. Un tema, quello dell’amore, che lui ha espresso sia nell’opera “Amore e Psiche”, che in quella che poi abbiamo scelto, “Adone e Venere”.

Perché proprio quella? “Perché in quella carezza è racchiuso tutto l’amore tra i due soggetti principali. Adone sta per andare a caccia e Venere gli si avvicina per metterlo in guardia. I due si guardano negli occhi, e lei lo saluta passandogli la mano sul volto. È un atto d’amore e un gesto molto romantico. Abbiamo trasformato il disegno allungandole la veste, colorandolo di biancoceleste e scrivendoci sopra la scritta S. S. Lazio. Questo perché noi tifosi siamo rappresentati da Adone, mentre la Dea Venere è la Lazio. In più, abbiamo aggiunto accanto un capitello ionico con sopra ben in vista la Coppa Italia”.

Come si realizza una coreografia del genere? “La tecnica non l’ho inventata io [sorride, ndr], ma la usavano anche Michelangelo e Raffaello. Ho studiato decorazione pittorica all’Accademia delle Belle Arti con il professor Gino Marotta, che mi ha formato e che purtroppo è venuto a mancare un anno fa. Con lui ho imparato che tanto per disegnare la Cappella Sistina, quanto per qualsiasi affresco, si utilizza sempre il metodo del quadrettato. Sostanzialmente si esegue il disegno normale su cartoncino, poi viene quadrettato in centimetri per poi riportarlo dove si vuole in scala ingrandita. Tracciamo dei punti sulla tela e io passo per disegnare. Non è semplice, perché l’opera è gigante e si devono valutare pure gli effetti ottici della Curva, che scendendo verso la vetrata è quasi orizzontale, mentre salendo in direzione del tabellone diventa verticale. Per questo dobbiamo dare anche una sorta di prospettiva”.

Quante persone e risorse economiche servono? “Più persone partecipano e meglio è. Diciamo che ne occorrono almeno una ventina per mettere le plastiche e non sporcare il capannone che affittiamo per lavorare, per stendere la stoffa. Viene fatta una colletta per comprare vernici, stoffa, decorazioni e qualcosa da mangiare durante i lavori. In totale servono circa 7-8mila euro, certe volte anche di più. Siamo un’equipe tosta, composta da ragazzi volenterosi. Ci organizziamo perfettamente: c’è chi fa striscioni da una parte, chi va a comprare le vernici, chi addirittura si sposta e va in trasferta per prendere decorazioni e chi sta vicino a me totalmente e prende i punti, mi ricorda le misure, mi aiuta a stendere la stoffa mentre traccio la linea. Un gran lavoro, insomma. Che facciamo con piacere, perché nel mentre ci divertiamo, raccontandoci vecchi aneddoti di Curva e di trasferte. Si crea un’atmosfera intima molto bella. Senza l’aiuto di tutti i ragazzi non sarebbe possibile realizzare queste coreografie”.

Le tempistiche quali sono? 
“In questo caso ci è voluto il doppio del tempo, perché il capannone che abbiamo affittato era lungo 40 metri e largo 18, mentre la coreografia era 40×30. Quindi abbiamo dovuto lavorare a metà, facendo prima una parte, arrotolando la stoffa e poi realizzando l’altra. Complessivamente mi sono servite circa 16 ore: sono entrato alle 19.30 di sera e me ne sono andato alle 7.30 del mattino successivo, e a queste vanno aggiunte altre quattro ore del giorno precedente. Se ci fosse stato uno spazio più grande sarebbe stato tutto più semplice”.

Poi arriva il giorno del derby. Cosa prova a vedere la sua opera in Curva?“Prima ci sono i giorni precedenti, in cui l’adrenalina sale a mille. I ragazzi fanno la ‘veglià e proteggono la stoffa fino a che non viene portata allo stadio su un furgone il giorno della partita. Poi viene srotolata con attenzione per evitare di metterla storta. È una responsabilità enorme nei confronti di tutto lo stadio, c’è sempre un po’ di preoccupazione e mi domando se alla fine sarà bella e soprattutto se riuscirà a caricare i giocatori. Anche loro la guardano, nei giorni scorsi Mauri e Biglia sono passati nel mio studio e mi hanno detto che ne sono rimasti affascinati. Quello è il nostro obiettivo principale: caricare e spingere la squadra nei momenti difficili. È fondamentale vincere il derby sugli spalti prima ancora che cominci la gara. Quando finalmente viene svelata mi sento come un bambino, mi viene da piangere. È un momento magico. E quando il 26 maggio dopo la vittoria della Coppa Italia è stata distesa sul campo stavo quasi svenendo per l’emozione”.

Tra le tante che ha realizzato, ce n’è una a cui è legato in modo maggiore? “L’ultima è come la prima. Hanno tutte la stessa importanza, perché è come se fossero un’opera d’arte, una tela. La più strutturata e difficile è stata quella in cui ho disegnato il Colosseo (21 marzo 2004, ndr). Abbiamo realizzato tutti e tre i livelli: ionico, dorico e corinzio. Era talmente grande che riuscivo a entrare dentro un arco. È stata abbastanza difficile. Così come quella con il padre che allaccia lo scarpino al figlio (8 aprile 2013, ndr) e, soprattutto, quella diGabriele Sandri (11 novembre 2012, ndr). Portare il suo volto in Curva era una responsabilità importante. Ma sono belle anche le prime, che creavo senza neanche i punti perché non seguivo l’accademia. Le facevamo per la strada, ma c’è da dire che venivano bene lo stesso”.

(fonte:repubblica.it)

Cittaceleste.it

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