‘Er puzza’: Lazio nel destino di Candreva

‘Er puzza’: Lazio nel destino di Candreva

ROMA – Ne ha fatta di strada, “Er puzza”, eccome se ne ha fatta. Dai campetti della Borghesiana, a quelli di Coverciano, Antonio Candreva ha macinato i chilometri. Cambiando otto squadre in una decina di anni. Sfiorando il passaggio alla Lazio già qualche anno fa, prima di approdarvi definitivamente. Era…

ROMA – Ne ha fatta di strada, “Er puzza“, eccome se ne ha fatta. Dai campetti della Borghesiana, a quelli di Coverciano, Antonio Candreva ha macinato i chilometri. Cambiando otto squadre in una decina di anni. Sfiorando il passaggio alla Lazio già qualche anno fa, prima di approdarvi definitivamente. 



Era il 2001, Stefano Streccioni, allenatore di Antonio alla Lodigiani, lo propone al settore giovanile della squadra di Cragnotti, ma il patron non ne vuole sapere, sta implodendo ed è nei guai finanziariamente. Di lì a poco avrebbe avuto dei problemi più seri, altro che pensare di prendere un giovanotto della Lodigiani. 

“Nel ’99 mi chiama la Lazio, per il settore giovanile di De Sisti e io propongo un anno dopo di acquistare un giovanotto che ho allenato, si chiama Antonio, diventerà grande… – dice Stefano Streccioni a Calciomercato.com -. Sono convinto che stiamo per fare un affare. Cragnotti è indaffarato e ha altro a cui pensare, ma io ci sto male, sono sicuro che Candreva si farà e diventerà un giocatore”. 

Streccioni, lo ha capito subito che Candreva… 
“Diciamo che lui ha avuto la fortuna di crescere nella Lodigiani nel momento migliore della società, con grandi uomini come Antonio Ceci, intenditore di calcio e Sagramola, attualmente alla Sampdoria. Si vedeva dai palleggi”. 

Come lo avete individuato? 
“Il ragazzo viene preso dalla rete di osservatori che aveva la Lodigiani. Visto nella Tor de’ Cenci, dove faceva parte dei Pulcini, lo prendiamo nella nostra scuola calcio gratuita. Preleviamo tutti i migliori e lui è uno di questi ragazzi eccellenti, che per costituzione e dote tecnica gioca con i grandi e segna pure. Con noi fa gli Esordienti e i Giovanissimi, poi sotto Longarini, allora presidente della Lodigiani, saltato il trasferimento alla Lazio, va alla Ternana”. 

Che tipo era? 
“Come tutti i bambini è seguito dal padre, impiegato che assicura una grande presenza. La madre fa la casalinga, ma lo viene a guardare spesso. Un bambino che anche quando gioca per una Coca Cola non ci sta a perdere. Il treno passa una sola volta, ma lui è un ragazzo eccezionale nel vero senso della parola, perché ha saputo cogliere le occasioni: è sceso da un treno importante e poi è risalito”.

Ma tifava Roma? 
“La storia del romanista non la so, nasceva in un quartiere popolare, a detta di tutti romanista per attitudine, ma non mi ha mai detto ‘andiamo a vedere la Roma’. Lui era il primo ad arrivare e l’ultimo ad andarsene, mi aiutava a portare tutte le attrezzature e mi chiedeva sempre di poter giocare sull’erba”. 

Cosa l’ha colpita? 
“La cosa che mi ha colpito è stata la tenacia, questa forza agonistica. Tanto è vero che spronava i compagni ad essere più attenti e concentrati. Di quel ragazzino che si è costruito una fortuna, ricordo che non perdeva mai la palla. Tirava sia di destro che di sinistro, con un modo di calciare naturale, poi aveva una potenza nel destro… Lui non guardava la palla, la sentiva. Noi lo abbiamo lanciato da mezzala, poi ha fatto l’esterno destro e bene direi”. 

Lo ha chiamato dopo il gol alla Croazia? 
“Ci siamo sentiti e visti l’ultima volta quando è stato mandato via dalla Juve per organizzare una partita con gli amici: ‘Mister, a famo ‘na rimpatriata? Scherzosamente lo chiamavo ‘puzza’ perché non ci stava mai a perdere. Ha una carica esplosiva dentro, uno tenace e determinato. Da noi si dice che uno ‘va in puzza’ quando perde e quando le cose non vanno come vuole”. 

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