Il grande show di casa Inzaghi «Simone, alleno grazie a te» «Ma tu Pippo arriverai prima»

Il grande show di casa Inzaghi «Simone, alleno grazie a te» «Ma tu Pippo arriverai prima»

Simone è arrivato in treno poco prima delle 14, Filippo è andato a prenderlo alla stazione e insieme si sono concessi un pranzetto intimo prima di raggiungere la Gazzetta. Come ai vecchi tempi. I fratelli Inzaghi sono diventati grandi ma non sono cambiati: inseparabili come quando erano bambini e Pippo…

di redazionecittaceleste

Simone è arrivato in treno poco prima delle 14, Filippo è andato a prenderlo alla stazione e insieme si sono concessi un pranzetto intimo prima di raggiungere la Gazzetta. Come ai vecchi tempi. I fratelli Inzaghi sono diventati grandi ma non sono cambiati: inseparabili come quando erano bambini e Pippo si rifiutava di giocare al campetto vicino casa se gli altri non accettavano anche il fratello minore. Da quando sono diventati allenatori hanno continuato a far parlare di loro: Simone ha appena vinto la Coppa Italia Primavera, Pippo l’ha preceduto di poco conquistando il Viareggio. Fratelli legatissimi ma avversari nelle giovanili. Per adesso… Due ore piene in cui hanno raccontato il loro calcio vissuto in mezzo ai giovani. «Vogliamo trasmettere i nostri valori — spiega Filippo — I ragazzi di oggi vanno educati bene. C’è meno rispetto per l’allenatore in confronto a 20 anni fa. Io e Simone siamo fortunati perché al Milan e alla Lazio arrivano già con una buona base. La formazione va fatta quando sono piccoli. Bisognerebbe investire di più negli istruttori dei settori giovanili». «Già — aggiunge Simone —, così non succede come con Icardi, che si è arrabbiato con Mazzarri per la sostituzione».

La Primavera è utile per i giovani?
Filippo: «E’ un campionato difficile. Noi quest’anno abbiamo giocato la Youth League ed è stata un’esperienza bellissima, abbiamo affrontato le squadre più forti d’Europa: Ajax, Barcellona, Chelsea».

E’ difficile capire se un ragazzo è pronto per la A?
Simone: «Keita l’anno scorso era già un fuori categoria. Non tutti hanno gli stessi percorsi. Io e Pippo abbiamo fatto la carriera per gradi. Noi abbiamo fatto la gavetta ».

Chi sembrava più portato per fare il tecnico?
S: «Io mi prendo il merito di aver insistito per farlo smettere, perché allenavo già da due anni. Sapevo che lui avrebbe voluto giocare ancora un anno, magari avrebbe segnato una decina di gol, ma non sarebbe cambiato nulla. Per questo gli ho consigliato di accettare la proposta del Milan: quello che ti danno i ragazzi è indescrivibile».
F: «Simone è stato fondamentale. Mi disse: ‘Sarà dura i primi mesi, poi però vedrai le soddisfazioni che ti danno’. Mio fratello aveva la stoffa dell’allenatore già quando giocava. Qualche tempo fa qualcuno mi disse: ‘Da giocatori si dorme, da tecnici no’. Ho scoperto sulla mia pelle che è così. Cerchiamo di insegnare ai nostri ragazzi che non devono avere rimpianti: se ti sei allenato bene hai la coscienza a posto. Invece ora posso anche preparare la partita alla perfezione, ma non dipende tutto solo da me. Non puoi essere sicuro di quello che fanno gli altri come lo sei di te stesso ».

Filippo, ha in squadra ragazzi che hanno il suo stesso attaccamento al calcio?
«Sì. A Viareggio non eravamo la squadra più forte, ma abbiamo sopperito con il carattere. L’obiettivo è far raggiungere a tutti il massimo delle proprie potenzialità».

Quali sono stati i vostri tecnici di riferimento?
S: «Mancini, Eriksson, Materazzi. Quest’ultimo mi ha fatto esordire a Piacenza, è il tecnico al quale sono più legato. Eriksson ci lasciava grande libertà, con lui abbiamo vinto lo scudetto».
F: «Cella, che mi allenò nelle giovanili, è stato molto importante. Poi a 18-19 anni trovai Cagni, che era un martello. Era molto rigido sul comportamento, io non ne avevo bisogno ma in ogni caso mi è servito. Poi Mutti, Mondonico e infine Ancelotti, che chiude il cerchio. Abbiamo condiviso tanti anni e tanti trofei. Di quel gruppo mi ricordo una cosa: noi avevamo appena vinto la Champions e pensavamo già alla Supercoppa, conquistata la Supercoppa avevamo già la testa al Mondiale per club. Ora mi dico: eravamo dei pazzi perché non ci siamo goduti nulla, però avevamo una fame incredibile. C’è una differenza tra la presunzione e ambizione: la prima non mi piace, la seconda è fondamentale per arrivare».

Qual è il vostro modulo?
S: «Il 4-3-3 di Simeone. Ho giocato con lui alla Lazio e si vedeva già che sarebbe diventato un allenatore. Trasmette grande carica. Glielo ripetevo sempre: ‘Farai strada’. Il suo Atletico ha meno qualità di Real e Barcellona, però lui sta facendo la differenza. Al di là dei moduli conta quello che trasmetti. In 3 anni ho giocato quasi sempre con il 4-3-3, solo una stagione con il 4-3-1-2».
F: «Un allenatore deve essere bravo a scegliere il modulo in base ai giocatori che ha. L’anno scorso giocavo col trequartista perché avevo un ragazzo bravo in quel ruolo. Per scelta però dico anch’io il 4-3-3. Mi piace il calcio di Guardiola, con ali come Robben e Ribery che ti puntano. Però apprezzo anche Ancelotti che sa coprirsi quando serve».

Siete contrari alla difesa a tre?
S: «Se guardi la Juventus non è male, però in Europa non la utilizza nessuno».
F: «In fondo però anche la Roma gioca con la difesa e tre, con De Rossi che arretra sulla linea dei due centrali e i terzini molto alti».

Filippo, anche Galliani ha avuto un ruolo importante nella sua scelta di allenare?
«Se Galliani non mi avesse offerto di allenare gli Allievi del Milan avrei continuato a giocare. Io ho un rapporto privilegiato con lui, con Berlusconi, con Barbara. Il presidente, ogni volta che venivo a Milano con la Juve per giocare il trofeo Berlusconi, mi diceva: ‘Devi venire da noi’. Mi sento stimato da tutti».

Ha rimpianti per non aver accettato, a gennaio, la panchina del Sassuolo?
«Ho sempre ringraziato il Sassuolo, però sono stati Galliani e Berlusconi a dirmi di no. Avevo un dovere verso di loro, quindi mi sono adeguato alla loro volontà. Forse se mi avessero detto ‘decidi tu’, avrei scelto diversamente».

Simone, anche la sua storia è legata soprattutto a una società, la Lazio, e a giugno, nonostante alcune tentazioni, ha scelto di restare.
«Quattro anni fa Lotito e Tare mi hanno detto: ‘Devi cominciare ad allenare’. Certo, me l’hanno fatta sudare perché per arrivare in Primavera ho dovuto cominciare dagli Allievi Regionali e perdere una sola partita in tre anni e mezzo… Tre anni fa Lotito mi aveva offerto di andare alla Salernitana, ma non mi sentivo pronto. Quest’estate poi avevo avuto delle offerte, ma Lotito mi ha bloccato. Sono rimasto, a gennaio sono passato in Primavera (Bollini è diventato il vice di Reja, ndr), e ho vinto subito la Coppa Italia, che a Roma mancava da 35 anni. Il giorno del derby c’erano 5-6 mila persone, siamo molto seguiti. Mi sto prendendo delle belle soddisfazioni».

Come mai all’estero è più facile vedere giovani del vivaio approdare in prima squadra?
S: «Le società investono di più negli istruttori delle giovanili e hanno strutture molto più all’altezza: il Chelsea ha 30 campi uno attaccato all’altro. Lo Schalke ha strutture pazzesche».
F: «Hanno anche meno pressioni. All’Ajax è più facile mettere dentro un giovane e dargli continuità. La mia fortuna da giocatore è stata essere andato sempre avanti e mai indietro».

All’estero le squadre giovanili devono giocare tutte con lo stesso modulo della prima squadra. Anche voi avete dei vincoli?
F: «Abbiamo l’obbligo della difesa a quattro. Con Allegri il modulo era il 4-3-3 e quindi anche noi dovevamo giocare con i tre a centrocampo, davanti però sono libero di fare come voglio».
S: «Non ho grossi obblighi, a me piace la difesa a quattro. I vincoli sono sulle metodologie d’allenamento, che devono essere simili a quelle della prima squadra».

Facciamo un giochino: voi due vi siete già sfidati una volta nel settore giovanile, un anno fa. Tra quanto pensate di ritrovarvi in Serie A?
F: «Speriamo tra tre o quattro anni…».
S: «Pippo ce la farà prima…».

Dopo il percorso fatto con i giovani pensate che il vostro periodo di apprendistato sia concluso? Vi sentite pronti per i grandi?
S: «La gavetta è importante, hai la fortuna di poter sbagliare. L’estate scorsa potevo andare via e non l’ho fatto, so che qui alla Lazio mi stimano, cerchiamo di finire la stagione nel migliore dei modi, poi ci penseremo».
F: «Bisogna sempre vedere quello che ti viene prospettato. Con i giovani è un bel banco di prova. Mi sono scoperto molto più autocritico rispetto a quando ero giocatore, penso sempre agli errori che ho commesso».

Quindi se vi chiamasse Zamparini, come è successo a Gattuso, direste di no?
F: «Gattuso ha fatto bene ad andare. Io avrei fatto lo stesso. Come si fa a dire di no a un’opportunità così? Pensate a Liverani, Montella: hanno iniziato subito dall’alto. Non so che cosa sia meglio, io e Simone pensiamo che questo sia il percorso migliore per entrambi, perché ricalca quello da giocatore. Però se sei ambizioso devi sempre sentirti pronto».
S: «Anch’io se avessi avuto la stessa proposta di Gattuso avrei detto di sì. Però sono contento di quello che ho fatto».

Allenare i grandi però significherebbe avere a che fare con giocatori che non vi vedono più come idoli, come succede ai ragazzi, ma magari vi possono mettere in discussione. Avete già pensato a come affrontare situazioni di questo tipo?
F: «Gli allenatori che abbiamo avuto ci possono aiutare, poi ognuno di noi deve essere se stesso. Io cercherò di essere vero e di non fare tutto quello che, da giocatore, mi dava fastidio in un allenatore».

I ragazzi vi danno del tu o del lei?
Insieme: «Del lei».

Siete rigidi con l’alimentazione e il comportamento?
F: «Io controllo tutti i dettagli. Li faccio mangiare in un certo modo, in più li obbligo a non stare più di un’ora davanti al computer. E poi la scuola è fondamentale: chi non va bene con me non gioca. Spesso succede che chi s’impegna di più nello studio è anche uno dei migliori in campo. Noi facciamo tutti i lavori con la palla: la base è importante, noi ce la facevamo giocando nei campi, ora non si vedono più ragazzi che giocano in strada».
S: «Anch’io sono molto rigido. Alcuni ragazzi della Primavera vivono a Formello, a volte pranzo con loro. E’ giusto che abbiano un’alimentazione adeguata».

Capita che i ragazzi vi chiamino anche per consigli extra calcio, su fidanzate o altro?
S: «Certo, si parla un po’ di tutto. Io ho due figli maschi, uno di 13 anni, so come prenderli. Si confidano molto. Tre anni fa un ragazzo degli Allievi morì in un incidente in motorino: fu un momento molto delicato. Alcuni ragazzi sono rimasti segnati, ho dovuto fare più lo psicologo che l’allenatore».

Simone, suo figlio maggiore gioca a calcio?
«Tommaso gioca nel Football Club di Roma. Ha un bel fisico, ma come giocatore somiglia più allo zio che a me. Lorenzo ha un anno e invece calcia già: sarà un buon terzino».

Uno come Balotelli come si gestisce?
S: «Prima di tutto non lo manderei a parlare dopo una partita così…».
F: «Balotelli è un patrimonio del Milan e della Nazionale, dobbiamo tutti cercare di farlo rendere al meglio».
Ci sono ragazzi che vi aspettate di vedere in A?
S: «Crecco, Minala e Keita hanno già esordito, mi auguro che i prossimi siano Lombardi, Filippini e Pollace».

Vi siete già dati appuntamento alle finali scudetto?
F: «Il Viareggio è stata una grande gioia, il Milan non lo vinceva da 10 anni. Sarebbe bello ritrovarsi a Rimini, Simone però è già sicuro di esserci, io ancora no ma ci credo. Sabato dobbiamo battere l’Atalanta con due gol di scarto, altrimenti ci toccano gli spareggi».
S: «Pippo vincerà 3-1 e verrà a Rimini, dove potremmo sfidarci subito nei quarti».
F: «Finora è successo una volta sola e ha vinto lui…».

Ultima domanda: una gioia della vostra carriera e un esempio da seguire nel mondo del calcio.
F: «La gioia direi la notte di Atene con la doppietta in finale di Champions, ma anche le tre finali di quella stagione. Il giro della città sul pullman scoperto è stato incredibile. Esempi ne ho avuti tanti, difficile scegliere».
S: «Lo scudetto del primo anno, con il bagno di folla al Circo Massimo, ma anche i quattro gol segnati in una sola gara di Coppa dei Campioni con il Marsiglia: mai nessun italiano ci era riuscito. Pippo per me è sempre stato uno stimolo, lo vedevo davanti a me e mi spingeva a dare sempre di più. Abbiamo giocato insieme in Nazionale, è stato un sogno per entrambi». (Gazzetta dello Sport)

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