Lazio, Raffaele De Vita al Bradford con la Lazio nel cuore

Lazio, Raffaele De Vita al Bradford con la Lazio nel cuore

ROMA – Fontana Candida è un piccolo quartiere residenziale sulla Via Casilina, zona sud di Roma. Tor Vergata è ad un passo, Colosseo e Cupolone fanno da cornice alla città eterna. A differenza di altri quartieri vicini, Fontana Candida è circondata dal verde. Prati, dove ogni giorno decine di bambini…

ROMA – Fontana Candida è un piccolo quartiere residenziale sulla Via Casilina, zona sud di Roma. Tor Vergata è ad un passo, Colosseo e Cupolone fanno da cornice alla città eterna. A differenza di altri quartieri vicini, Fontana Candida è circondata dal verde. Prati, dove ogni giorno decine di bambini passano ore ed ore a correre dietro un pallone sognando, imitando, i campioni della tv. Gli alberi, o le felpe attorcigliate una sopra l’altra, a fare da pali, un pallone di cuoio come amico inseparabile, ed il triplice fischio dell’arbitro che arriva solo con il buio della sera. Era questo “l’Olimpico” di Raffaele De Vita, esterno offensivo oggi in forza al Bradford City, League One, terza divisione inglese. Maglia della Lazio appiccicata addosso, giornate intere a giocare con gli amici, una passione che ben presto si trasforma in professione. Da Roma alla conquista del Regno Unito, Raffaele De Vita racconta la sua storia a GianlucaDiMarzio.com

Raffaele De Vita, dai campetti di periferia di Roma alla realtà inglese. Raccontaci un po’ come è andata.

Diciamo che il mio sogno calcistico inizia a quindici anni, con l’approdo all’Atletico 2000. Fino ad allora, giocavo con gli amici nel quartiere dove sono cresciuto, Fontana Candida, ma non avevo mai preso il calcio sul serio. Giornate intere con il pallone fra i piedi, mi divertivo, segnavo molti gol ma davo anche tanta importanza alla scuola. Poi, all’Atletico 2000, ho incontrato Odoacre Chierico ed ho iniziato a intendere il calcio in un’altra maniera. Lui mi ha insegnato una marea di cose, praticamente passavo ogni pomeriggio ad allenarmi con lui, imparando in fretta a ragionare da professionista.

Un incontro, quello con Odoacre Chierico, che ti ha cambiato la vita. Ma le novità per te non finisco qui. Ben presto, infatti, arriva la chiamata dall’Inghilterra.

Esatto, successe tutto molto velocemente. All’Atletico 2000 rimasi meno di una stagione, perché a febbraio avevo già firmato con il Blackburn Rovers dopo essere stato da loro per un provino di una settimana a gennaio. Ricordo, che qualche mese prima di gennaio, Chierico mi aveva parlato di un osservatore inglese, Richard Glass, che sarebbe venuto a vedermi giocare. Successivamente, dopo Natale, Chierico iniziò a parlarmi della possibilità di un provino con il Blackburn. Inizialmente non diedi molto peso a quelle parole, poi ricordo che da un momento all’altro mi ritrovai con i biglietti dell’aereo prenotati per l’Inghilterra, con Chierico e mio zio ad accompagnarmi.

 Un provino che superi a pieni voti: Hai accettato subito di trasferirti in Inghilterra? Quanto ti hanno aiutato i tuoi genitori nella scelta?

Il provino andò benissimo, lo superai. Mi accennarono di un contratto quadriennale, ma prima dovevo tornare a Roma e parlarne con la mia famiglia. Ricordo che, appena tornato a casa, diedi la notizie a mio padre senza giri di parole: lui mi disse di stare calmo, che ne avremmo riparlato. Mia mamma, invece, non mise mai parola sulla questione. Solo qualche anno dopo mi resi conto che erano entrambi terrorizzati, ma allo stesso tempo avevano troppa paura di impedirmi di realizzare un sogno così grande.

Quindi, ti trasferisci giovanissimo al Blackburn in Inghilterra. Com’è stato l’impatto con la nuova realtà?

La mia avventura in Inghilterra inizia nel luglio del 2003, avevo sedici anni e venni inserito nella formazione under 17. Sicuramente l’impatto con la nuova realtà non fu facile, ma forse a quell’età non ti rendi conto veramente di quello che ti succede. Al Blackburn sono stato trattato in maniera splendida, ma la vera fortuna è stata vivere in un pensionato con altri 25 ragazzi: non avevo mai un momento per stare solo e pensare, avevo sempre la mente occupata, questo è stato un vantaggio.

Fai l’intera trafila con il Blackburn, ma l’esordio in prima squadra non arriva. Decidi, così, di trasferirti al Livingston. Perché la Scozia e non l’Italia?

Al Blackburn ero chiuso da mostri sacri come Santa Cruz, Benny McCarthy e Nonda così parlai con mister Mark Hughes e decisi di andar via per trovare maggiore spazio. Quell’estate insieme al mio procuratore eravamo alla ricerca di una sistemazione, ma l’idea di tornare in Italia non la vedevo come una soluzione stimolante.

Come mai non ti stimolava un possibile ritorno in Italia?

Sinceramente, l’idea di tornare in Italia mi spaventava. Sentivo tanti ragazzi della mia età che giocavano in Italia e ognuno di loro si lamentava per mancanza di serietà da parte dei club, stipendi mai percepiti, società sempre sull’orlo del fallimento. Poi, dopo cinque anni in Inghilterra pensavo che il mio futuro oramai fosse li.

Cosa ti ha spinto a scegliere la Scozia ed il Livingston?

Venni contattato da un signore romano che avevo conosciuto qualche mese prima, mi disse che insieme ad un altro italiano avevano acquistato il Livingston, società di prima divisione scozzese, ed avevano grandi progetti per il futuro. Così firmai per tre anni. L’esperienza iniziò malissimo, mi infortunai al crociato nella prima amichevole e in quei giorni ho dovuto fare i conti con l’evento più doloroso della mia vita, la perdita di mio padre. La gestione italiana durò poco, il club retrocesse di due categorie. Io decisi di rimanere perché avevo assoluto bisogno di giocare, ma dopo tre anni decisi che era il momento di cambiare aria.

Ed arrivò così la chiamata di Paolo Di Canio che ti volle con lui allo Swindon Town. Per te, tifosissimo della Lazio, un emozione unica immagino

Fu un emozione fortissima, per me Di Canio era una figura quasi divina. Ricordo ancora la mia cameretta tappezzata dai suoi poster durante i miei anni al Blackburn. E’ stata l’esperienza più bella che ho fatto fin’ora, un allenatore come lui è difficile da trovare: ha una passione fuori dal comune, riesce a motivarti in qualsiasi momento. Allo stesso tempo, è esigente e perfezionista. Gli anni trascorsi con lui sono stati una svolta, mi ha completamente cambiato. Inoltre, con lo Swindon siamo riusciti a vincere un campionato, arrivando ad un passo dalla promozione in Championship.

La scorsa estate sei stato protagonista di un altro trasferimento, dal Swindon Town al Bradford City. Come ti stai trovando?

La stagione era iniziata molto bene, poi purtroppo da dicembre sono fermo ai box per via di un brutto strappo muscolare che purtroppo tarda a guarire. Con la società ho un ottimo rapporto, tendenzialmente il Nord dell’Inghilterra è fatto di persone molto accoglienti, ho impiegato poco ad ambientarmi.

Ma non pensi mai di rientrare in Italia? Non ti manca per nulla il nostro calcio?

A dire il vero, ho il terrore di dover essere costretto a tornare a giocare in Italia un giorno. Quello che sento in giro non è per nulla incoraggiante, ritengo più giusto rimanere in un paese dove il calcio è ancora sano e dove puoi sempre aspirare a migliorarti. Certo, ho nostalgia della mia famiglia, della mia ragazza, della mia città e delle vacanze in Calabria e Sardegna che facevo da piccolo. Per il resto, dopo undici che vivo in Inghilterra mi sento come a casa.

Eppure, sono convinto che un’eccezione la faresti. Basterebbe che dall’Italia chiamasse la squadra giusta…

Se chiamasse la Lazio tornei in Italia a piedi. Giocare nella Lazio è il mio sogno fin da quando ero bambino, però ora che ho 26 anni l’ambizione più grande è di giocare al livello più alto possibile in Inghilterra.

Cittaceleste.it

0 commenti

Commenta per primo!

Inserisci qui il tuo commento

Recupera Password

accettazione privacy