Scuola calcio, il Torino Club la dedica a Marco Parolo: “Il calcio non è ossessione”

Scuola calcio, il Torino Club la dedica a Marco Parolo: “Il calcio non è ossessione”

Il centrocampista ha calcato i primi passi da calciatore proprio a Gallarate

parolo

ROMA – Parlare con Marco Parolo, riporta laprovinciadivarese.it, pur da un capo all’altro del telefono, è come prendere una boccata d’aria fresca. Marco è un calciatore di Serie A, è vero, ma è rimasto lo stesso ragazzo che da giovane calcava i campi di Gallarate. Nella sua voce e nei suoi modi gentili trovano spazio umiltà, semplicità, orgoglio per le sue radici e voglia di lasciare il segno.Il centrocampista della Lazio, 31 anni compiuti a gennaio, è cresciuto a Gallarate e ha dato i primi calci ad un pallone con la maglia granata del Torino Club, gloriosa società giovanile con sede proprio a Gallarate. Dal Torino Club Marco ammette di aver ricevuto tanto, in primis lo slancio per una carriera da professionista che lo ha portato in Serie A, ed ora ha deciso di restituire qualcosa. Domenica verrà infatti ufficialmente inaugurata la scuola calcio che prende il suo nome, il Torino Club scuola calcio Marco Parolo.

Marco, come mai hai deciso di iniziare questo progetto con la scuola calcio?

Ammetto che questa è un’idea che ho sempre avuto in testa. In realtà, il mio sogno era quello di aprire una scuola calcio una volta smesso di giocare, però si è presentata questa opportunità che ho colto al volo. La mia idea è quella di trasmettere ai bambini il mio percorso ed insegnare loro a giocare a calcio. È un progetto che volevo assolutamente portare avanti con il Torino Club, sono contento di poter iniziare con loro un progetto del genere. Ora abbiamo messo le basi, ed è un orgoglio per me, un simbolo di riconoscenza verso chi mi ha cresciuto e mi ha lanciato in questo mondo.

Quali valori ti piacerebbe trasmettere ai bambini della scuola calcio Marco Parolo?

Sicuramente vorrei che i bambini capiscano che il calcio è un divertimento e non un’ossessione. Così deve essere, a mio parere, perché tanti ragazzi con l’andare del tempo sentono la pressione del risultato e perdono di vista la gioia di giocare a pallone. Oltre al divertimento, è importante imparare a saper stare in gruppo, a rapportarsi con gli altri, e se hai la possibilità di progredire con la carriera, sono caratteristiche e valori che ti porti avanti con gli anni, non si perdono. Poi è chiaro, è bello anche insegnar loro l’aspetto più tecnico del calcio.

Cosa rappresenta per te il Torino Club?

Confesso di sentirmi fortunato per aver iniziato a giocare a calcio in questo settore giovanile così serio ed importante. All’interno del club ci sono ancora alcuni allenatori che mi hanno cresciuto quando ero ragazzino. Sarebbe bello ridare forza a questa società che forse negli ultimi anni ha perso un pizzico di fama.

Ho iniziato questo progetto e voglio seguirlo in prima persona, non voglio limitarmi a dare il mio nome alla scuola calcio. Mio padre Daniele ora è presidente, ma nel momento in cui sarò libero da impegni calcistici e avrò smesso di fare il professionista, mi piacerebbe iniziare a gestire da vicino questo progetto. Mi sono emozionato la prima volta che è stata indossata la maglia con il nuovo simbolo ed il mio nome, lo confesso.

Che sensazione fa?

È una soddisfazione, il logo è stato cambiato e riporta anche il mio nome. Vederlo per la prima sulla maglia è stata un’emozione forte, mi ha fatto ripensare al percorso che ho fatto, è una cosa bella e sono davvero orgoglioso che venga fatta. Mi hanno mandato le foto da Barcellona quando i ragazzi hanno partecipato ad uno dei più importanti eventi calcistici per settori giovanili, invitati dalla Fundacion Marcet.

Quando hai capito di poter diventare un calciatore professionista?

Abbastanza tardi, quando ero a Foligno. La vera svolta è stata lì, nonostante fino agli Allievi Regionali avessi giocato in una squadra dilettantistica. Credo sia importante non smettere mai di crederci, non è mai troppo tardi, se un ragazzo è convinto di avere le capacità giuste, non deve arrendersi. Prima o poi l’occasione arriva. È poi importante trovare persone ed allenatori che sappiano stimolarti nel modo giusto.

Che rapporto ha Marco Parolo con la sua Gallarate?

È casa mia, ogni volta che ci torno cerco di uscire a cena con gli amici. Mi mette sicurezza tornare nei luoghi in cui sono cresciuto. In futuro magari tornerò a vivere a Gallarate, di sicuro resta un luogo unico per me. Mi spiace solo che la città non abbia una sua squadra di rappresentanza: Busto ha la Pro Patria, Varese ha il Varese, Gallarate ora non ha squadra, è un vero peccato.

Da un gallaratese ad un altro: Daniele Cassioli. A Roma vi siete incontrati, ci racconti come è andata?

Molto bene, è stata una serata parecchio interessante e Daniele è una gran persona. Mi ha lasciato dentro tante emozioni, ha dimostrato di essere un esempio di come si affronta la vita.

Ti aspettiamo tutti all’Europeo.

Sento il vostro sostegno e vi ringrazio, speriamo vada meglio che all’ultimo Mondiale.

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