Signori: “Avrei voluto vestire la maglia numero 11 della Lazio per sempre

Signori: “Avrei voluto vestire la maglia numero 11 della Lazio per sempre

ROMA – L’indimenticabile “Beppegol” torna a parlare in una lunga intervista al Guerin Sportivo. Il suo piede sinistro scalda ancora il cuore dei laziali, parola a Signori: Tutti ricordano i tuoi rigori da fermo.“Iniziai a batterli così alla Lazio. Le regole obbligavano il portiere a stare immobile sulla linea. Avevo…

ROMA – L’indimenticabile “Beppegol” torna a parlare in una lunga intervista al Guerin Sportivo. Il suo piede sinistro scalda ancora il cuore dei laziali, parola a Signori:

Tutti ricordano i tuoi rigori da fermo.
“Iniziai a batterli così alla Lazio. Le regole obbligavano il portiere a stare immobile sulla linea. Avevo elaborato una convinzione, presa dal gioco delle freccette. Lì, se vuoi essere preciso, non dei prendere rincorsa. Così feci io dal dischetto. Dalla mia avevo un sinistro potente e preciso, senza rincorsa non davo nessun vantaggio al mio avversario. E poi c’è un piccolo segreto”.

E’ il momento giusto per svelarlo.
“La postura del portiere. La spia era il ginocchio opposto che si piegava per prepararsi alla spinta. Così io la mettevo dall’altra parte. Ho fatto molti gol su rigore, a tutti. La mia bestia nera è stato Pino Taglialatela”.

Torniamo adesso al 1992, il tuo arrivo alla Lazio.
“L’annata eccezionale con il Foggia fu un’ottima vetrina per tutti noi. Io andai alla Lazio, ma in realtà sarei dovuto andare alla Roma. Casillo era molto amico dell’allora presidente giallorosso Ciarrapico. Che però disse: ‘E chi è questo Signori?’?.

La Lazio invece ti conosceva?
“Mi avevano visto in campionato. Cragnotti sapeva chi fossi, Zoff lo stesso, anche se l’artefice del mio acquisto fu il ds Regalia. Al Foggia andarono 11 miliardi di lire. Io mi trovai a gestire l’eredità di Ruben Sosa. Idolo della curva, in tre anni aveva segnato 40 reti”.

Mica male come programmino.
“Alla prima in campionato segnai una doppietta. Dopo, fu tutto più semplice. Zoff mi trovò subito la giusta posizione. Seconda punta ‘leggera’ a supporto dell’attaccante di peso. Riedle in quel primo periodo, poi Casiraghi e Boksic. Loro aprivano gli spazi e impegnavano la difesa. Io arrivavo a concludere”.

Da Zeman a Zoff un bel cambiamento.
“Facevamo il 4-4-2 classico, ma meno maniacale. Con Zoff si parlava molto, spesso eravamo noi giocatori a chiedergli del suo passato in campo. Un uomo di grandi valori che ho conosciuto in tutte le sue vesti, dato che due anni dopo fu nominato presidente della società”.

Il primo anno in biancoazzurro, subito il botto.
“Segnai 26 gol, vinsi la classifica marcatori. Ero felice perchè avevo vissuto bene il salto, le pressioni, le responsabilità. L’anno seguente mi confermai capocannoniere con 23 gol. Così mi permisi di scherzare coi tifosi a proposito dei 40 gol di Sosa in 3 anni. In 2 ne avevo fatti di più”.

Signori idolo della curva laziale.
“Un legame stupendo. Ma tutto il periodo alla Lazio è stato fantastico. La fascia di capitano è stata la consacrazione di un rapporto con la squadra, con la società, con un ambiente magico. Ero il primo ad arrivare al campo, l’ultimo ad andare via. Il lavoro paga, sempre. Allenamento, sacrificio”.

Alla Lazio hai incrociato anche Paul Gascoigne…
“Un clown, un bambino capace di tutto. Una volta si presentò tutto nudo nella hall dell’albergo del ritiro, lo rifece sul pullman in una trasferta. In una galleria si spogliò completamente e si mise a sedere accanto a Zoff. A fine allenamento andavi verso la tua auto e dovevi stare attento alla maniglia della portiera. Se era bagnata, e non era acqua, era passato lui”.

1994: alla Lazio si riforma la coppia con Zeman.
“Cragnotti aveva deciso di dare a Zoff la presidenza. Allora io proposi di affidarsi a Zeman per la panchina. L’affare andò in porto e io mi presi un sacco di accidenti da qualcuno dei miei compagni (ride). Boksic mi ha sempre maledetto. I primi due anni andarono bene, alla terza stagione arrivò l’esonero e il ritorno di Zoff”.

Sbagliò qualcosa Zeman?
“Non cambiò sistema di gioco, nonostante fosse cambiata la regola del fuorigioco. Da qui ci fu un calo di motivazioni. Il cambio fu doloroso ma inevitabile”.

Intanto nell’estate del 1995 era tutto fatto per il tuo passaggio al Parma.
“Eravamo in Brasile in tournèe. Dall’Italia arrivavano le notizie del mio trasferimento e della contestazione dei tifosi che fecero saltare l’affare. Cragnotti me lo ricorda ancora: 25 miliardi non sono pochi. Rimasi impressionato da tutto quel che successe. Per me fu una cosa incredibile, non avrei immaginato tutto quel fracasso. Ancora oggi i tifosi mi dicono: ‘Beppe, io c’ero. Du’ pomodori li ho tirati pure io!’. Lì ho capito di essere entrato nella storia della Lazio”.

Cosa ha di particolare l’ambiente biancoazzurro?
“Il passato, personaggi diventati mito come i ragazzi dello scudetto del 1974. E poi l’Olimpico, uno stadio bellissimo, sempre pieno, colorato, pieno di gioia. Il sogno era giocare per sempre con l’11 della Lazio”.

La bella favola finisce nell’autunno del 1997.
“Era arrivato Eriksson e non mi vedeva. Sul piano umano fu una mazzata. Sono il capitano, ho segnato più di cento reti, nel 1996 ho vinto per la terza volta la classifica dei cannonieri. Non volevo il posto assicurato, ma delle spiegazioni sì”.

Quale fu la goccia che fece traboccare il vaso?
“Quel che accadde con il Rapid Vienna in Coppa Uefa. Mi fece scaldare a lungo senza farmi giocare. Fu l’ultima perla. Lascio il ritiro, vado da Cragnotti e Zoff e gli dico che me ne vado. E così a novembre finisco alla Sampdoria. Ma fu l’inizio di un periodo complicato e ancora oggi sono molto dispiaciuto nei confronti dei tifosi doriani che non hanno mai visto il vero Signori”.

Come è avvenuto il tuo arresto?
“Ero a Roma, mi chiamano al telefono e mi dicono di andare alla Stazione Termini dove ci saranno due finanzieri in borghese per accompagnarmi a Bologna”.

Nient’altro?
“No. Io infatti non capisco il perchè. Saliamo sul Frecciarossa e mentre siamo in viaggio mi telefona mia sorella. Piange. ‘Beppe, dove sei?’. ‘Sul treno per Bologna’. ‘Non è vero, la televisione ha detto che sei in carcere’. La notizia la sapevano tutti, tranne il diretto interessato. E a Bologna stavano perquisendo la mia casa. Ma c’è un’altra cosa che mi ha ferito”.

Cosa?
“Le bugie. Il carcere, le manette. Tutta roba inventata. Arresti domiciliari, questa la misura adottata per me”.

Di vero c’è che risulti implicato in tutta questa faccenda del Calcioscommesse.
“Non ho mai ‘calcioscommesso’. Non ho mai ‘fatto’ una partita, nè truccato, nè corrotto nessuno. Certe cose le possono fare solo quelli che sono dentro le squadre, Io avevo solo il tesserino Figc, non ero tesserato”,

E allora perché sei stato tirato in ballo in un ruolo che appare non secondario?
“Premetto che io sono qua, mi prendo tutte le responsabilità. Se ho sbagliato, pago. Ma deve essere dimostrato il mio reale coinvolgimento. Sono passati tre anni e non si vede la conclusione. Ho solo scommesso, lecitamente. Avevo delle informazioni e agivo di conseguenza”.

Informazioni di che tipo?
“Quelle che si hanno quando si scommette. La stessa cosa che capita a un bancario che nel suo lavoro ordinario ha delle notizie sul rendimento di un certo investimento. Che fa? Non le prende in considerazione? Aspetto, perchè anch’io sono alla ricerca della verità”.

E quale sarebbe la verità?
“Sono stato tirato dentro perché non ho mai nascosto la mia passione per le scommesse. Ripeto: scommesse. Lo sapevano tutti nell’ambiente. Era uscita fuori anche la storiella del Buondì, dove pagavo chi sarebbe riuscito a mangiare la merendina in trenta passi. L’ex di fama che scommette diventa il capo dei capi. E’ lui che va punito con la radiazione, mentre chi ha venduto le partite e si è ‘pentito’ dopo due anni torna a giocare”.

Come stai adesso?
“Meglio, rispetto a tre anni fa. Ho il mio ristorante a Bologna, ‘Al Campione’, che mi tiene occupato. Ho la mia compagna che mi è sempre stata vicino, i miei figli che hanno sofferto molto, soprattutto per le notizie false dei primi giorni, Bologna mi è vicina. Gli amici? Sono rimasti in pochi”.

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