IL MESSAGGERO – La promessa di Lotito: «La Lazio passerà a mio figlio»

IL MESSAGGERO – La promessa di Lotito: «La Lazio passerà a mio figlio»

IL MESSAGGERO Pollice verso Lotito sulle note dell’inno. Tu Lazio vola, non sarai mai sola: “O noi o lui”, cantano 40mila tifosi. C’è tutto l’Olimpico in piedi aggrappato a un foglio di speranza: “Libera la Lazio”. E’ una preghiera, è una passione disperata: “Ladro di sogni”, scrive la Tevere. La…

IL MESSAGGERO

Pollice verso Lotito sulle note dell’inno. Tu Lazio vola, non sarai mai sola: “O noi o lui”, cantano 40mila tifosi. C’è tutto l’Olimpico in piedi aggrappato a un foglio di speranza: “Libera la Lazio”. E’ una preghiera, è una passione disperata: “Ladro di sogni”, scrive la Tevere. La Nord e la Sud si rispondono per mano: “Chi non salta è figlio di Lotito”. La gente vola per cacciarlo: “Vattene”. Il presidente sorride isterico, inghiottito da insulti e ululati: “Tribuna mandalo via”, chiede la Curva. Così pure la Monte Mario lo stordisce da due passi: “Fuori, fuori”. Lui non si smuove: «Ho una quota inscalabile, quindi c’è una regia che vuole costringermi a vendere la Lazio, ma io sono un irriducibile, incarno il motto biancoceleste non mollare mai. L’era Lotito è ancora lunga». Gli rispondeva in partita uno striscione: “Nessuna alternativa. Via e basta”. Ma il presidente rievoca il passato: «Nel 2005 ci fu l’operazione capeggiata da Chinaglia che portò agli arresti…». Nostalgia canaglia: “A Cragnotti…Je spicci casa”, si legge in Tevere. “C’è solo un presidente”, risponde a voce la Nord. I Distinti afferrano la scopa: “La Lazio non è un’impresa di pulizia, è giunta l’ora che tu vada via”. I fogli A3 si rialzano di continuo, a intermittenza. Come pugnali di carta indirizzati al cuore di Lotito. I battiti del presidente scandiscono novanta minuti d’agonia, li sente tutto l’Olimpico: “Sospendete la partita, che Lotito è in fin di vita”. La protesta continua a correre

IL CORTEO
Tutti contro uno: “Assoluta maggioranza”, recita un maxi-striscione. Al capezzale di Lotito non c’è nessuno: “Che Dio ti convochi, Signore portalo via”. L’odio è talmente profondo da degenerare nel linguaggio. Di padre in figlio: “Lotito devi morire”, canticchiava addirittura un bambino di 10 anni spensierato, prima d’entrare allo stadio. La Via Crucis degli “indignados” biancocelesti era infatti partita nel pomeriggio. Fiaccole in cielo: “Lotito stiamo arrivando. Te ne devi andare”. C’era gente sdraiata all’una su piazzale Maresciallo Giardino. L’appuntamento era fissato per le 18, quando spuntavano subito un migliaio di maglie bianche con scritto “Libera la Lazio”. E una maschera distinta di un maiale: “Amico di Lotito”. Mezz’ora dopo Lungotevere invaso. Diecimila laziali pronti al corteo del dissenso: “Meno male che eravamo in pochi”, urlava fiero un organizzatore. E un altro ironico: “Così arriviamo al Trullo”. I laziali invocavano le telecamere: “Riprendeteci, così se ne va”. Spenti sul nascere i sabotatori, la prima bomba carta: “Qui ci sono bambini, guai”, gridava lo speaker e scattava l’applauso di padri e madri, famiglie comuni scese in piazza insieme agli ultrà. La manifestazione doveva essere pacifica, così è stata. C’erano agenti in borghese fra la folla, telecamere ovunque, il drone e un elicottero in cielo. Anche per loro un messaggio: “Aridatece i marò, pijateve Lotito”. Una ragazza li pungeva: “Gestore, chiama altre guardie. Siamo troppi”. Alla fine c’è il ghigno del successo: “C’erano migliaia di tifosi che non venivano più allo stadio perché stanchi di questa dirigenza, oggi son tornati perché siamo tutti troppo stanchi”. Esasperati: “Mi diverto solo se muore Lotito”. Il verdetto crudele dell’Olimpico arena. Con tanto d’Alleluja finale. (Alberto Abbate)

 

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