Adesso urge il traghettatore dopo lo spreco

Adesso urge il traghettatore dopo lo spreco

Come chi alla prima della Scala si perde l’ouverture della “Traviata”, i laziali che non t’aspetti entrano nell’Olimpico torinese solo dopo il gol di Glik e il raddoppio mancato del virtuoso Cerci, cioè quando all’incirca è già volata via una mezz’ora da mettersi le mani nei capelli.Approccio disastroso, niente pressing…

Come chi alla prima della Scala si perde l’ouverture della “Traviata”, i laziali che non t’aspetti entrano nell’Olimpico torinese solo dopo il gol di Glik e il raddoppio mancato del virtuoso Cerci, cioè quando all’incirca è già volata via una mezz’ora da mettersi le mani nei capelli.
Approccio disastroso, niente pressing alto, tanta lentezza centrocampistica, scarso presidio lungo le corsie laterali per disinnescare gli incursori esterni di Ventura, fino alla dormita dei controllori biancocelesti che consentono l’incredibile vantaggio granata. Quanto sopra basta e avanza per dire che la misura è colma e urge il traghettatore per evitare di precipitare ancora. 
Ma come si fa a cavar fuori un reparto arretrato così friabile dalla sarabanda dei ripensamenti settimanali?
Da tempo Petko è in stato confusionale. Qui non si sa mai quali siano i prescelti: aspetti Floccari e c’è Perea, pensi che tocchi a Ederson e trovi Hernanes, Biglia sbuca al posto di Ledesma, senza dimenticare la proposta-Dias laddove si pensava venisse riesumato Novaretti. Il ballo sul Titanic sortisce l’effetto di rendere introvabile l’identità d’un gruppo che deforma continuamente se stesso, quasi non bastasse la sparizione di Klose, sempre più accostabile al malato immaginario di Moliere.
Siamo schietti: non è possibile andare avanti da mesi confidando nella presenza di un centravanti che non c’è e che sempre viene evocato nella vana speranza di riprendere quota grazie alle sue prodezze. Ieri hanno provato inutilmente nel ruolo prima Perea e poi Floccari, salvo rafforzare l’assedio vano della ripresa con la classe di Keita e un totale di quattro punte capaci solo d’andare a sbattere contro il muro posto a difesa del preoccupatissimo Padelli. Superflui i timori, che semmai ci si può giusto chiedere per quale motivo la Lazio ha ritrovato aggressività e dignità solo dopo l’intervallo, assaporando perfino la beffa di giocare a tratti bene, soprattutto quando, cancellato Hernanes, è piombato in mischia anche Ederson.

 

I commenti allarmati sono inevitabili: pare che oramai non sussistano sbocchi felici per qualsiasi tipo di Lazio, tre punti nelle ultime sei partite, con l’ultima vittoria che risale al 27 ottobre scorso. E la caduta libera, fra formazioni subito sbagliate o corrette in corsa, impone addirittura l’avvilimento d’una collocazione da A2, proprio sotto al Toro, vincente e rintanato in affanno per mezza sfida, cui risulta incredibile tanto l’opposizione sonnolenta già punita a metà percorso, quanto l’assalto della compagnia Candreva sopportato nel prosieguo senza danni né troppi brividi. Qua può diventare un sollievo il pensiero di cambiare presto allenatore, provvedimento chissà quanto ancora irrimandabile, mentre nel buio dove si è cacciato lui, Petkovic, si prende giusto la magra consolazione di fottere i diaristi di riferimento che lo stanno accompagnando mesti verso l’uscita.Giusto allora che prevalga il cuore Toro, nonostante i perdenti vantino una maggiore educazione calcistica almeno nei nove undicesimi schierati dall’intervallo in avanti, fatti salvi ovviamente lo scattista Cerci (con le trasvolate mozzafiato) e l’uomo ovunque D’Ambrosio, capo assoluto della resistenza granata dentro una sfida ora ricolma d’assalti biancocelesti.
A cosa serve ammirare Keita, gioiello ancora usato part-time? Poche le occasioni vere nel riassunto: sfiora il pareggio Candreva costringendo quasi Glik all’autogol e lo imita Floccari con un diagonale nel finale. Le anime laziali sono intossicate. Bisognerebbe voltare pagina, ma Lotito è irremovibile almeno fino a Natale. 

Corriere dello Sport

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