CDS – Addio a Ferruccio, il Mazzola non allineato

CDS – Addio a Ferruccio, il Mazzola non allineato

Ora giustizia imporrebbe di raccontare Ferruccio Mazzola per quello che è stato: un uomo, un calciatore, un allenatore. Ma non si può. La giustizia deve fare i conti con la storia. Nel migliore dei casi ne è complice, altrimenti deve accettarne le regole. E Ferruccio Mazzola, scomparso ieri a 68…

Ora giustizia imporrebbe di raccontare Ferruccio Mazzola per quello che è stato: un uomo, un calciatore, un allenatore. Ma non si può. La giustizia deve fare i conti con la storia. Nel migliore dei casi ne è complice, altrimenti deve accettarne le regole. E Ferruccio Mazzola, scomparso ieri a 68 anni dopo una lunga malattia, ha avuto nel destino il dolce castigo di essere figlio di (Valentino) e fratello di (Sandro). Le conseguenze delll’amore. O anche: le conseguenze del dolore. Come nella vita di ognuno di noi, assai labile è il confine.

IL TORMENTO – Sulla linea di quel confine, Ferruccio Mazzola ha vissuto il suo tormento, l’assillo della convivenza con le proprie radici, ma un passo indietro, nell’ombra mai rassicurante di chi – dentro – ha un mondo che ribolle. Del resto pure il titolo del libro che aveva scritto qualche anno fa è emblematico: «Il terzo incomodo» (ed.Bradipolibri, 2004). All’epoca accusò di abuso di pratiche dopanti il mondo di quel calcio che aveva attraversato da protagonista, gli anni ‘60 e ‘70. Fece, cosa rara, nomi e cognomi. Tirò in ballo le morti di Picchi, Tagnin, Bicicli e Minussi (era l’Inter di Herrera, e Ferruccio puntò il dito sul Mago), quelle di Beatrice, Ferrante e Saltutti (Fiorentina), quella di Taccola (Roma). 
Fu il j’accuse di un uomo-contro, uno dei pochi in un mondo dove anche gli spigoli si ammorbidiscono con batuffoli di cotone impregnati di ipocrisia. Tutto questo gli costò, oltre alla querela per diffamazione e la richiesta di 3 milioni di euro da parte dell’Inter (richiesta respinta dal giudice), la rottura del rapporto con il fratello Sandro e l’ostracismo di un mondo, quello del calcio, che aveva abitato senza mai sentire conforme al proprio spirito. Le sue denunce va detto, non sono mai state dimostrate da alcun procedimento giudiziario. 
Era stato un buon centrocampista, Ferruccio Mazzola, piccolo (167 centimetri), magro (peso forma poco più di 60 chili), i tratti pasoliniani, un fascio di nervi al servizio della squadra. Discreta tecnica, buona tenacia, una mezzala come ce n’erano in quegli anni (’60) di compiti specifici. Si mise in luce nel Venezia (’65), finì nei dilettanti del Sant’Angelo Lodigiano (fine anni ‘70) e poi addirittura in Canada (Edmonton Drillers). Da allenatore due promozioni dalla C2 con Venezia e Siena, metà anni ‘80.

UNA STORIA SEGNATA – Poichè ogni vita comincia da una separazione (nascere è la più dolorosa delle separazioni), per dare un senso alla storia di Ferruccio Mazzola bisogna tornare all’infanzia, prima quando suo padre Valentino si separò dalla madre (fu con lei che Ferruccio rimase) e poi quando – la tragedia di Superga il 4 maggio del 1949 – suo padre morì, contribuendo suo malgrado a riunire i due fratelli, Sandro e Ferruccio, entrambi piccoli, fragili ed indifesi. Fu proprio Ferruccio a convincere Sandro a insistere con il calcio, quando il fratello maggiore, deluso e scornato per i continui paragoni con il padre, stava per darsi al basket. «Noi Mazzola siamo fatti per giocare a calcio», sentenziò. Aveva ragione. Ci sono storie segnate. Quella di Ferruccio Mazzola è stata una vita vera, complessa e probabilmente tormentata, ma vera, di un rigore morale che ora tutti gli riconoscono come cifra esistenzale che l’ha contraddistinto, ma che è stato – spiace dirlo – il suo supplizio quotidiano. Con la sua morte, se ne vanno in due. Ferruccio Mazzola, figlio di Valentino, fratello di Sandro. E Ferruccio Mazzola, l’altro: il calciatore, l’allenatore, l’uomo.

Corriere dello Sport

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