“Ecco i segreti di Petkovic”

“Ecco i segreti di Petkovic”

Un pazzo: «Mi davano del matto». Gli dicevano Petkovic in Italia? Tu sei matto…??. Non era pazzo, ha sempre scommesso su di lui, l’ha spinto a credere nel sogno italiano. Petkovic raccontato da Flavio Ferraria, consulente tributario romano, esperto di calcio svizzero, ex direttore generale de La Chaux de Fonds,…

Un pazzo: «Mi davano del matto». Gli dicevano Petkovic in Italia? Tu sei matto…??. Non era pazzo, ha sempre scommesso su di lui, l’ha spinto a credere nel sogno italiano. Petkovic raccontato da Flavio Ferraria, consulente tributario romano, esperto di calcio svizzero, ex direttore generale de La Chaux de Fonds, club elvetico. Ferraria e Petkovic si conoscono da anni, tutto è nato così…

Ferraria, oggi tutti parlano di Petkovic. La prendevano in giro quando lo faceva lei, quando lo sponsorizzava in Italia…
«Conoscevo il valore di Vlado, sapevo che ce l’avrebbe fatta in serie A».

E lo spinse a tentare il grande salto.
«Era aprile, sapevo che la Lazio era a caccia di un allenatore. Una mattina mi alzai, chiamai Petkovic, ci incontrammo a Bellinzona. Io non sono il suo agente, gli trasmisi solo l’idea di provarci in Italia, aveva il carisma ideale per fare bene in una città come Roma».

Petkovic come reagì?
«Eravamo al bar. Io, da viziato quale sono, ordinai una birra, lui prese solo un bicchiere d’acqua. Mi disse serie A? Magari, proviamoci. E’ stata brava la Lazio a credere in lui, lo conosceva da tempo, l’aveva studiato».

Petkovic ha conquistato tutti in pochi mesi, qual è il suo segreto?
«Se hai voglia di sederti comodamente in poltrona per gustarti una bella partita, le squadre di Petkovic sono l’ideale».

L’avrà pensato anche Lotito, l’ha scelto con convinzione.
«Lotito rimase impressionato da Petkovic, si incontrarono a Roma a maggio. Vlado sapeva tutto dei giocatori della Lazio, le caratteristiche, i pregi, i difetti. Credo che questo colpì molto il presidente e il diesse Tare».

Quando vi siete conosciuti?
«Petkovic allenava il Bellinzona, io ero direttore generale a La Chaux de Fonds, un club svizzero. Entrambi eravamo in serie B, noi venivamo da sei sconfitte di fila, non potevamo perdere. Era un tardo pomeriggio, ricordo un tempo bestiale, veniva giù la grandine, vincemmo a dieci minuti dalla fine. Vlado qualche tempo dopo ci raccontò un episodio, quando tornò negli spogliatoi disse “con tutti gli italiani che ci sono, chi vince qui?”, fu una battuta simpatica».

Quel giorno lei… “impazzì”. Iniziò a scoprire Petkovic e il suo calcio…
«Quella partita la giocò con il 4-3-3, fu durissima per noi. Le sue squadre sono state sempre riconoscibili».

Carisma, mentalità, preparazione calcistica. Cosa dobbiamo ancora scoprire di Petkovic?
«Lui è così come si vede: tranquillo, calmo, riflessivo, difficilmente perde la pazienza in pubblico, magari nel privato si farà pure sentire. E’ una persona dedita al lavoro, alle 7 è già in piedi. Studia, si aggiorna, vede partite in continuazione, visiona dvd, è un grande professionista».

Quante volte l’ha buttata giù dal letto?
«E’ capitato (risata, ndr). Si sveglia prestissimo, telefona agli amici. In Svizzera hanno orari differenti rispetto ai nostri, lavorano sin dalle 7.30, anche le scuole iniziano a quest’ora».

Petkovic il signore, stringe la mano a tutti, un segno di rispetto.
«E’ una caratteristica della cultura svizzera, anche i bambini danno la mano quando salutano, neppure me ne accorgevo le prime volte. E’ un fatto caratteristico, so che molti si sono stupiti, anch’io rimasi colpito da questo speciale saluto».

L’ha mai visto arrabbiato?
«Non ho mai assistito ad una sua sfuriata, avrei paura a farlo considerando quanto è alto e grosso (risata, ndr). Lui sa prendere le persone, è uno dei suoi segreti. Sembra distaccato, è molto simpatico, è pronto alla battuta. Quando siamo insieme evitiamo di parlare di calcio».

Squadre riconoscibili, ha detto. In cosa?
«Nei movimenti, nel possesso palla. Se prendete le gare della Lazio e quelle dello Young Boys, nel suo miglior periodo, le similitudini sono evidenti. Si va in campo per fare le partite e vincerle».

Incide nel gioco, incide nella testa dei giocatori. S’è fatto seguire subito.
«Sa motivare i giocatori, sa parlarci, è un allenatore completo e ha ancora margini di crescita. Legge le partite perfettamente, ha cambiato la mentalità del calcio svizzero, era uno dei pochi tecnici che faceva gioco».

Calcio svizzero: quale talento consiglierebbe?
«Il livello è cresciuto, faccio dei nomi: Zuber e Hajrovic, giocano nel Grasshoppers, sono due laterali di centrocampo, davvero molto bravi. E poi c’è il portiere Burki».

Ferraria, lei per chi tifa?
«Io tifo per la Svizzera. E per Petkovic…».

Il Corriere dello Sport

Cittaceleste

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