I pericoli:calendario e stanchezza

I pericoli:calendario e stanchezza

 Petkovic ha parlato di stanchezza mentale, non fisica, perché la Lazio a Firenze era venuta fuori alla grande nella ripresa, tre giorni prima ad Atene s’era rituffata in avanti dopo il pareggio di Toché nei minuti di recupero e mercoledì con il Torino ha rimontato, cercando sino in fondo il…

 Petkovic ha parlato di stanchezza mentale, non fisica, perché la Lazio a Firenze era venuta fuori alla grande nella ripresa, tre giorni prima ad Atene s’era rituffata in avanti dopo il pareggio di Toché nei minuti di recupero e mercoledì con il Torino ha rimontato, cercando sino in fondo il gol del raddoppio. Ha quasi certamente ragione. Il peso dell’Europa League si sente perché i viaggi riducono i tempi di recupero e consumano le energie nervose. Un conto è preparare una partita di campionato alla settimana e un altro affrontarne tre in sei giorni, come è capitato alla Lazio, chiamata ad affrontare in rapida successione Panathinaikos, Fiorentina e Torino. Ci sono giocatori (leggi Gonzalez) che hanno avvertito la fatica degli impegni ravvicinati e dei voli transcontinentali per giocare in nazionale, ce ne sono altri (Candreva, Lulic, Konko) che continuano a spendere energie nervose in termini di concentrazione e di applicazione calcistica. Petkovic, come Conte alla Juventus, chiede tanto ai suoi giocatori. Attaccare significa portare quattro o cinque giocatori alla volta nell’area avversaria, mantenere le distanze, rispettare le diagonali e il copione tattico, tornare indietro a coprire. Non è semplice riuscirci per tre volte a settimana e senza momenti di cedimento. Forse non è un caso che la Lazio non riesca a tenere lo stesso rendimento nei novanta minuti: la stanchezza mentale e un atteggiamento ancora troppo “italiano” alla fine ti porta ad arretrare, a cercare di gestire.

IL DIFETTO – La stanchezza mentale porta dei cali di concentrazione. E’ un effetto collaterale scontato e inevitabile. Forse si riflette e si può leggere anche attraverso gli episodi. La Lazio non dura novanta minuti: o si spegne alla distanza oppure fatica a entrare in partita. Questione mentale, non è semplice possedere e mantenere a lungo una determinazione feroce. Appena la testa ti molla o se entri in campo un po’ molle, vieni castigato. E cominci a prendere a gol. La Lazio, per tutto il mese di settembre, era sembrato un bunker. Difficilissimo segnare a Marchetti e persino avvicinarsi alla porta. Ora i gol degli avversari arrivano con discreta puntualità. Nelle ultime quattro partite (Milan, Panathinaikos, Fiorentina e Torino) la Lazio ha incassato 6 gol. Il conto, in 15 partite ufficiali, è salito a quota 13, di cui ben 7 presi su calcio da fermo. Angoli o punizioni a sfavore, la squadra biancoceleste s’è riscoperta vulnerabile. Un difetto del passato, ereditato da Reja. Petkovic ci dovrà lavorare: Glik ha segnato sfruttando l’angolo di Sgrigna, ancora peggio era andata ad Atene, dove il pallone era rimbalzato per terra (mai farlo cadere) prima che Toché beffasse Bizzarri. Nello stesso modo o quasi si ricordano i gol del milanista De Jong, di Paci del Siena, il terzo di Cavani a Napoli, quello di Travner del Mura e persino il rigore di Pellissier (trattenuto Sardo sugli sviluppi di una punizione).

Il Corriere dello Sport

Cittaceleste

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