IL TEMPO – «Minacciato con un fucile dalla polizia»

IL TEMPO – «Minacciato con un fucile dalla polizia»

(IL TEMPO) – Ha negli occhi il fermo-immagine di un fucile puntato contro di lui. Sente ancora le grida di paura dei suoi compagni. E fatica a ritrovare un po’ di normalità. A nemmeno ventiquattr’ore dal ritorno in libertà, Damiano Stazi racconta in esclusiva a «Il Tempo» la sua drammatica…

(IL TEMPO) –  Ha negli occhi il fermo-immagine di un fucile puntato contro di lui. Sente ancora le grida di paura dei suoi compagni. E fatica a ritrovare un po’ di normalità. A nemmeno ventiquattr’ore dal ritorno in libertà, Damiano Stazi racconta in esclusiva a «Il Tempo» la sua drammatica vicenda in Polonia. Lo fa con tono concitato, al telefono da una terra lontana e ostile dalla quale non vede l’ora di andarsene.
Come sta?
«Sono scosso. Non è facile tornare alla vita normale dopo più di due settimane in cella. Mi sembrava di essere stato catapultato in un’altra vita».
Come è avvenuto il suo arresto?
«Ero atterrato a Varsavia alle 14. Ho lasciato il bagaglio in albergo e sono andato in centro a mangiare qualcosa. Arrivato all’Hard Rock Cafe, ho trovato circa duecento tifosi laziali. La situazione era tranquilla».
Poi cos’è successo?
«Abbiamo iniziato a camminare in direzione dello stadio, scortati dalla polizia. Io ero tra gli ultimi. Dopo poche centinaia di metri, all’improvviso è scoppiato l’inferno. Sentivo gente gridare e vedevo tutti correre. Ho avuto paura e ho iniziato a correre anch’io. Poco dopo sono stato raggiunto da un gruppo di agenti in divisa anti-sommossa, che mi hanno circondato. Uno di loro mi ha puntato un fucile contro».
Cosa ha provato?
«Tanta paura. I poliziotti mi hanno spinto in terra, avevo la faccia sull’asfalto e tra il cappuccio del giacchetto e la sciarpetta della Lazio faticavo a respirare. Mi hanno ammanettato. Più tardi mi hanno accusato di aver contravvenuto a una legge che vieta di girare in strada a volto coperto. Ma io non avevo un passamontagna, mi difendevo solo dal freddo».
Dopo la condanna è stato trasferito nel carcere di Bialoleka. Come è andata?
«Devo dire che ci hanno trattato abbastanza bene. Alcune guardie carcerarie ci deridevano e cercavano di umiliarci. Lo facevano nella loro lingua, ma era facile capire quali fossero i loro argomenti. Poi c’era il problema del tempo, che dietro le sbarre non passa mai, e la paura del processo. Tutto ciò con la consapevolezza di non aver fatto nulla».
Ha mai pensato di non poter far ritorno a casa in tempi brevi?
«Certo. Mio padre è arrivato subito qui a Varsavia con un avvocato, che ha depositato un’istanza di scarcerazione dietro cauzione. Quando ho saputo che era stata rigettata, ho pensato che fosse davvero finita e mi sono rassegnato all’idea di dover trascorrere novanta giorni in galera».
Invece ora è fuori e tra qualche giorno potrà far ritorno in Italia.
«Devo ringraziare mio padre. Durante l’udienza per valutare la mia posizione dopo la presentazione di una seconda istanza di scarcerazione, è riuscito a convincere le tre donne giudici a lasciarmi andare. Gli è costato 30.000 szlote, circa 7.200 euro».
Ora cosa prova?
«Sono stanco. Tutta questa vicenda mi ha provato fisicamente e psicologicamente. Ho accettato di parlare con voi de Il Tempo perché so che non ci avete mai abbandonati, ma adesso desidero un po’ di tranquillità. Ne ho bisogno».
C’è qualcos’altro che vuoi dire?
«A me è andata bene ma ci sono ancora nove ragazzi reclusi ingiustamente. Spero possano uscire presto anche se sono consapevole che non tutti i genitori possono permettersi di pagare una cauzione così alta».

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