L’addio di Vlado: «Errori pagati a caro prezzo»

L’addio di Vlado: «Errori pagati a caro prezzo»

Andando incontro alla notte decisiva per il suo futuro, l’ultima al timone della Lazio, Vladimir Petkovic prova a darsi coraggio da solo, prova ad autolegittimare la propria posizione in attesa della voce della società, con epilogo scontato, solo questione di ore. Esonero. E ripete come un mantra, nella processione tra…

Andando incontro alla notte decisiva per il suo futuro, l’ultima al timone della Lazio, Vladimir Petkovic prova a darsi coraggio da solo, prova ad autolegittimare la propria posizione in attesa della voce della società, con epilogo scontato, solo questione di ore. Esonero. E ripete come un mantra, nella processione tra le tv, un ritornello difficilmente sostenibile dopo una sconfitta di queste proporzioni. «Abbiamo dominato questa partita», sostiene davanti alle telecamere di Mediaset. «Oggi (ieri per chi legge, ndi) abbiamo disputato una bella partita», ripete alla postazione Rai.

EVENTI – Una tesi ardita – e lui stesso, per la verità, lo ammette più volte – che il tecnico bosniaco sostiene anche in sala stampa, forse più per dovere che per convinzione, chissà. Di sicuro, le risposte che lo preoccupano di più sono quelle che da lì a qualche ora emergeranno dal colloquio tra il diesse Tare e il presidente Lotito, quest’ultimo rimasto a Roma: Verona è stata l’ultima tappa della sua corsa. «Devo fare i complimenti al Verona che ha sfruttato al meglio le sue quattro, cinque occasioni che in certi momenti gli abbiamo concesso anche con ingenuità. I primi due gol su palla inattiva erano evitabili. Può sembrare strano adesso parlare di una buona Lazio, che per quaranta minuti ha creato più dell’avversario. Ora dobbiamo calmarci, restare positivi, sfruttare questa pausa e cercare di invertire questo trend. La gara di Verona è lo specchio della nostra stagione, abbiamo creato tanto ma prodotto poco in termini di gol». FUTURO – Premesse un po’ deboli per approcciare qualunque colloquio con la società. Perché prima ancora di partire per Roma, Petkovic si è reso perfettamente conto della situazione. Ecco, allora, che Vlado a metà pomeriggio ribadisce la sua posizione: non sarà lui a fare il primo passo, la mossa decisiva toccherà alla società. «Io mi sento ancora l’allenatore della Lazio, fino a prova contraria. Finché non sentirò niente dalla società, devo comportarmi in questa maniera. Le decisioni del club? Questo non fa parte dei miei pensieri. Aspetto di vedere Babbo Natale cosa mi porterà… Quando non c’è il sostegno della matematica, ogni allenatore trema. Io cerco di darmi forza da solo».
Non sarà, meglio non sarebbe mai stato lui a fare il primo passo, pur avendo sempre all’orizzonte la panchina della Svizzera: la mossa risolutiva tocca sempre alla società, per come la vede lui. Perché, ripete, «con la Lazio ho un contratto sino a fine giugno, sicuramente non riesco e non voglio immaginare altro» e, aggiunge, «finché non avrò altri tipi di comunicazione, io preparerò la squadra cercando di cominciare il 2014 nel miglior modo possibile». Petkovic si dice convinto che durante la sosta la Lazio potrebbe ritrovare l’identità smarrita. «Con una sosta sfruttata a dovere – confessa a Lazio Style – i giocatori torneranno con una mentalità positiva, per cercare già con l’Inter di far girare la fortuna dalla nostra parte». Il problema è che la Lazio ripartirà senza di lui… RESPONSABILITA’ – L’autodifesa di Petkovic passa necessariamente dall’analisi, critica e poco indulgente, degli errori individuali. Perché se Vlado ha iniziato a vacillare già nel ventre del Bentegodi, pagando con il 4-1 certe sue scelte, è indubbio che anche i giocatori ci hanno messo del loro. E il tecnico lo sottolinea, tanto per non prendersi tutte le responsabilità: «E’ difficile spiegare questi errori individuali di marcatura, di sicuro li paghiamo sempre a caro prezzo. Non siamo concentrati, non siamo ben presenti fisicamente in queste situazioni. La realtà è che paghiamo questi errori individuali su palla inattiva. E poi c’è anche la scivolata sull’azione del 4 a 1…». Ogni riferimento a Cana è puramente voluto. (Ettore Intorcia) (Corriere dello Sport)

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