La Lazio ha un piano

La Lazio ha un piano

Un numero del Profeta e le statistiche diventano musica: la Lazio è seconda, prima degli umani dopo la Juve marziana; ha già battuto, con una giornata di anticipo, il proprio record di punti nel girone di andata a 20 squadre (era di Reja con 34 punti); ha sconfitto la sindrome…

Un numero del Profeta e le statistiche diventano musica: la Lazio è seconda, prima degli umani dopo la Juve marziana; ha già battuto, con una giornata di anticipo, il proprio record di punti nel girone di andata a 20 squadre (era di Reja con 34 punti); ha sconfitto la sindrome da trasferta (non vinceva dal 7 ottobre e non segnava da 446’); è arrivata a 11 gare utili tra campionato e coppe. Sono risultati figli di un piano chiaro e intelligente, la proiezione perfetta dell’abilità tecnica e psicologica di Vladimir Petkovic, allenatore abile come pochi a planare nel nostro mondo e capirlo al volo. La sua Lazio, insomma, gioca bene a calcio, il che non significa inseguire ottusamente il colpo di tacco ma essere organizzati, saper trasformare la qualità in sostanza (pochi centrocampi in Italia, come purezza di piedi, possono competere con quello biancoceleste, eppure questo non penalizza mai la fase difensiva) e, naturalmente, possedere il cinismo necessario nel football. Questo forse mancava, questo sta arrivando. Si era visto all’Olimpico contro l’Inter, si è rivisto ieri contro la Sampdoria, quando è bastato un tiro del brasiliano al 31’ per incassare i tre punti. Costruito con una percussione di Lulic che a sinistra si è bevuto Berardi e ha obbligato Romero a una ribattuta-assist per il Profeta, sveltissimo a segnare da dentro l’area la sua settima rete in campionato, l’episodio ha deciso il match. Dopo però si è vista una Lazio legittimare il vantaggio grazie a idee chiare e la capacità di palleggiare, soffrire (qui è stato decisivo Marchetti, bravo al 4’ su Icardi e straordinario al 9’ su Eder) e — prima e dopo aver mancato il 2-0 a 3’ dalla fine con Konko innescato da Klose—sporcarsi le mani con umiltà. Petkovic, uomo di stile ma non certo un tipo «choosy», negli ultimi 12’ ha avuto il realismo di togliere Mauri e Hernanes per inserire Cavanda e Ciani e chiudere con sei difensori. Trapattonismo alla bosniaca? Forse. Ma è anche così, senza snobismi inutili, che si costruisce un team vincente. Dei biancocelesti è piaciuta, dopo un avvio difficile, effetto della spinta iniziale della nuova Sampdoria di Delio Rossi, la calma con cui si è ricompattata intorno a Ledesma, schermo davanti a una difesa senza fronzoli, e poi la lucidità di Mauri, l’applicazione di Gonzalez, la spinta sulle fasce di Konko e Lulic, il lavoro di Klose, che anche quando non segna (stavolta non si parlerà di Klosedipendenza…) è fondamentale per l’intelligenza e la grazia con cui detta il tempo alla manovra offensiva. Paradossalmente, è brillato meno Hernanes, ma il gol, che fino a prova contraria è l’essenza del calcio, basta e avanza per fare di lui l’uomo copertina. La Sampdoria ci ha provato come ha potuto: tanta grinta e le due chance in avvio, un colpo di testa di Gastadello e un gran tiro da lontano di Pozzi fuori di poco, un’azione nel finale di Eder fermata dall’arbitro Rizzoli che ha trascurato la regola del vantaggio e di questo si è scusato coi blucerchiati. Poi, a ben vedere, Romero è stato meno impegnato di Marchetti. Ma se anche il neo-doriano Delio Rossi, allenatore passionale ma non visionario, ha riconosciuto che la sua ex squadra «ha meritato il successo», è chiaro che questo è solo un dettaglio dentro una storia dalla morale inesorabile: a Marassi ieri ha vinto la più forte.

Il Corriere della Sera

Cittaceleste

0 commenti

Commenta per primo!

Inserisci qui il tuo commento

Recupera Password

accettazione privacy