La scalata di Petkovic…

La scalata di Petkovic…

Novanta minuti, come una partita di calcio, con lo stesso stile che la sua Lazio fa vedere in campo: mai banale, tutto da scoprire. Vladimir Petkovic e la sua mattinata in Gazzetta. Dove arriverà la Lazio?«A Natale lo sapremo, ora è troppo presto». Quindi la parola scudetto non gliela tiriamo…

Novanta minuti, come una partita di calcio, con lo stesso stile che la sua Lazio fa vedere in campo: mai banale, tutto da scoprire. Vladimir Petkovic e la sua mattinata in Gazzetta.

Dove arriverà la Lazio?
«A Natale lo sapremo, ora è troppo presto».

Quindi la parola scudetto non gliela tiriamo fuori.
«È un traguardo così lontano, io non vedo neppure dicembre».

Facciamo così: quante squadre si giocheranno il titolo?
«Almeno dieci».

Non sono un po’ troppe?
«Beh… sì. Però sei o sette hanno le carte in regola per contenderselo. La classifica attuale rispecchia i valori del campionato».

Juve-Napoli: chi è favorito?
«Un leggero vantaggio per la Juve, perché gioca in casa».

Vale anche per Lazio-Milan?
«La mia squadra è sempre favorita».

Cosa ha la Lazio più del Milan?
«I punti. Il resto va dimostrato. Finora abbiamo fatto il nostro dovere, anche nei primi 20’ di Napoli. Ora aspetto la conferma di sabato: voglio che la Lazio dimostri di essere grande con le grandi».

In che cosa deve migliorare la sua squadra?
«Nella capacità di reagire ai momenti difficili e nel saper mantenere un livello alto di gioco per 90’».

Chi toglierebbe al Milan?
«Beh…si stanno togliendo di mezzo da soli (il riferimento è agli infortunati rossoneri, ndr). Ma non guardo gli avversari, noi abbiamo il nostro stile di gioco proattivo».

Proattivo come Zeman. Si prospetta un derby d’attacco, allora.
«Io per calcio proattivo intendo anche la fase difensiva…».

Con la Roma sarà la sfida più importante della stagione?
«No, quella più importante è sempre quella successiva».

Allora è una partita come le altre.
«Non ho detto questo, non lo penso».

Della Roma prenderebbe qualcuno?
«Non cambierei nessuno dei miei giocatori».

De Rossi con lei giocherebbe?
«Ho imparato una cosa: si può avere un’idea precisa su un calciatore solo allenandolo».

Qual è il segreto dell’esplosione di Hernanes?
«Aveva perso fiducia, ora è in grande forma. In estate l’ho provato in diversi ruoli, poi ci ho parlato e ho capito dove avrebbe potuto rendere di più. Può arrivare a livelli assoluti».

Klose quei livelli li ha già raggiunti.
«Ora con la Germania ha risposto anche a chi lo aveva criticato (Hoeness, ndr). Fosse per lui giocherebbe 24 ore su 24, starà a me gestirlo. Ma il mio compito è far sì che la Lazio non sia Klose-dipendente».

E Zarate? Si può gestire al meglio pure lui?
«Ricordo il suo primo anno con la Lazio. Ma il difficile è confermarsi. Nel calcio il passato non conta. Ti dà un po’ di credito, che poi finisce. E io sto aspettando che Zarate mi faccia vedere in campo il suo valore e riconquisti la fiducia dei suoi compagni. Il resto sono chiacchiere».

A proposito di chiacchiere. La conoscenza di molte lingue l’ha aiutata con i giocatori?
«Ho una fortuna: tutti conoscono l’italiano e i discorsi di gruppo li faccio nella vostra lingua. Poi se devo parlare da solo con Klose, mi esprimo in tedesco».

Mauri è sempre nell’occhio del ciclone. Come sta gestendo il rapporto con lui?
«Non faccio il prete, non entro nella privacy di un calciatore, a meno che non sia lui a chiedermelo».

È Ledesma il segreto della sua Lazio?
«È uno dei play, vorrei che la mia squadra avesse tutti play in campo».

Un altro potrebbe presto essere Ederson.
«A Nizza giocava anche da mediano. Ecco, vorrei rivedere quel giocatore lì, a tutto campo».

E’ arrivato in Italia in una fase storica in cui il nostro calcio ha smarrito il suo appeal.
«Non è vero. La Serie A ha perso qualche nome importante, ma conserva il suo fascino. Ci sono molti più giovani anche nei grandi club ed è cambiato il modo di giocare. Oggi in Italia ci sono tante squadre, anche tra le piccole, che fanno un bel calcio».

Ha avuto modo di conoscere da vicino qualche collega italiano?
«Per il momento solo contatti veloci. Ho apprezzato molto il messaggio di auguri che mi ha inviato il c.t. Prandelli. Quando parlo di calcio italiano che si sta rinnovando nel gioco mi riferisco anche alla sua nazionale».

Italia sempre di moda, quindi. E invece tra Spagna, Inghilterra e Germania quale campionato preferisce Petkovic?
«La Premier è il torneo più vario. C’è lo stile inglese puro, quello francese, quello italiano. In questo momento però la Bundesliga è ancora più interessante. Con tanti laboratori di gioco, in primis quello del Borussia Dortmund».

Meglio il Barcellona o il Real?
«Un mix. Io mi sento tendenzialmente più vicino al modo di interpretare il calcio di Guardiola. Ma l’organizzazione, la velocità e gli equilibri difensivi di Mourinho sono altrettanto validi».

Potendo scegliere, Messi o Ronaldo?
«Dico Ronaldo. Il valore di Messi non si discute, è un fuoriclasse. Ma lui è fenomenale all’interno dell’impianto di gioco costruito dal Barcellona, Ronaldo è più duttile».

Discorso accademico, perché Lotito non le regalerà né l’uno né l’altro. Che tipo è il presidente? Difficile andarci d’accordo?
«No, tutt’altro. E’ una persona che ha entusiasmo, energia e idee chiare. Il rapporto con lui è stato ottimo sin dal primo incontro».

Ogni tanto prova a suggerirle la formazione?
«Assolutamente no. Anche perché con me mai nessuno lo ha fatto. Si può discutere anche di questioni tecniche. Ma le decisioni, in quel campo, spettano solo a me».

E’ stato lui a portarla in Italia?
«Il primo a conoscermi è stato il d.s. Tare che seguì spesso il mio Young Boys. Ma l’incontro decisivo c’è stato a maggio anche con Lotito. Prendere il posto di Reja era scritto nel destino».

In che senso?
«Fui molto vicino a sostituirlo all’Hajduk Spalato quando lui passò alla Lazio. Due anni e mezzo dopo eccomi al suo posto alla Lazio».

Ex Jugoslavia, la Terra da cui lei arriva. Un tempo fucina di grandi talenti, oggi un po’ meno. Come mai?
«Le guerre degli anni 90 hanno provocato la fuga all’estero di tantissimi giocatori. E’ mancato il ricambio generazionale. Però grandi talenti ci sono sempre. Come Jovetic, per esempio. Lui e Cavani sono i giocatori più forti della Serie A. Non sono gli unici campioni, ma per me sono i migliori».

Un’ultima cosa, Petkovic. Tra tanti allenatori qual è stato il suo modello?
«Mio padre, che ha fatto prima il giocatore e poi l’allenatore. Mi sono ispirato solo a lui».

gazzetta dello sport

Simone Davide

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