La speranza si chiama Hernanes

La speranza si chiama Hernanes

 L’ultimo flash: cross di Hernanes, zuccata di Kozak, 3-3 finale. Si riparte da lì, da quell’assist magistrale, da quel sinistro vellutato, da quel pallone telecomandato, da quel regista (nell’occasione) col cappelletto paracolpi in testa. Si riparte dal Profeta per andare avanti, per guardare al futuro, per tagliare il traguardo, per…

 L’ultimo flash: cross di Hernanes, zuccata di Kozak, 3-3 finale. Si riparte da lì, da quell’assist magistrale, da quel sinistro vellutato, da quel pallone telecomandato, da quel regista (nell’occasione) col cappelletto paracolpi in testa. Si riparte dal Profeta per andare avanti, per guardare al futuro, per tagliare il traguardo, per accedere agli ottavi di finale di Europa League.
Aggrappati ad Hernanes, è questo il titolo della storia. Gli uomini di fantasia non tradiscono nelle grandi notti, gli uomini di talento hanno le scarpette magiche, possono invertire il fato contrario. Hernanes ripunta il Borussia Moenchengladbach, in Germania gli ha fatto girare la testa. E’ salito in cattedra lui, è sfuggito ai radar, ha iniziato a orchestrare
Il brasiliano segnò in Slovenia col Mura Vuole ritrovare il gol ed essere decisivo come in campionatola manovra, a gestire il traffico in mezzo al campo. Sventagliate per cambiar fronte di gioco, dribbling, tiri velenosi da fuori area, punizioni potenti, assist al bacio. E’ stato decisivo il Profeta, quando è in vena ha pochi rivali, quando non lo è, come tutta la Lazio, è irriconoscibile (è successo a Siena).
IL SOGNO – Non c’è Klose, ci pensi Hernanes stasera, quello vero. In campionato è stato sempre determinante, i suoi gol hanno regalato vittorie, non è mai stato il contrario. Ha numeri da record: quando buca le reti della serie A si vince. Vuole essere decisivo anche in Europa, ha voglia di grande calcio, di grande la Lazio, di un gol che in Coppa manca dalla notte dei tempi. Sembra una maledizione, non arriva, è questione di tempo. Hernanes segnò in Slovenia, in casa del Mura, si giocavano gli spareggi. Fu lui a firmare la prima rete ufficiale della stagione, aprì le danze. Da allora non ha più centrato il bersaglio, davvero strano. Hernanes s’è tenuto in canna i gol pesanti, chissà che uno (o più) non decida di regalarlo nelle prossime ore all’Olimpico. Il Borussia lo teme, sa di cosa è capace. Il Borussia ha pagato a caro prezzo i suoi colpi. Nel finale del match d’andata ha complicato i piani dei tedeschi, li ha fatti cadere, si sono beccati il 3-3 sul più bello, l’ha battezzata il brasiliano quell’azione. Nei momenti difficili, quando il mondo sembra caderti addosso, vengono fuori i campioni, è stato sempre così.

LA MISSIONE – Il Profeta sa cosa vuole, ha le idee chiarissime: questa Europa League non la vivrà da comparsa, sogna la finale di Amsterdam. La Lazio di Lotito è a un passo dalla storia, non ha mai raggiunto gli ottavi di finale, s’è fermata ai sedicesimi, è l’ora di riscrivere il copione. Hernanes porta a compimento le missioni, non lascia mai il lavoro a metà. Hernanes è l’uomo delle giocate e delle verità illuminanti, conosce vizi e virtù di questa Lazio birichina. Una volta disse:  «Io ormai ho capito come funziona questa squadra, ha dei periodi in cui arriva a grandi livelli, poi cala un pochino, ma ritorna in alto» , i biancocelesti persero a Catania e dominarono il derby. L’hanno capito anche i tifosi, ma è ora di tenerla attaccata quella benedetta spina.
L’ORGOGLIO – Hernanes non ci sta, una Lazio perdente non fa parte della sua dimensione. E’ pronto a tutto pur di giocare e aiutarla, l’ha dimostrato scendendo in campo nonostante la botta rimediata in testa nella semifinale di ritorno contro la Juventus, si giocava la Coppa Italia. Vuole esserci sempre, giocherebbe senza sosta. Paga anche lui le fatiche, a Siena era giù di tono come tutti i compagni. E’ il primo a giudicarsi, non si assolve mai. E’ diventato un simbolo della Lazio, vive la terza stagione biancoceleste, il palcoscenico europeo lo affascina, lo carica:  «Non mi piace stare fuori. Per costringermi a non giocare deve esserci una causa di forza maggiore. La verità è che mi sento molto bene dopo essere stato fermo, non sono preoccupato quando gioco, il casco mi fa sentire protetto» , disse dopo il match col Borussia. Casco o non casco, il Profeta è sempre il Profeta.

Il Corriere dello Sport

Cittaceleste

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