Lazio e Marchetti insuperabili

Lazio e Marchetti insuperabili

Tanto tuonò ma poi non piovve. Capita: non sempre il cielo rispetta le attese e non sempre attaccare porta a segnare. La Juve ha dato la colpa al caso, alla sfortuna, a Marchetti. Alessio ha definito il sistema di gioco della Lazio «catenaccio», parola che il poliglotta Pektovic può trasferire…

Tanto tuonò ma poi non piovve. Capita: non sempre il cielo rispetta le attese e non sempre attaccare porta a segnare. La Juve ha dato la colpa al caso, alla sfortuna, a Marchetti. Alessio ha definito il sistema di gioco della Lazio «catenaccio», parola che il poliglotta Pektovic può trasferire da una lingua all’altra senza tradurla: la conoscono ovunque. Ma è un po’ eccessivo applicarla alla partita di ieri, che i romani hanno incatenato allo zero a zero senza però doversene vergognare: il loro modo di difendersi non è stato esagerato e antisportivo, ma c’è stata anche della bellezza nella maniera in cui hanno disattivato la Juventus senza nemmeno patirla troppo. Certo, la Lazio è esistita solamente nei quaranta metri davanti a Marchetti: oltre non s’è mai spinta. Certo, la Juve può contare una traversa (di Bonucci) e almeno quattro eccellenti parate del portiere laziale. Certo, uscendo dal campo Petkovic si è preso gli insulti dei tifosi juventini e li ha anche accettati, «perché capisco chi è rimasto deluso: non abbiamo fatto un bel calcio». Eppure il pareggio senza gol, scremato da queste ovvietà superficiali, conserva un sapore d’esattezza perché, in definitiva, la Juventus non ha fatto abbastanza per vincere (anzi: non l’ha fatto abbastanza bene) e la Lazio ha fatto moltissimo per non perdere. Sapersi difendere non è un difetto, dopo tutto. È la seconda volta che qualcuno esce illibato dallo Stadium, dal giorno in cui lo hanno costruito. Prima della Lazio ci riuscì solamente il Siena in una gelida e nevosa domenica di febbraio, ma nel risultato della squadra di Petkovic c’è della dignità. La Juventus è riuscita ad allentare la resistenza biancoceleste soltanto nella parte centrale della ripresa, quella nella quale è andata più vicina al gol, in particolare con la traversa colpita da Bonucci dopo il corner di Giovinco (30’) e soprattutto con un tiro di Vidal deviato d’istinto da Quagliarella (16’) sul quale Marchetti ha cambiato direzione quando già era in volo, esibendosi in una parata formidabile. Ma a ben vedere, i bianconeri hanno confezionato una sola volta un’azione tipicamente delle loro (21’ st: da Giovinco a Isla a Marchisio, anticipato in uscita dal portiere), attaccando invece in maniera insistente ma un po’ banale e anche un po’ troppo lenta. Petkovic ha difeso puramente di posizione, senza esagerare con il pressing e senza marcare chi non aveva la palla: ha preferito tenere d’occhio gli spazi, togliere ai portatori di palla la visuale del passaggio, costringere gli attaccanti a sfiancarsi con il movimento. È stato un sistema difensivo che ha richiesto intelligenza, dunque rischioso e di non semplicissima attuazione: ma la Lazio lo ha fatto benone, anche se poi non ha mai saputo cambiarsi d’abito quando l’azione ricominciava. «La Juve era troppo forte, ce l’ha impedito», ha osservato Petkovic: in effetti, i bianconeri sono in salute e hanno stroncato ogni velleità sul nascere soprattutto quando, dal 15’ st in poi, Vidal e Pogba hanno invertito le posizioni, guadagnandoci entrambi. Stavolta gli attaccanti hanno deluso: Giovinco sembra spaccare il mondo quando l’azione comincia ma poi si perde in un bicchiere d’acqua appena mette piede in area, mentre Quagliarella è già stato Quagliarella la settimana scorsa, e generalmente non è uno che si ripeta a stretto giro di posta. La Juve, così, è arrivata al tiro per lo più dalla distanza, senza affondare i colpi. Conte ha detto ad Alessio di inserire le torri (Matri, Bendtner) ma poi non ha chiesto alla squadra di giocare per loro, e questo è stato un errore. In giornate come questa, l’allenatore avrebbe dovuto rinunciare a un centrale difensivo, inventarsi una variazione sul programma. Non averlo fatto è stato un limite.

La Repubblica

Cittaceleste

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