Lazio, hai un posto nella storia

Lazio, hai un posto nella storia

Una Lazio eroica, infinita come la sua leggenda. Una Lazio, quella di Moenchengladbach, che s’è meritata un posto nella storia. Il 3-3 strappato all’ultima azione in casa del Borussia, dopo 90 minuti tiratissimi, al cardiopalma, fa venire in mente le imprese del passato. Ci sono tante Lazio da ricordare lungo…

Una Lazio eroica, infinita come la sua leggenda. Una Lazio, quella di Moenchengladbach, che s’è meritata un posto nella storia. Il 3-3 strappato all’ultima azione in casa del Borussia, dopo 90 minuti tiratissimi, al cardiopalma, fa venire in mente le imprese del passato. Ci sono tante Lazio da ricordare lungo 113 anni di esistenza, sono indimenticabili. Quella di Petkovic sta incarnando i valori della lazialità, lo spirito del “non mollare mai”. Non molla la Lazio moderna, non si arrende, cade e si rialza, rimonta, detta legge anche in trasferta, anche fuori dai confini patrii, anche di fronte a 50 mila spettatori. Ha i cromosomi delle Lazio guidate da Maestrelli, Fascetti ed Eriksson. Sfide, recuperi miracolosi, imprese, vittorie, salvezze insperate, scudetti, missioni impossibili: quei maestri hanno scritto pagine epiche di calcio. L’album di famiglia è pieno di ricordi, sono diventati libri e film. La Lazio di Petkovic ha uno spirito vincente, gioca senza paura, col cuore, si fa rispettare e temere. La Lazio di Petkovic non sfigura davanti a nessuno, porta in alto il buon nome di famiglia, fa divertire i tifosi. E’ stata pazzesca la doppia rimonta centrata in casa del Borussia Moenchengladbach giovedì sera. Eroici, si direbbe. Come i fratelli laziali del passato: quelli del primo e del secondo scudetto, quelli del meno 9, quelli che con Mancini in panchina lottavano per l’onore, non per i soldi. E’ stata sempre una storia d’amore.

Per superare il Verona, rimasero tutti in campo anche all’intervallo

La Lazio tricolore del 1974 ha lasciato il segno anche per una compattezza che rimase unica Nella foto Maestrelli abbraccia ChinagliaROMA – C’è un’immagine scolpita nell’immaginario collettivo e una partita simbolo della banda Maestrelli, un gruppo indomito di campioni, guidati dal trascinatore Chinaglia. La memoria torna al 14 aprile 1974, Lazio-Verona, quint’ultima giornata di campionato. E’ un’immagine di cui ogni tifoso biancoceleste va fiero e orgoglioso, una pagina di calcio entrata nella leggenda. La Lazio si sta giocando lo scudetto, ma quella domenica le partite cominciano con un quarto d’ora di ritardo per una forma di protesta lanciata dall’Associazione Calciatori. Per evitare l’ammonizione del capitano Wilson, Maestrelli consegna la fascia a Felice Pulici. Il Verona appare come una vittima sacrificale e dopo appena quattro minuti va sotto a causa di un’autorete di Bet. Ma la Lazio è svagata, distratta. Gioca male, non all’altezza del suo standard e incassa una doppietta: pareggia Zigoni al 25’ e poi c’è il raddoppio grazie a un’autorete di Oddi. Succede quello che tutto l’Olimpico non si aspetta. La Lazio non scende negli spogliatoi, resta sul campo per tutta la durata dell’intervallo. E si carica nell’attesa che i giocatori del Verona, dopo un quarto d’ora, escano dal sottopassaggio. I tifosi biancocelesti restano sorpresi, quasi increduli. Poi si mettono a cantare, caricando la squadra. E nella ripresa la Lazio si scatena, trasformando la partita in un assedio. Il pareggio di Garlaschelli arriva quasi subito, poco dopo la mezz’ora la svolta: Nanni firma il sorpasso, Chinaglia inchioda il Verona sul 4-2. La Juve pareggia la sua partita, Maestrelli allunga il vantaggio a quattro punti. Una squadra di ferro, pronta a catturare la preda.

La salvezza dopo la penalizzazione E sono diventati “quelli del meno 9”

La corsa sfrenata di Giuliano Fiorini dopo la rete in Lazio-Vicenza del 1987 è uno dei simboli della cavalcata della Lazio di Eugenio Fascetti che evitò la serie CROMA – Non è una favola, è una storia vera. La “banda” del meno nove, è passata così alla storia. Lo scandalo scommesse, la penalizzazione, il pericolo di una retrocessione in serie C e il fantasma del fallimento, incubi veri:  «Chi non se la sente lo dica adesso…», fu il discorso fatto da Eugenio Fascetti, il tecnico della Lazio 1986-87, nello spogliatoio. C’erano poche speranze, c’era una maglia con un’aquila disegnata sul petto, c’era un manipolo di uomini. Rimasero tutti, non se ne andò nessuno, i giocatori strinsero un patto di ferro nel ritiro di Gubbio. Undici mesi dopo i biancocelesti avrebbero conquistato la salvezza nello spareggio disputato contro il Campobasso. Era il 5 luglio 1987, la sfida si giocò a Napoli. Fu una cavalcata emozionante, regalò momenti epici, portò alla ribalta un gruppo di eroi. La Lazio di Fascetti si rivelò più forte di tutto, lottò con i denti, sputò sangue in campo, centrò l’impresa nonostante mille difficoltà. La permanenza in serie B fu decisa agli spareggi, ma c’è una partita passata alla storia: Lazio-Vicenza (1-0) del 21 giugno 1987, l’ultima gara del campionato. La decise Giuliano Fiorini all’82’, mancava poco al fischio finale. Fece il miracolo su cross di Podavini, evitò la fine di una storia leggendaria, si scatenò il pandemonio all’Olimpico. I biancocelesti guadagnarono la possibilità di giocare gli spareggi contro il Taranto e appunto il Campobasso e di ottenere la salvezza: arrivò. Fascetti fu il condottiero di una Lazio incredibile, capace di cambiare la storia. Una Lazio di uomini veri, ha dato l’esempio alle nuove generazioni. Grinta, determinazione, attaccamento alla maglia, professionalità, valori cari al club biancoceleste. La sintesi della lazialità.

Tutti uniti anche senza stipendio: zona Champions e semifinali Uefa

Stefano Fiore ed Enrico Chiesa sul campo di Cracovia: la Lazio vince 2-1 e conquista gli ottavi di Coppa Uefa. E’ uno dei giorni più belli di una squadra che volaROMA – Il capitano Nesta e il centravanti Crespo, ovvero i due giocatori più forti e rappresentativi, erano stati ceduti al Milan e all’Inter il 31 agosto 2002. L’epopea di Sergio Cragnotti si stava chiudendo con tristezza e una montagna di debiti da pagare. Il 14 novembre, con la squadra di Mancini in trasferta Uefa a Belgrado per affrontare la Stella Rossa, arrivò la notizia del cross default della controllante Cirio. Era l’inizio della fine, pochi mesi dopo, per la precisione il 3 gennaio, l’avvocato Ugo Longo sarebbe subentrato al presidente Cragnotti con la regia di Capitalia, che non scontava più gli ultimi contratti in capo alla società. Niente introiti, liquidità finita, stipendi non pagati. A Natale la Lazio in blocco avrebbe potuto mettere in mora la società (le lettere erano pronte) e ottenere lo svincolo per piazzarsi a gennaio in un’altra squadra. Per carità, si parla di stipendi alti, ma erano tutti giocatori che si sarebbero piazzati in fretta a parametro zero in club di altissimo livello e con lo stesso ingaggio. L’ipotesi di una messa in mora rientrò, Mancini riuscì a coinvolgere il gruppo, l’opera diplomatica e il sorriso dell’avvocato Longo aiutarono la Lazio a ritrovarsi. Nonostante il Titanic stesse affondando, si creò una compattezza fuori dal comune, un patto solidale che alimentò la squadra per molti mesi. Un gruppo di ferro, capace di issarsi e chiudere al quarto posto, ottenendo la qualificazione ai preliminari Champions. Ma anche di arrivare sino alle semifinali di Coppa Uefa attraverso un lungo cammino in cui si trova un altro 3-3, questa volta casalingo, con il Wisla Cracovia. Niente paura, la banda Mancini il 5 marzo riuscì a conquistare il passaggio agli ottavi vincendo in trasferta (2-1) a Cracovia su un campo ai limiti della praticabilità.

Il Corriere dello Sport

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