Mihajlovic: “Io, Totti, la Lazio e la guerra serba, adesso vi racconto tutto”

Mihajlovic: “Io, Totti, la Lazio e la guerra serba, adesso vi racconto tutto”

CORRIERE DELLO SPORT Il fisico è quello massiccio di quando giocava anche se adesso non tocca più il pallone e si limita a giocare a tennis. Le parole sono ancora taglienti come le sue punizioni «perché ai giocatori è bene parlare sempre in faccia ed essere leali». Gli occhi sono…

CORRIERE DELLO SPORT

Il fisico è quello massiccio di quando giocava anche se adesso non tocca più il pallone e si limita a giocare a tennis. Le parole sono ancora taglienti come le sue punizioni «perché ai giocatori è bene parlare sempre in faccia ed essere leali». Gli occhi sono gli stessi che fulminavano i compagni ribelli e che i suoi giocatori «hanno imparato a interpretare esattamente come i miei figli». Il passare degli anni non ha cambiato di una virgola Sinisa Mihajlovic, il tecnico capace di risollevare una Sampdoria che a fine novembre era nel baratro, penultima in classifica con appena 9 punti. In due mesi e mezzo ha capovolto il mondo blucerchiato con la strategia del dialogo, allenando più le teste che le gambe dei suoi uomini. Il presidente Garrone vuole costruire il domani su di lui. In caso di salvezza, il contratto di Sinisa prevede il rinnovo automatico, ma l’argomento è tabù. «Il mio futuro è… il presente» ha tagliato corto per stoppare le voci (e le domande…) sull’Inter o sulla Lazio. Ieri in un’ora di chiacchierata prima dell’allenamento mattutino ci ha parlato del suo calcio, dell’amicizia con Totti, del suo essere laziale dentro e ha presentato il… derby personale con la Roma di domenica. Mai banale, ha spesso sorriso prima che il discorso scivolasse sulle guerre che ha vissuto e lo hanno cambiato. Ci ha raccontato storie che con il pallone non hanno nulla a che fare, momenti che lo hanno trasformato nel Mihajlovic di ieri e oggi. Un uomo che ti guarda sempre negli occhi e non fa mai un passo indietro.

Mihajlovic, con 28 punti in classifica la Sampdoria è già salva?
«No e adesso viene il difficile perché basta distrarsi un attimo per rovinare tutto. Sta a noi non permettere che quell’attimo arrivi: dobbiamo tenere i piedi ben piantati a terra e rimanere concentrati».
Ha preso la Sampdoria quando aveva 9 punti dopo 12 giornate e lei ne ha conquistati 19 nelle successive 11 gare. Meglio di così…
«Un cammino del genere era difficile da immaginare appena sono arrivato. Essere a +11 sulla terz’ultima a metà febbraio è un grande risultato e il merito è dei ragazzi che mi hanno dato la piena disponibilità. Hanno giocato da squadra, da uomini».
Qual è il principale merito che si riconosce dopo i suoi primi mesi alla Sampdoria?
«La cosa fondamentale è stata sistemare la testa dei ragazzi. Quando sono arrivato erano giù di morale, per niente tranquilli. Ci ho lavorato molto, dando loro serenità: ho una squadra composta da giovani che, non avendo troppa esperienza, sotto pressione non rendono il massimo. Ho cercato di restituire la gioia di allenarsi e di giocare a calcio. Allo stesso tempo, poi, ho messo ognuno al posto giusto. D’accordo Gabbiadini non ricopre il suo ruolo preferito, ma si sacrifica per il bene della squadra. Per salvarsi, bisogna vincere e per vincere è necessario rischiare qualcosa in più. Ho spostato il baricentro più avanti e siamo diventati più aggressivi. Se ci difendiamo e basta, un gol lo prendiamo sempre. E siccome ho una mentalità vincente, ho chiesto piùcoraggio».
Quindi prima il lavoro sulla testa, poi quello sul campo.
«La testa è tutto, nel bene e nel male. Con ogni giocatore devi trovare la medicina giusta, il modo per capirlo e farlo sentire importante. Parlo con tutti individualmente, dico le cose in faccia e mi comporto lealmente non facendo mai mancare la mia fiducia. Poi, come con i miei figli, sta a me trovare la chiave per entrare nella testa di ognuno: se uno è sensibile e mi arrabbio, non ottengo niente. Se uno è duro e gli faccio le carezze, perdo tempo. E’ così che si costruiscono i rapporti veri».
Se avesse iniziato a lavorare a luglio, adesso la Samp sarebbe in zona Europa League?
«O magari mi avrebbero mandato via dopo 5 giornate… Nel calcio non esistono i “se” e i “ma”. Ho accettato questa proposta per la riconoscenza che ho verso la Sampdoria: l’ho vista in difficoltà e, da tifoso, sono arrivato, strappando un contratto di altri 2 anni e mezzo da ct della Serbia. Mi sono chiesto cosa potevo fare io per la Samp, non viceversa. Sapevo che era un rischio, ma i rischi mi piacciono».
Possibile in futuro rivedere i blucerchiati in Europa?
«Bisognerà vedere cosa deciderà di fare la società. Le basi ci sono, ma per arrivare in Europa saranno necessari investimenti che in un calcio italiano in crisi non sono facili».
Sarà lei nei prossimi anni a guidare la Sampdoria nelle coppe europee?
«Del futuro non voglio parlare perché il futuro è… il presente. Siamo tutti concentrati per raggiungere il nostro obiettivo, ovvero la permanenza in Serie A, e parlerò solo quando lo avremo raggiunto».
Sul suo contratto in scadenza nel 2014, sul rinnovo automatico in caso di salvezza, sulle voci relative all’Inter e alla Lazio non ha davvero niente da aggiungere?
«Ripeto, conta il presente. Delle voci non mi frega niente. Io penso al campo».
Dia un consiglio a Prandelli: quali blucerchiati deve portare in Brasile?
«Non mi piace dare consigli a un grande allenatore come Prandelli perché lui conosce bene il suo gruppo, ma da tecnico della Sampdoria dico che Gabbiadini e De Silvestri farebbero comodo alla Nazionale. Stanno disputando una stagione super».
C’è qualcosa di Boskov nel Mihajlovic allenatore?
«In me c’è un po’ di ogni tecnico che ho avuto. Sono stato ad alti livelli per 20 anni, ho vinto tutto, ho avuto grandi maestri e ho cercato di apprendere il più possibile. Aver giocato per anni al top, poi, ti aiuta a reggere le pressioni, a gestire le situazioni quando i risultati non arrivano. Penso inoltre di avere un carattere forte e anche questo mi dà una mano a non avere alti e bassi».
Quanto le ha insegnato Mancini?
«Tantissimo. Da lui ho imparato il lavoro sul campo perché Mancio in questo è il migliore di tutti. All’Inter, da suo assistente, io curavo la fase difensiva, lui quella offensiva. Se sono diventato un allenatore, lo devo a Roberto e per questo lo ringrazio. Non dimentico mai ciò che ha fatto per me, anche quando giocavamo insieme. A volte abbiamo litigato perché se subivamo un gol, lui dava sempre la colpa a noi difensori e io mi arrabbiavo di brutto. Alla fine però eravamo e siamo come fratelli».
Facile immaginare per chi tiferà durante Galatasaray-Chelsea…
«Naturalmente per il Mancio. Con Mourinho dopo qualche incomprensione dovuta al fatto che non ci conoscevamo, mi sono chiarito e adesso siamo in buoni rapporti. A Roberto però auguro di passare il turno e di vincere la Champions almeno smetterò di dirgli che io l’ho vinta (alla Stella Rossa, ndi), mentre lui l’ha solo giocata. Contro la Juventus ha fatto un miracolo, magari concederà il bis con il Chelsea».
Le è mai venuta la tentazione di inserire nel suo staff Stankovic?
«Gliel’ho chiesto. Lo volevo con me sia nella Serbia sia qui alla Sampdoria. Lui è il mio fratello minore, il padrino dei miei figli e io sono il padrino dei suoi. Dipende da Deki: lo aspetto a braccia aperte. Quando è pronto e vuole accettare, basta una chiamata».
Da un serbo all’altro, domenica avrà di fronte Ljajic. Cosa manca ad Adem per diventare un fuoriclasse?
«Di giocare per il gol. Per ora gli piace troppo divertirsi, ma il giorno che capirà che deve essere più determinante, può fare il definitivo salto di qualità».
Se fosse ancora ct della Serbia e Ljajic si rifiutasse di nuovo di cantare l’inno, continuerebbe a non convocarlo?
«Tutta la vita. Per me quella era una cosa importante. Io sono serbo e amo il mio Paese. Il mio sogno era allenare la nazionale e quando sono arrivato su quella panchina, ho dato tutto me stesso. Avevamo perso il nostro spirito e volevo ricrearlo anche cantando l’inno. Su certi principi non potevo transigere. Lui mi ha spiegato perché non poteva cantarlo e non l’ho più convocato, ma il rapporto è rimasto ottimo. Lo conoscevo dai tempi della Fiorentina ed è un ragazzo riconoscente. Prima che andasse alla Roma, alcuni tecnici mi avevano chiesto informazioni su di lui e ne ho parlato bene perché se lo merita».
Da oltre 20 anni vive in Italia e ha il nostro passaporto. Dentro di lei si sente ancora serbo fino al midollo?
«Le mie radici sono in Serbia e il mio Paese è il più bello del mondo. Dopo 22 anni ho ancora la nostalgia dell’aria e del profumo della mia terra. Ogni 2-3 mesi devo andare lì, da mia mamma e mio fratello, e stare con gli amici. L’Italia è il mio secondo Paese, per come mi ha accolto: qui ho conosciuto mia moglie e sono nati tutti i miei figli, ma dentro sono serbo. Fiero di esserlo. Ho visto cose belle e brutte che hanno rafforzato il senso di appartenenza alla mia nazione».
Si riferisce alla guerra e ai bombardamenti della Nato?
«La guerra ti lascia tante cose brutte e amare, ma ti fa anche crescere. Io di guerre ne ho vissute due e, anche grazie a certe esperienze, sono diventato quello che sono adesso. Quando avevo 21 anni e giocavo nella Stella Rossa, la casa dei miei genitori a Borovo fu distrutta. Corsi da loro e non trovai più niente: la città era stata completamente rasa al suolo. E poi i bombardamenti della Nato, una cosa che non si può perdonare neppure a distanza di tempo. Speriamo che non succeda più. Né a noi né ad altri. Era il 1999 e mi ricordo che in macchina andai a prendere i miei genitori e li portai a Roma, al sicuro. Dopo due giorni mio padre mi disse “Torno a casa mia. Sono già scappato una volta, non voglio che succeda di nuovo. Se devo morire, morirò in Serbia”. E’ stata una grande lezione».
Lei da giocatore è stato sia alla Roma che alla Lazio. Si sente più giallorosso o biancoceleste?
«Io sono biancoceleste. Per quello che ho vinto e per quello che mi hanno dato i tifosi della Lazio. Rispetto la Roma e i suoi sostenitori, ma io sono laziale. Lì adesso giocano i miei figli, Miroslav e Dusan».
Diventeranno forti come il padre?
«Sono bravi, ma a me interessa solo che si divertano. Miroslav è una seconda punta forte fisicamente e di talento. Dusan tecnicamente è meno abile però ha una grinta…».
Sa che domenica i romanisti la fischieranno?
«Non ho paura dei fischi».
La squadra di Garcia la teme?
«Non ho paura neppure della Roma anche se sta facendo un ottimo campionato. Merito del lavoro dei giocatori e di Garcia. Sono stati sfortunati a trovare la Juventus che sta andando molto bene».
I bianconeri sono imprendibili?
«Sì e vinceranno anche quest’anno lo scudetto perché sono un gradino superiori alla concorrenza».
C’è un giocatore della Roma che teme in particolare?
«Nessuno».
Neppure Totti del quale lei propiziò l’esordio in Serie A con un “suggerimento” a Boskov?
«Consideravo Francesco mio amico, poi c’è stato un periodo in cui non ci siamo più sentiti. E’ successo dopo che non è venuto alla mia partita di addio al calcio. Lo avevo invitato e neppure mi rispose. Per me il rispetto è importante. Ora abbiamo ricucito il rapporto ed è tutto a posto».
Quando è stata firmata la “pace” tra voi?
«Anche se ci eravamo allontanati, il giorno della morte di mio padre mi mandò un telegramma. Quando la Roma era allenata da Zeman, poi, andai a vedere gli allenamenti dei giallorossi da ct della Serbia e Francesco, appena mi vide a bordo campo, con il suo fare scherzoso mi venne incontro dicendomi: “Chi ti ha dato il permesso di entrare qui, a casa mia?”. Gli risposi: “Pensi debba chiedere il permesso a te? Io qui vengo quando mi pare”. E ci abbracciammo».
Chi è Totti secondo Mihajlovic?
«Il più grande calciatore italiano di tutti i tempi. Più grande anche di Rivera e Baggio. La Roma con o senza Totti non è la stessa squadra. Se lui non c’è, manca la luce. Spero che continui a giocare ancora per tanto tempo e che vada ai Mondiali. E’ un campione eccezionale».
E’ vero che domenica non potrà contare neppure sul tifo… dei suoi familiari?
«Mia moglie abita nella nostra casa nel quartiere Fleming, sopra corso Francia. Con lei ci sono i suoi parenti che tra parentesi anche stavolta tiferanno tutti per la Roma e non per me. Ormai ci sono abituato… (ride, ndi)».
Perché la Sampdoria può mettere in difficoltà i giallorossi?
«La Samp ha una sua mentalità e l’ha sempre mostrata, anche con la Juve, il Napoli e l’Inter. Il risultato passa in secondo piano: conta l’atteggiamento con cui andiamo in campo. Ai ragazzi chiedo di fare la nostra partita anche quando sfidiamo le grandi perché se abbiamo questa “testa”, battere le formazioni del nostro livello diventa più facile. Magari domenica per la Roma sarà più facile metterci in difficoltà con le ripartenze, ma a me non frega niente. Se mi chiudessi, forse potrei strappare un pareggio anche se sono convinto che un gol ce lo farebbero comunque. Ecco perché preferisco giocarmela a viso aperto. A fine incontro né io né i miei uomini vogliamo avere rammarichi. I giallorossi hanno disputato una partita in meno (Roma-Parma rinviata, ndi), ma da quando sono arrivato io, hanno totalizzato gli stessi nostri punti. Perché non dovremmo provarci?».
La Roma da giocatore l’ha battuta spesso, anche in finale di Coppa Italia…
«Nel 2004-05 con l’Inter segnai due gol su punizione. E non sono stati gli unici…».
Più forte Mihajlovic o Pirlo nel tirare le punizioni?
«Non lo so. Lui mi ha quasi raggiunto nella classifica delle reti su calcio piazzato, ma io ne ho segnate tante anche con la Stella Rossa. Se aggiungiamo quelle, addio… Dovendo scegliere comunque, preferisco sia lui a superarmi».
Le piacerebbe lavorare di nuovo con Balotelli dopo l’esperienza all’Inter?
«A me piace allenare i giocatori forti».
Cosa manca a Mario per fare il definitivo salto di qualità?
«La serenità, tornare a essere il Balottelli che aveva 17 anni. Con i suoi pregi e i suoi difetti. Magari faceva un tunnel a Maicon e se il brasiliano si arrabbiava, Mario non scappava né si impauriva. Giocava con gioia, in partita e in allenamento. Adesso lo vedo sempre con questa faccia arrabbiata e mi dispiace perché è un ragazzo d’oro. Se lo sai prendere, dà tutto. E’ vero che ha fatto un po’ di cazz… e che sta sprecando un talento immenso, ma sono convinto che abbia tutto per vincere il Pallone d’Oro. Se si mette a posto con la testa, vedrete che lo conquisterà».
Cosa ha pensato quando ha visto le foto del suo pianto sabato a Napoli?
«Le sue lacrime mi hanno colpito. Conoscendolo, mi immagino non stia passando un momento facile».
Maradona ha detto “Ai miei tempi nello spogliatoio avremmo pestato Icardi per quello che ha fatto a Maxi Lopez”. Cosa pensa lei della vicenda?
«Quando giocavo in ogni spogliatoio c’erano dei leader che tenevano in pugno la squadra. Mi riferisco a Maldini e Costacurta nel Milan, a Keane nel Manchester United, come scrive Ferguson nella sua autobiografia che sto leggendo. Se un ragazzo alzava la cresta, veniva rimesso a posto. Adesso ci sono sempre meno leader ed è l’allenatore che deve svolgere questo ruolo perché i calciatori che hanno la personalità di parlare faccia a faccia con i compagni sono pochi».
Quando giocava le è mai successo di rimproverare un compagno che non si comportava bene?
«Nello spogliatoio anche per cose meno gravi (di quella di Icardi ndi) venivi attaccato al muro. E non nego che pure da allenatore questa voglia mi è venuta più di una volta».
E’ riuscito a trattenersi?
«Da calciatore potevo attaccare qualcuno al muro e sfogarsi era bello perché, quando ci si chiarisce, le cose vanno a posto. Da allenatore non puoi comportarti in un certo modo e le cose devi farle capire in un altro modo. Qualche volta mi viene la tentazione di usare metodi… del passato, ma adesso sono più riflessivo. Quando giocavo contavo fino a 1 e agivo, ora arrivo a 5-6, magari tra qualche anno… fino a 10 (sorride, ndi). I giocatori non devono aver paura di me, ma un po’ di timore sì. Come ai miei figli, anche a loro per capirmi basta uno sguardo e sanno quando non devono scherzare. Non ho bisogno di strillare. E… di attaccare nessuno al muro».

 

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