Petko: “Hernanes può crescere, Klose leader”

Petko: “Hernanes può crescere, Klose leader”

Dove può arrivare questa Lazio e che programmi ha Petkovic non solo stagionali ma a lungo termine? «E’ stato importante fare questi risultati perché eravamo all’inizio. Dopo tanto scetticismo ci voleva positività per sviluppare il gruppo, confermare sul campo le idee e il lavoro fatto in questi primi due mesi…

Dove può arrivare questa Lazio e che programmi ha Petkovic non solo stagionali ma a lungo termine? «E’ stato importante fare questi risultati perché eravamo all’inizio. Dopo tanto scetticismo ci voleva positività per sviluppare il gruppo, confermare sul campo le idee e il lavoro fatto in questi primi due mesi e mezzo. I risultati servono per certificare che ha avuto senso e che abbiamo imboccato una direzione giusta. La Lazio ha ancora dei margini di miglioramento, dopo la sosta avremo tante partite e la squadra potrebbe incontrare delle difficoltà, ma proprio questo perido che affronteremo può aiutarci a crescere ancora, creando una squadra più solida e convinta dei propri mezzi».

Non tutti la conoscono. E’ un allenatore nuovo che ha avuto un impatto positivo con il campionato italiano. Si può descrivere? Lei Petkovic che persona si sente di essere «Penso di essere rimasto «Ho tenuto il buono di Reja:  alle certezze ho aggiunto le mie idee. L’euforia è dei tifosi. Siamo al 90-95% e io  voglio il 110, da me il 115»quello che sono stato da sempre. Sono una persona umile, ma anche ambiziosa, che lavora tanto per ottenere successo. Nel 1987 sono partito da Sarajevo, dove avevo fatto tutta la trafila nelle giovanili, cinque anni da calciatore professionista, ho vinto nell’85 il campionato jugoslavo. Sono arrivato come un giovane calciatore in Svizzera, all’epoca erano consentiti soltanto due stranieri per squadra. C’è stato bisogno di lottare tanto, di fare gavetta giorno per giorno per rimanere a certi livelli. Lottare sempre mi ha aiutato in carriera. Senza lotta, senza convinzione, con il bicchiere mezzo pieno non si arriva da nessuna parte. Sono orgoglioso perché posso dire di non aver mai avuto alcuna spinta. Sono arrivato da solo, con i miei mezzi, facendo gavetta sono arrivato a questi livelli». Lotito parla benissimo di Petkovic, lo descrive anche come una persona di spessore e diversa fuori dal calcio. E’ stato impegnato nella solidarietà. Ci può raccontare? Che prove ha superato nella vita? «Prove bellissime, ho avuto una bella educazione dai miei genitori. Erano maestri, lavoravano in ambito scolastico, così è stato anche per le generazioni precedenti della mia famiglia. Mio padre è stato ex giocatore ed ex allenatore. Da piccolo, da quando avevo due o tre anni, gli andavo dietro. Viaggiavo con la squadra, ho trascorso una bella gioventù a Sarajevo. Non è stato facile. Ci sono state difficoltà con la guerra. Io ne sono stato fuori, i miei genitori sono andati via, i genitori di mia moglie sono rimasti a Sarajevo. Tutte queste esperienze sono state utili per diventare più combattivo, per crescere come personalità e professionalità».

La guerra che esperienza ha lasciato a Petkovic? «Un’esperienza amara. La mia generazione è gente sparsa in tutto il mondo. Sono andati in Australia, in Canada e così via, è stata un’esperienza negativa per tutti. Nelle famiglie a Sarajevo c’erano componenti di tutte le etnie, famiglie miste, difficile separare e distinguere certe cose. Ora è importante che queste divergenze non ci siano più. In Bosnia è tornata la stabilità, anche se non è più come prima. La guerra mi ha dato un timbro importante per il futuro e mi aiuta a valutare le persone. Essere stato anche un po’ lontano dalla Bosnia, mi ha favorito a tenere calma ed equilibrio, a non esprimere certi pensieri. Mantenere un equilibrio positivo in quei periodi è stato importante. Non si poteva fare qualcosa o migliorare dall’esterno, ma soltanto peggiorare le cose». Ha lavorato anche alla Caritas. In cosa consisteva il suo impegno? «Dopo una carriera lunga 17 anni come calciatore professionista, ho avuto un periodo di 7 anni dove non ero «Contano i principi e non i moduli. Allo Young Boys i giornali mi misero in croce per la difesa a tre…»sicuro in che direzione dovevo andare. Ho frequentato la scuola per diventare allenatore, ho lavorato, ho fatto anche l’allenatore-giocatore. E’ stato un periodo intenso. Per due anni ho fatto il responsabile e accompagnavo le persone che si occupavano delle pulizie. Quel mestiere mi ha insegnato tanto e mi ha portato a diventare insegnante di formazione per gli adulti nelle scuole alberghiere. Sono entrato nel mondo dell’insegnamento, ho iniziato a lavorare con i disoccupati. Per cinque anni e mezzo alla Caritas mi occupavo di persone con reddito basso e grandi difficoltà. Ero di aiuto a persone che avevano anche altre dipendenze. Ho fatto questo lavoro ma nello stesso tempo sono entrato nel mondo del calcio vero come allenatore. Negli ultimi due anni in cui lavoravo alla Caritas allenavo il Bellinzona. Abbiamo ottenuto una promozione in Super League (dalla B alla A svizzera) e siamo arrivati alla finale di Coppa, persa con il Basilea».

Porta tutte queste esperienze nello spogliatoio e quando dialoga con i suoi giocatori? «Ci sono delle analogie, ci sono aspetti che possono essere di aiuto o diventare un bel metodo per convincere e far capire ai ragazzi che hanno altre doti e altre possibilità per affrontare la vita futura. Certi pensieri, certe esperienze mi aiutano ad affrontare i discorsi con i calciatori. In precedenza erano piccoli calciatori, ora anche con star o calciatori affermati. Anche loro a volte devono essere coccolati, in altre occasioni bisogna andare con il bastone. La filosofia del bastone e della carota è sempre valida, servono tutte e due». Per un allenatore straniero che tipo di scommessa è l’Italia? «Sarà strano, ma non mi sento straniero da nessuna parte. Non mi sentivo straniero in Svizzera, non mi ci sentivo in Turchia, non credo di esserlo adesso in Italia. Sono molto vicino ai pensieri di un italiano medio e degli allenatori italiani. Forse ho altri principi, ma sicuramente è importante assimilare la realtà in cui si vive e si lavora. Imparare certe cose, integrarsi più velocemente, leggendo l’ambiente, capendo l’ambiente per andare avanti insieme verso certi traguardi». Sarajevo è una delle città più multietniche d’Europa, l’ha aiutata nel suo caso? «Sicuramente sì. Ho avuto un’educazione aperta, e così non ho avuto problemi a uscire da casa e confrontarmi con il mondo». Qual è il problema maggiore del calcio italiano?  «Credo ci sia un’uniformità di pensiero. Cioè si pensa che il calcio si gioca solo in Italia». Questa è una presunzione del calcio italiano? «Non so se è presunzione. Ritengo giusto pensare che anche da altre parti si lavora bene nel calcio e che si può imparare qualcosa. «Vinto il campionato col Bellinzona venni a Roma: anch’io tirai una moneta alla Fontana di TreviQuesto problema l’ho osservato nei primi mesi. Rifiuto l’idea che uno straniero non possa competere con gli allenatori italiani. Non sono d’accordo. In passato ci sono stati esempi positivi, tanti allenatori stranieri che hanno fatto bene e ci sono state anche esperienze negative. E’ decisivo integrarsi in certi ambienti portando avanti le proprie idee. Bisogna dare un periodo di tempo alle persone per capire se riescono a integrarsi e portare avanti il proprio lavoro».

C’era troppa diffidenza all’inizio e forse troppo entusiasmo oggi. Cosa pensa dei complimenti del ct Prandelli, di Reja e di Simeone arrivati negli ultimi giorni?  «Fa piacere sentire più pareri positivi, li ringrazio. Ora entusiasmo e prima diffidenza? Penso di sì, come ho detto dopo l’ultima partita, l’euforia serve e va bene per i tifosi. Io per primo, la società, i giocatori siamo coscienti e sappiamo che arriveranno anche dei momenti difficili. Bisogna crescere pian pianino, sempre pretendendo di più. Oggi siamo al 90-95 per cento, io voglio il 110 e quando lo ottengo da me stesso, pretendo di arrivare al 115. Ho sempre avuto queste idee. Continuerò a lavorare e pretendere da me e dalla Lazio». Cosa vorrebbe portare di nuovo Petkovic nel calcio italiano?  «Non sono arrivato qui a insegnare calcio. Voglio portare la mia squadra più in alto, il lavoro si valuterà nel tempo. Se qualcuno vorrà prendere le mie idee, mi farà piacere. Ma io non sono un profeta in Italia, sono abbastanza umile, nel calcio c’è la dipendenza dai risultati». Dopo un’estate difficile, Petkovic ha fatto un passo indietro e un passo avanti lo ha fatto la squadra.

Queste sono state le sue parole. Cosa ha portato di nuovo e cosa ha preso di buono da Reja per combinare il mix? «Ho detto ai ragazzi, prima dell’esordio di Bergamo, che certi valori dell’anno scorso e il lavoro che Reja aveva fatto, sono riconosciuti non solo da me, ma da tutto l’ambiente. E che certe cose buone volevo tenerle, altrimenti non si può arrivare al traguardo. La squadra aveva già delle certezze, ho cercato di associarle alle mie idee, così è nato questo felice impatto in campionato. Ho parlato di passo indietro e passo in avanti perché è importante essere realisti. Voglio essere realista e ottimista. Bisogna mischiare queste cose». Ha studiato calcio. Quali sono gli allenatori che ha considerato suoi modelli?«Da piccolo ho girato con mio padre, così ho assimilato principi e pensieri. Guardavo gli altri come allenavano. Sicuramente le idee che ha avuto Wenger con Arsenal mi sono piaciute tanto. Non ho mai copiato, mischiare le cose e le idee, cercavo di rubare da diversi allenatori tutto quello che trovavo di «Allenare è sempre una metamorfosi Prendo il meglio da tanti tecnici e guardo ancora alle novità»buono per poter sviluppare le mie idee. Per esempio la concretezza di Fabio Capello mi è sempre piaciuta. Mischiando tutto si può arrivare ad un’idea principale, ma poi si cambia. Da giocatore trascrivevo tutti gli esercizi dei miei ex allenatori, all’inizio della carriera di tecnico li usavo tutti, poi ho cambiato anche io il modo di lavorare. All’inizio gestivo tutto da solo, mi aiutava il preparatore dei portieri, il resto facevo tutto io. Un po’ alla volta ho iniziato a integrare altri componenti nello staff. E’ stata una crescita costante. Oggi facciamo un eccellente lavoro. Ci aggiorniamo in continuazione. Ricevo tante cose dalla Germania e dall’Italia. Ho la voglia di portare sempre novità dentro il mio lavoro. Cerco di modificarlo sempre. Cerco di ascoltare, di leggere, di trovare dei commenti che sono giusti».

E’ arrivato in Italia nel pieno della bufera scommesse. Che effetto le fa? «Non molto positivo. Sono abituato a prendere le cose come arrivano. L’anno scorso era successo in Turchia, quest’anno in Italia. Queste notizie, non positive, rubano spazio e tempo. E poi stiamo verificando che le cose non sono veramente così come sono state presentate. Mi fa piacere che siano uscite, dovranno essere punite, sistemate come si deve. La speranza è che in futuro non si verifichino e si parli sempre di meno di cose pericolose e che danneggiano». Persi alcuni campioni, si dice che il campionato italiano si stia livellando verso il basso. Che ne pensa? «Non credo si sia livellato verso il basso, sono andati via alcuni campioni, ma questa è anche una grande opportunità per valorizzare il calcio italiano, che rimane sempre su un ottimo livello. Bisogna investire e puntare sui giovani, far crescere la nazionale, ci sono tante partite da giocare, anche all’estero. Vedo un’opportunità per migliorare il calcio italiano, perché senza Ibra non ha un valore minore di prima. Dovete essere bravi anche voi a far capire alla gente e portare all’estero un’immagine positiva del calcio italiano». Nel calcio italiano ci sono meno individualità. La differenza ora la faranno il gioco e le qualità degli allenatori? «In Europa si vedono squadre che dominano, che cercano di giocare, di dare un marchio alla partita. E’ importante dominare, non puoi riuscirci con le grandi, ma con le squadre di medio-alto livello o le piccole sì. Ci vuole un’impronta ben precisa. Contano il livello mentale, la consapevolezza, la capacità di affrontare gli avversari a viso aperto, ma anche ogni tanto di cambiare faccia. Non puoi pretendere sempre di dominare, di stare nella luce positiva, bisogna avere anche la capacità di soffrire e di sopportare un livello «Decisivo lo staff: con Rongoni ho trovato l’equilibrio Jesse Fioranelli combatte per me» basso della forma attraverso le certezze del proprio gioco».

E’ arrivato da pochi mesi. Ci racconta come vive a Roma? «Avevo scoperto cose interessanti già in passato. Sono venuto qui a Roma con la famiglia e alcuni amici dopo la promozione con il Bellinzona, l’albergo si chiamava Lazio… Ho trascorso in città cinque giorni, ogni giorno facevo una passeggiata lunga dieci chilometri. Sono stato alla Fontana di Trevi e ho buttato una moneta con la speranza di tornare a Roma. Sinora ho avuto poco tempo per girare. Mi ricordo in quella vacanza di aver visto diversi ristoranti. Sapevo che si mangia e si vive bene. Nel primo periodo mi sono concentrato di più sul calcio. Adesso ho trovato casa, avendo mezza giornata libera mi capita di andare con la famiglia a Fregene per fare un bagno e mangiare al mare. Serve questo equilibrio, non si può vivere solo per il calcio. Ho bisogno anche di staccare e vivere la famiglia. L’atmosfera romana si vede, si sente ogni giorno, quando vai a prendere il pane o la frutta. Anche all’inizio, nonostante ci fossero scetticismo e sensazioni negative, avvertivo calore». Parliamo di calcio. Si parla di difesa a tre oppure di tridente. Qual è l’idea di Petkovic? «Cerco una metamorfosi continua, è importante convincere i giocatori e l’ambiente che il modulo è quello giusto. Ma ho sempre detto che il modulo conta poco, contano i principi. I giocatori devono sapere come comportarsi in fase difensiva, anche gli altri due o tre che sono in linea con l’azione. Bisogna avere certe idee, dare possibilità e libertà di sviluppare l’estro in fase offensiva. Vi svelo una curiosità. Quindici anni fa ho cominciato con la difesa a tre, sei o sette anni fa con lo Young Boys sono finito sulla croce perché facevo il 3-4-3. Era diventato il tema principale sui giornali svizzeri. In quel periodo ho imparato a non parlare troppo dei sistemi e dei moduli, ma solo dei principi di gioco». Alla Juve, dopo due settimi posti, è arrivato Conte e hanno vinto lo scudetto. Scudetto con carattere, corsa, intensità e aggressività. Ritiene che questo sia un calcio produttivo? «Questo significa cercare di portare la mentalità vincente. Vincere un contrasto, correre più forte dell’avversario, attaccare alto, significa mentalità vincente. L’anno scorso la convinzione della Juve ha fatto la differenza. Avevano voglia di migliorare giorno dopo giorno, non si accontentavano mai, questo mi piace e questo ho chiesto alla mia squadra».

Come ha convinto Hernanes a tornare centrocampista e quale vantaggio porta un campione come Klose?«Non ho tentato di convincere Hernanes. Hernanes ha dimostrato subito le sue qualità, è arrivato a un buon «La guerra è stata un’esperienza amara Mi ha fatto crescere e aiutato a valutare chi hai di fronte»punto, ma può migliorare ancora. Non è ancora al top in fase difensiva e in fase offensiva deve essere più imprevedibile, può crescere. Mi fa piacere che ora si vedano dei progressi, ma può dare di più. Klose è un campione, non deve dimostrarlo. E’ un trascinatore, un campione anche fuori dal campo. Oggi non è facile trovare dei leader, Klose è uno dei pochi attaccanti in circolazione che sanno essere anche leader. Lo dimostra sul campo e lo trasmette agli altri». <br> <br><b>Reja venne penalizzato dagli infortuni. Come ha cambiato la preparazione atletica? «Niente di particolare. Ho lavorato come gli anni scorsi insieme con Paolo Rongoni, sentendo lo staff medico, gli stessi giocatori su certe difficoltà. Abbiamo fatto tanta prevenzione a tutti i livelli. Importante è la consapevolezza del giocatore: quando sente di essere arrivato al limite deve dirlo senza avere paura di non giocare, altrimenti rischia di farsi male. Ora stiamo recuperando gli ultimi infortunati, anche Brocchi presto ci sarà. Sono contento per come stanno andando le cose».

Come è nato il feeling con Rongoni, preparatore apprezzatissimo dalla squadra? «Ha lavorato a Lugano con Morinini, poi è stato al Servette prima di trasferirsi in Francia per sei anni, Lo conosceva Jesse Fioranelli, aveva avuto contatti con lui. Quando sono andato a lavorare in Turchia, l’ho chiamato. C’è stato un periodo di adattamento, io volevo fare condizione con la palla, abbiamo trovato nel tempo un certo equilibrio». Ci può spiegare in cosa consiste il lavoro dell’analista Jesse Fioranelli? Fate vedere i video ai calciatori?  «Jesse conosce le mie idee, le condivide, è pronto a combattere per le mie idee. Sviluppiamo in pre-partita l’analisi dell’avversario, nel post-partita ci sono le analisi individuali sui nostri giocatori, per capire cosa è stato fatto in modo positivo e cosa in modo negativo, ma anche cosa potrebbe servire. Realizziamo dei piccoli video che possono ancora di più convincere i giocatori per migliorare certe doti. Abbiamo già fatto qualcosa, ora però dobbiamo stare attenti e allentare, non possiamo sovraccaricare la testa dei giocatori. Si devono concentrare sulla squadra, arriva un periodo con tantissime partite, non si deve parlare tanto. Bisogna velocizzare il recupero mentale, si farà solo lo studio pre-partita per conoscere pregi e difetti degli avversari». Tra le altre 19 di serie A, quali squadre hanno impressionato Petkovic?

«Ancora non ho viste tutte le squadre. Posso dire cosa ho percepito. La Juve difenderà il titolo di campione d’Italia e sta continuando ad essere quel gruppo che si era imposto l’anno scorso. Il Napoli mette ogni anno sempre <«Ho lavorato con  i disoccupati alla  Caritas per 5 anni L’altruismo serve   nello spogliatoio»qualcosa in più, ha un’ottima rosa. La Roma ha cambiato parecchio e sta dimostrando il proprio valore, lo stesso discorso vale per noi, dobbiamo confermarci conoscendo l’ambiente, sapendo che incontreremo momenti di gloria ma anche momenti difficili. Poi ci sono le due squadre di Milano, che sono state sempre al vertice. La Fiorentina sta facendo cose molto interessanti. Si devono valutare squadre come Catania, Udinese e Sampdoria. Il calcio italiano è bello perché imprevedibile». Rossi festeggiò una vittoria nel derby tuffandosi al Fontanone del Gianicolo. Petkovic cosa sarebbe pronto a fare pur di vincere con Zeman e diventare Re di Roma? «Non voglio diventare re di Roma vincendo un derby. Se riusciremo a vincere il derby, dedicherò il successo a questa gente che ci sta dietro e ci accompagna ogni giorno e che continerà a farlo prima e dopo il derby. Vincerlo sarebbe molto importante e ne sarei felice per i tifosi. Dal primo giorno in cui sono arrivato, sento parlare solo del derby e di tutte queste cose. Io mi concentro su ogni partita, per vincerla e per cercare di dominarla».

fonte: corriere dello sport

Simone Davide-Cittaceleste.it

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