Scudetto a metà

Scudetto a metà

La partenza ruba l’occhio, ti entusiasma. Il finale è spesso sofferto, ti fa venire i brividi o accresce i rimpianti, come è accaduto nelle ultime due partite di campionato con Genoa e Napoli. Hanno avuto spesso due facce le partite della Lazio. «Vorrei una squadra in grado di tenere lo…

La partenza ruba l’occhio, ti entusiasma. Il finale è spesso sofferto, ti fa venire i brividi o accresce i rimpianti, come è accaduto nelle ultime due partite di campionato con Genoa e Napoli. Hanno avuto spesso due facce le partite della Lazio. «Vorrei una squadra in grado di tenere lo stesso passo per novanta minuti» ha spesso raccontato Petkovic. Le statistiche svelano la contraddizione. La Lazio è da scudetto nel primo tempo: se le partite durassero solo 45 minuti, sarebbe al primo posto in classifica. Non si può sostenere la stessa tesi per il secondo tempo. Prendendo in esame i risultati relativi alla ripresa, la Lazio sarebbe tredicesima in classifica con 28 punti, lontana altri 22 dal Milan capolista. Ovviamente conta la vera classifica e la squadra di Petkovic è ancora saldamente al terzo posto, insidiata dall’Inter e dal Milan. E le classifiche parziali hanno un significato relativo. Soprattutto nelle prime giornate di campionato, la Lazio aveva chiuso all’intervallo diverse partite in vantaggio di due o tre gol. Ed è logico che nella ripresa abbia gestito il risultato o che abbia vinto pur avendo avuto un saldo negativo nei secondi 45 minuti. Ecco perché la graduatoria parziale sul primo tempo ha un peso superiore. Petkovic deve lavorare sui finali di partita, la Lazio deve evitare di prendere gol stupidi, ma il calo di concentrazione e di rendimento può avere tante spiegazioni. Proviamo ad approfondire l’argomento, cercando di individuare le ragioni che non permettono ai biancocelesti di arrivare in fondo alle partite nello stesso modo in cui le approcciano.

L’ASPETTO TATTICO Ideale il 4-1-4-1 ma i ricambi hanno diverse caratteristiche
La Lazio, e di conseguenza Petkovic, hanno una visione di calcio differente da quella di altri club. Il ds Tare punta su giocatori complementari, nelle sue ricerche di mercato studia potenziali acquisti che possano portare caratteristiche diverse (dunque non presenti) in organico. Facciamo degli esempi: Lulic può giocare a centrocampo oppure terzino in alternativa a Radu, che a sua volta può essere impiegato da centrale. Cana fa il centrocampista e il difensore. Mauri gioca da esterno o da trequartista. Hernanes e Candreva non hanno mai avuto in carriera un ruolo e una posizione ben definita. Nel calcio moderno bisogna farsi trovare pronti, si può e si deve variare modulo da una partita all’altra o anche nel corso della stessa partita. Questa è la filosofia. Produce due vantaggi: da una stagione all’altra, cambiando anche guida tecnica, hai un organico che ti permette di giocare in tanti modi. E con un bravo allenatore, come s’è rivelato Petkovic, puoi svoltare e cambiare le partite con una mossa dalla panchina. E anche questo è successo alla Lazio, non più tardi di un mese fa. Conte e Mazzarri, tanto per parlare di Juve e Napoli, sanno cambiare modulo, ma il marchio di fabbrica consolidato porta al 3-5-2 con due titolari per ogni ruolo. Lo stesso concetto caro a Delio Rossi nella prima Lazio di Lotito.
RICAMBI – Petkovic in estate pensava ad altri sistemi di gioco, ma non a quello che gli ha dato i risultati migliore. In corso d’opera ha trovato nel 4-1-4-1 il disegno ideale per far convivere i suoi centrocampisti di maggiore qualità. Arrivare in porta con una sola punta e gli inserimenti è un gioco dispendioso. A volte si fatica a tenerlo per novanta minuti, soprattutto se i tuoi uomini migliori non sono al top della condizione. E la Lazio, senza Ederson e Onazi come ricambi, nelle ultime settimane ha sofferto. Se Cana entra al posto di Hernanes o Gonzalez, cambiano le caratteristiche. E varia l’assetto del centrocampo. Forse Pereirinha si rivelerà un’alternativa a Candreva, non solo a Konko, ma spesso nel secondo tempo Petkovic è stato costretto a modificare il disegno della Lazio non per sua precisa tentazione, ma per necessità. E non sempre è facile mantenere lo standard di rendimento della squadra con gli undici titolarissimi.

L’ASPETTO FISICO Gioco dispendioso e nel finale può calare l’attenzione Preparazione ok
La Lazio ha una buona condizione fisica, altrimenti non si sarebbe rovesciata in avanti nel finale della semifinale di Coppa Italia con la Juventus e non sarebbe stata capace di rimontare due gol al Genoa nella ripresa di Marassi. Paolo Rongoni, preparatore atletico di Petkovic, è uno dei migliori in Europa e si vedono i risultati. Tutti gli infortuni di cui si è discusso negli ultimi giorni sono stati di origine traumatica e non muscolare, fatta eccezione per Ederson, che viene da due stagioni difficili al Lione e doveva risolvere qualche problema. Un calo fisiologico a gennaio, dopo la sosta di Natale e con qualche giocatore in meno, era prevedibile. E si è aggiunto agli episodi sfortunati, al sovraccarico di impegni – tra campionato e Coppa Italia – che hanno stressato il gruppo.
STRESS – Più della condizione atletica, a volte contano le energie mentali. Petkovic a Marassi, tre giorni dopo la semifinale con la Juve, ha visto una squadra vuota, confusa. E ci sono voluti due gol del Genoa, più l’intervento dell’allenatore nell’intervallo, per svegliarla. Con il Napoli è stata una delle più belle partite del campionato e forse la prestazione più entusiasmante della Lazio. La squadra ha giocato con un’applicazione feroce e un pressing asfissiante per un’ora. E’ il calcio che piace di più a Petkovic. Questione di coraggio e di predisposizione offensiva ha spesso ripetuto. Poi servono anche le gambe. Non è semplice tenere quei ritmi per novanta minuti. Una spiegazione nella flessione della ripresa o dell’ultimo quarto d’ora si può spiegare anche così: alla distanza, dopo tanto impegno, cala la concentrazione, l’attenzione mentale. E allora è più facile distrarsi, allentare una marcatura, lasciando libero l’avversario in area di rigore. Questo è successo con Genoa e Napoli nel finale. E il limite si accentua se non sei al massimo della forma o se non hai recuperato dalla partita precedente. Episodi da mettere nel conto e prevedibili considerando la carta anagrafica dei due difensori centrali Biava e Dias, a cui andrebbe fatto un monumento per come stanno giocando. Ma tre partite a settimana pesano e se li cambi si vede la differenza…

L’ASPETTO PSICOLOGICO Squadra incline a gestire troppo e adesso serve un’altra mentalità
Il percorso di crescita e di trasformazione non è ancora compiuto. Ci vogliono mesi, forse anche più di una stagione e tante volte, verso la fine dell’estate e all’inizio del campionato, lo abbiamo sottolineato. Passando da Reja a Petkovic, pur trattandosi degli stessi giocatori della passata stagione, la Lazio ha cambiato modo di giocare e di stare in campo. Con il tecnico friulano era una squadra abituata ad arroccarsi in difesa e poi a ripartire, agiva di rimessa, copriva bene il campo e la propria difesa. L’allenatore di Sarajevo predica un calcio offensivo, vorrebbe il pressing a tutto campo e per novanta minuti. La formula ideale dalla Lazio è nata da un compromesso tra il passato e il futuro. Il presente si è trasformato in un mix. Un passo lo ha compiuto Petkovic verso la squadra, un passo lo ha fatto la squadra verso le idee del nuovo allenatore. Il mix si traduce nell’atteggiamento sul campo. C’è la fase del pressing esasperato, dell’attacco spumeggiante. E poi c’è la gestione del risultato, la capacità di soffrire, spesso confidando nella solidità della difesa, con il bunker alzato davanti a Marchetti.
FACCE – Questa è la Lazio che abbiamo visto dall’inizio del campionato. Una squadra pronta a cambiare faccia durante la partita, ad adeguarsi ai diversi momenti. Ma non è ancora completamente la squadra di Petkovic, forse lo diventerà l’anno prossimo. Adesso, quando si trova in vantaggio, tende ancora troppo a gestire, ad abbassare i ritmi della partita. A volte va bene, in altre occasioni finisce che viene castigato, come è successo con il Napoli. Eppure la Lazio avrebbe meritato una vittoria larga. Si poteva chiudere il conto prima del pareggio di Campagnaro. Petkovic vorrebbe vedere maggiore cattiveria sotto porta e quel killer istinct che ti porta a stendere (sportivamente parlando) l’avversario. Ci sono momenti in cui la Lazio, anche difendendosi, può chiudere la partita e non ci riesce. Braccino corto del tennista e non troppo cinismo, ma qui si entra in un altro argomento, spesso evocato da Lotito e Tare. La mentalità di una grande squadra.

L’ASPETTO CARATTERIALE Serve personalità nei finali di partita e quando dietro manca Biava…
Serve personalità per superare il momento complicato di una partita. E la Lazio, in alcune frangenti, dimostra paura sul campo, entra in apprensione, finisce nel panico. E’ stato così in alcune partite, soprattutto negli ultimi minuti. Nella semifinale di Coppa Italia con la Juventus dopo il raddoppio di Floccari, la squadra biancoceleste ha perso le misure sul campo e l’attenzione giusta. C’è voluta una prodezza di Marchetti su Giovinco e un imperdonabile errore di Marchisio a porta vuota per centrare l’ingresso in finale. La Lazio era entrata nel panico anche nel derby con la Roma, quando i giallorossi sfiorarono il pareggio e una clamorosa rimonta a tempo quasi scaduto. Si può tornare con la mente al finale di Marassi: raggiunto il pareggio e nel tentativo di vincere, la Lazio ha finito per consegnarsi al Genoa. Tre occasioni concesse ai rossoblù prima del gol di testa di Rigoni, lasciato libero in area di rigore. E nessuno dei giocatori determinati o pronti a buttare via il pallone. Spesso Petkovic aggiunge Cana come terzo difensore centrale negli ultimi minuti di partita e non dev’essere un caso. L’albanese certo non difetta in personalità, non si fa intimorire, semmai accade il contrario.
MARCATORI – Rossi a suo tempo parlava dei difensori “dominanti”. La Lazio oggi può contare su Biava e Dias, che formano una grande coppia. Sulle palle inattive, però, non ci sono soltanto loro. Tocca a tutti difendere e marcare l’avversario davanti a Marchetti. E non tutti possiedono la stessa personalità. Biava, se avesse qualche anno in meno, giocherebbe titolare fisso in nazionale. E’ il miglior difensore della Lazio: senso dell’anticipo, marcatura ferrea, difficilmente fa girare un attaccante. E’ l’unico vero stopper a disposizione di Petkovic. Dias e Ciani, ma anche lo stesso Cana, sono difensori centrali di regia, deputati all’avvio dell’azione. Il francese può stare sull’uomo e sfruttare la sua fisicità esplosiva, ma deve crescere tatticamente. E soffre gli attaccanti piccoli, come si è visto a Palermo. Radu è bravissimo nella marcatura, ma oggi fa l’esterno. Diakitè era l’altro vero stopper. Reja, infatti, l’anno scorso lo alternava con Biava. Modibo non ha accettato il rinnovo del contratto ed è finito fuori dal progetto.

Il Corriere dello Sport

Cittaceleste

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