Zarate senza alibi

Zarate senza alibi

Mauro Zarate può continuare a litigare con gli allenatori e a recitare la parte dell’incompreso quando finisce in panchina e in tribuna: rientra nel suo carattere, è il modo per scaricare le colpe e giustificare se stesso, provando a nascondere limiti e fragilità. Crescere in fretta, alla sua età, sarebbe…

Mauro Zarate può continuare a litigare con gli allenatori e a recitare la parte dell’incompreso quando finisce in panchina e in tribuna: rientra nel suo carattere, è il modo per scaricare le colpe e giustificare se stesso, provando a nascondere limiti e fragilità. Crescere in fretta, alla sua età, sarebbe un obbligo più che un dovere, però c’è chi fatica – quasi con innocenza – a raggiungere la maturità, nel calcio e nella vita di tutti i giorni. Ciò che Zarate non può permettersi, invece, è di mancare di rispetto alla Lazio e ai suoi tifosi con una perfidia diabolica: l’arroganza usata in quei messaggi su twitter ( «per un anno farò il pastore a Formello» ) rappresenta una grave caduta di stile, che va ad aggiungersi agli errori grammaticali di una carriera che ha fatto registrare una malinconica involuzione. Un’insolenza che aiuta a capire quanto Zarate sia ancora distante da quel senso di responsabilità che gli è spesso mancato nelle fasi cruciali e che gli hanno rimproverato i suoi allenatori. D’altronde, dietro una parabola discendente così netta (in termini di gol e di rendimento), c’è l’inclinazione di un ragazzo che fatica ogni volta a mettersi in discussione, a interrogarsi sulle ragioni di una crisi pronfoda.

GLI ERRORI – Sono tre anni che l’argentino sbaglia partite e dribbling, atteggiamenti e comportamenti, trovando sempre un rifugio di comodo nei suoi complicati rapporti con i tecnici: da Ballardini a Reja, da Ranieri a Petkovic. E’ diventato quasi prigioniero di se stesso, sfregiando con incoscienza tutti quei giudizi positivi che si era guadagnato nel suo primo anno in Italia, sotto la guida di Rossi, il quale aveva comunque lavorato a fondo per gestire i malumori di Maurito e del suo fratello-manager. Adesso, dopo un’altra mezza stagione vissuta con indolenza (rimarcata anche da un uomo leale e corretto come Petkovic), Zarate sta manifestando la sua frenetica voglia di scappare dalla Lazio e da Roma alle sue condizioni: l’esercizio più semplice per non fermarsi a riflettere su se stesso. L’argentino, ormai, è alla continua ricerca di un’isola felice che non riesce più a trovare. Un tempo era capace di divertirsi e di regalare emozioni: oggi Zarate è un ricordo bello e lontano per una società (la Lazio) che l’ha pagato a peso d’oro, ma anche per quei tifosi che l’hanno coccolato come se fosse Messi.

LE SCUSE – Quel passato da protagonista ha perso colore e sostanza: c’è solo l’ingaggio faraonico a tenerlo ancora nella cerchia dei campioni. Il presente è un groviglio di equivoci e incertezze. L’attaccante si avvicina alla soglia dei ventisei anni, un’età in cui nel calcio la verità prende il sopravvento sui sogni. Il suo contratto con la Lazio terminerà il 30 giugno del 2014. Ma la prospettiva di andare via ora o a parametro zero tra diciotto mesi non può costituire per Zarate il primo traguardo. La priorità deve essere, invece, quella di recuperare un rapporto con la gente laziale che l’ha difeso e amato. Nello striscione esposto sabato sera in Curva Nord c’è la reazione di chi si è sentito tradito nell’affetto. Zarate ha parlato spesso di riconoscenza. E’ arrivato il momento di dimostrarla. Domani la Lazio giocherà in Coppa Italia contro il Catania: Zarate può chiedere scusa andando allo stadio ad applaudire i suoi compagni e Petkovic. Rispetto e maturità: si può ancora cambiare.

Il Corriere dello Sport

Cittaceleste

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