Zarate, talento da salvare

Zarate, talento da salvare

ROMA – Ha giocato male e il primo a rendersene conto dovrebbe essere proprio Mauro Zarate. Tutti si aspettavano di più e anche questa considerazione è indiscutibile. Sarebbe, però, un gioco crudele e inopportuno scaricare tutte le colpe sull’argentino e massacrarlo, facendolo passare per il capro espiatorio della sconfitta con…

ROMA – Ha giocato male e il primo a rendersene conto dovrebbe essere proprio Mauro Zarate. Tutti si aspettavano di più e anche questa considerazione è indiscutibile. Sarebbe, però, un gioco crudele e inopportuno scaricare tutte le colpe sull’argentino e massacrarlo, facendolo passare per il capro espiatorio della sconfitta con il Genoa. Mauro ha bisogno di sostegno, Petkovic deve stimolarlo e sottolinarne le mancanze, ma non potrà abbandonarlo. Significherebbe depauperare un patrimonio e sacrificare una risorsa ancora importante per la Lazio, che aveva investito 20 milioni per acquistarlo e stanziato la stessa cifra per metterlo sotto contratto sino al 2014. Zarate è un caso, Zarate è un Schiavo del personaggio e del bisogno di fare sempre il numero: ritrovi la fame del primo anno ma la squadra lo aiuti talento da recuperare. Tutti lo devono aiutare, a partire dai compagni, quando sbaglia. Serve fiducia: non è bello vedere dalla tribuna Marchetti rimproverarlo in maniera così plateale per essersi “dimenticato” della marcatura su Sampirisi. C’è modo e modo per giocare di squadra, ci sono (anche sul campo) ruoli e figure preposte a richiamare l’attenzione. E’ come se un attaccante rinfacciasse al portiere un gol preso. Così non si va da nessuna parte e forse è il significato profondo della sconfitta con il Genoa: Lazio bella, narcisa, ma poco cinica e cattiva per portare a casa il risultato, troppo sicura di se stessa.

NORMALITA’ –  Detto questo, la crisi di Zarate non dipende dagli altri ma solo dal blocco mentale dell’argentino, diventato ostaggio del proprio personaggio. Gioca sotto stress, non è sereno, non è tranquillo. Vorrebbe provare, nel suo vecchio stadio, a ripetere le stesse giocate che tre anni fa avevano fatto innamorare l’Olimpico. Non ci riesce e si innervosisce, esce dalla partita, ne gioca una tutta sua e in cui, appena tocca il pallone, lo vive e lo gioca come se dovesse essere quello della vita, perché la gente si aspetta il numero. No, non funziona così. E neppure è il caso di dire, come è successo,  giocava bene con Pandev  oppure  non aveva Klose per duettare . Il campo, giudice inesorabile e infallibile, è uguale per tutti. Bisogna correre e toccare bene il pallone, con semplicità. Vale anche per Zarate, che tecnicamente è superiore a quasi tutti. Non è possibile che sbagli tanti palloni di fila come è successo nel primo quarto d’ora. E se oggi non rincorre gli avversari quando è finita l’azione, come sottolinea Petkovic, vale la pena ricordare la fame con cui si presentò a Roma. Rossi rimase colpito non solo dal suo talento, ma dalla voglia e dalla cattiveria espressa nel rincorrere i difensori. Quella “fame” non c’è più e non si è vista domenica sera, nella notte in cui Zarate ha avuto l’occasione per riprendersi la Lazio. Doveva mangiarsi l’erba e farsi vedere indemoniato, invece niente, prigioniero di pensieri e incertezze. Questa è stata la vera delusione, non il gol sbagliato o il dribbling fallito. Lotito si aspettava un gesto sulla “spalmatura” dell’ingaggio e non ha tutti i torti: in tre anni l’argentino non ha mai giustificato uno stipendio da 4 milioni. Dice Rossi, e ha ragione, che Zarate deve avvertire fiducia e sentirsi il primo della classe. E’ vero, ma forse l’uscita dal tunnel sarebbe possibile solo applicando il teorema contrario. Maurito, come il primo anno, dovrebbe tornare a sentirsi normale, uno dei tanti, uno che ha fame di successo. Cancellare il passato e ripartire da zero. Oggi gioca come un vecchio campione alla fine di una carriera gloriosa. Invece ha 25 anni. E Klose, visto da vicino, può essergli da esempio. 

fonte: CdS

Simone Davide

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