Da Signori a Hernanes: Lazio, ti è rimasta solo Olympia

Da Signori a Hernanes: Lazio, ti è rimasta solo Olympia

Negli ultimi 30 anni ammainate bandiere per colpa dei bilanci. L’ultimo è Hernanes, Keita il prossimo? ROMA – Chiara ha sette anni e, come quasi tutti i bambini aveva un idolo: Anderson Hernanes, il profeta. Chiara era felice venerdì pomeriggio quando ha finalmente trovato la figurina del brasiliano ed era…

Negli ultimi 30 anni ammainate bandiere per colpa dei bilanci. L’ultimo è Hernanes, Keita il prossimo?

ROMA – Chiara ha sette anni e, come quasi tutti i bambini aveva un idolo: Anderson Hernanes, il profeta. Chiara era felice venerdì pomeriggio quando ha finalmente trovato la figurina del brasiliano ed era pronta ad attaccarla sull’album Panini. «Papà, prima metto quelli della Roma a testa in giù come al solito, poi ho trovato l’uomo delle capriole e mi dedico alla nostra Lazio», aveva detto con pizzico di orgoglio. A quel punto il padre si fa forza e dà il ferale annuncio: «Chiara, Hernanes è stato venduto all’Inter, non lo puoi attaccare, ora gioca con un’altra squadra». E per fortuna che non parte la lacrima solo perché in quel momento comincia un’altra puntata di «Violetta» in tv.

Tant’è, per il mondo Lazio è una scena già vista, un travaglio che molti papà hanno dovuto vivere per colpa del calcio moderno che non riconosce più le bandiere. E nell’universo biancoceleste è quasi una certezza ormai: quando ci si affeziona a un calciatore, quando nasce un feeling spontaneo con questo o quell’idolo, puntuale arriva l’esigenza di bilancio oppure la fuga spontanea per «andare in un club con più ambizioni». E così la passione si perde, le famiglie laziali si sforzano di tramandare quello che significa essere biancocelesti in una città in maggioranza giallorossa. Ci provano i papà, ci riescono spesso ma alla fine non resta che aggrapparsi solo all’aquila, l’unica che non può essere venduta. Quando l’altro giorno non è stata trovata a Formello solo perché era ad una visita dal veterinario, si sono sparse voci inquietanti, ma il simbolo è sempre lì, pronto rappresentare la lazialità seppellita in questi ultimi anni più che in altri tempi.

 

 

Ma quella sorta di vendetta divina che fa divorziare dai giocatori simbolo è cominciata presto. Senza risalire a Bernardini o Chinaglia si può cominciare con Bruno Giordano che in un ultimo sussulto biancoceleste rifiutò la corte della Roma di Dino Viola passando al Napoli dopo 15 anni con la Lazio. E per la generazione dei quarantenni fu un trauma che, unito al saliscendi dalla A alla B, non è stato mai metabolizzato del tutto. Poi Beppe Signori, l’uomo per cui una tifoseria scese in piazza e bloccò la cessione al Parma (11 giugno 1995). Due anni dopo a dicembre lasciò la sede di via Novaro nascosto in una macchina per non farsi vedere dai tifosi: andò alla Samp e infine al Bologna. La lista è lunghissima, Nedved passò alla Juve nel 2001 dopo aver firmato un mese prima il rinnovo con la Lazio, Anche il passaggio di Nesta al Milan fu terribele con il capitano costretto ad accettare per permettere al club del suo cuore di iscriversi al campionato 2002-2003. Accettò 2 milioni di azioni perché non c’erano i soldi per pagargli gli stipendi arretrati. Il ritorno di Di Canio illuse tutti: il derby, la corsa sotto la Sud ma anche liti con Lotito e divisioni fino al mancato rinnovo di contratto del 2006. Sulla coscienza dell’attuale gestione anche la separazione da Rocchi dello scorso inverno così come quello in estate da Zarate, quest’ultimo giustificato da atteggiamenti censurabili dell’argentino ancora in causa con la Lazio. Hernanes è solo l’ultima storia, tanto che qualcuno pensa già che sia meglio non affezionarsi troppo a Keita: tanto andrà via molto presto. Di sicuro. (Il Tempo – Luigi Salomone)

 

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