Il loco percorso d’Inzaghi: dalle macerie alla finale

Il loco percorso d’Inzaghi: dalle macerie alla finale

Adesso il tecnico vuole il rinnovo, lo corteggia la Juventus

ROMA – Minuto undici del secondo tempo. Milinkovic lancia Immobile, Ciro s’invola verso la porte e con lui Inzaghi. Il tecnico della Lazio dalla linea laterale corre, quasi come se quella palla fosse destinata a lui. Da bomber a bomber. Come se ci fosse un filo biancoceleste a tenerli unico. Un fermo immagine che rappresenta una scena d’amore bellissima. Se fosse un dipinto sarebbe Compleanno di Marc Chagall oppure Diego (Ciro) nei miei pensieri di Frida Khalo. Quella tra Simone e la Lazio è una storia d’amore bellissima. Una di quelle in cui l’amico del cuore diventa l’uomo da sposare. Da quell’infuocato agosto al dolce aprile sembra passata un’eternità. Inzaghino, il fratello del Pippo Nazionale, il perenne secondo è sbocciato insieme ai suoi ragazzi. Ora è lui il numero uno a casa.

Ha costruito la sua creatura con pazienza, voglia, sacrificio, amore e quel giusto pizzico di voglia di emergere. La trafila l’ha fatta tutta, poi quel no detto da Bielsa ha fatto esplodere l’amore loco tra Simone e la “sua” Lazio. Ora è il condottiero di un manipolo di ragazzi che si fanno in quattro per lui. Perché vogliono diventare grandi e perché devono ringraziarlo di averli portati fin qui. Quella biancoceleste per lui è una famiglia. Al pari della compagna Gaia e del piccolo Lorenzo. All’Olimpico lo seguono sempre. Martedì, al gol del raddoppio di Immobile si è girato cercando il loro sguardo. Ha esultato con loro e per loro. Gaia era lì, pronta a ricambiarlo. Al termine della notte più bella ha spento 41 candeline. Una torta alla nutella, a quella non sa rinunciare. A cena con la squadra ci andrà la prossima settimana. Ieri sera ha festeggiato con gli amici di sempre.

I tifosi della Lazio impazziscono per lui. Soprannominato “viperetta” per il suo modo d’essere in campo. Testardo, scaltro, coraggioso e con quella dose di rosicamento che non guasta mai. Non gli ricordate la sconfitta contro la Sampdoria dello scorso anno… deve ancora digerirla. Simone è laziale dentro. Ha imparato ad esserlo dopo 17 anni di militanza a Formello. Ha fatto venire i suoi ex compagni e tutti hanno parlato alla squadra di quel passato glorioso. Di quel gruppo che ha fatto la Storia. Si cresce coi racconti degli altri. Inzaghi, non è certo il tipo che si accontenta di una finale conquistata. In cuor suo vuole il terzo posto. Già, vuole dimostrare a tutti che si sbagliavano quando ad agosto storcevano la bocca al suo richiamo. Vuole far ricredere chi lo accusa di avere il “braccino”. Ha un libretto nero in cui si segna tutto. Gongola Lotito che in lui ha creduto molto e adesso ride alla faccia di chi dubitava. Dei critici. Dei contestatori. E pensare che Inzaghi e il suo staff sono tra i meno pagati della serie A. Per il presidente della Lazio è stato come fare una vincita milionaria avendo puntato pochi euro. Chapeau.

«Inzaghi è forte. Inzaghi sa leggere le partite. Inzaghi sa studiare gli avversari» si sente dire nei vicoli di Roma. I giallorossi quasi nutrono invidia. Simone, figlio di Eriksson e fratello di Simeone (qualcuno ha visto una somiglianza con il gioco dell’Atletico Madrid) è ormai nel novero degli allenatori con la A maiuscola. In caso Europa il contratto si rinnoverà in automatico fino al 2019, ricorda ilMessaggero. Lotito gli alzerà lo stipendio. Lo farà anche ai suoi collaboratori. Simone sa bene che gli applausi li deve dividere con il suo staff, una grande famiglia biancoceleste. Era forse proprio quello di cui c’era bisogno dopo anni di litigi e divisioni: CONTINUA A LEGGERE

Cittaceleste.it

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