L’arma segreta della Lazio? Non è Felipe Anderson, ma la maglia storica

L’arma segreta della Lazio? Non è Felipe Anderson, ma la maglia storica

ROMA – E se l’implacabile onda verde della Lazio dipendesse dalla maglia? E’ solo un caso che tutto abbia iniziato a girare a ritmi vorticosi da quando la squadra – a partire dal girone di ritorno, il 24 gennaio – è tornata a indossare la divisa-bandiera con l’aquila stilizzata sul…

ROMA – E se l’implacabile onda verde della Lazio dipendesse dalla maglia? E’ solo un caso che tutto abbia iniziato a girare a ritmi vorticosi da quando la squadra – a partire dal girone di ritorno, il 24 gennaio – è tornata a indossare la divisa-bandiera con l’aquila stilizzata sul petto? A pensarlo davvero si rischia un Tso ma chi nel calcio ragiona soltanto per numeri, schemi e statistiche, non solo a settembre non avrebbe mai potuto pronosticare questa Lazio formato Champions; ma soprattutto non fa i conti con quel fattore X, che è il fascino e la suggestione che questo sport suscita in tutto il mondo. Una dimensione cinematografica, affettiva, che appartiene in particolare ai tifosi biancocelesti, abituati storicamente a crolli vertiginosi e a risalite impronosticabili. Del resto, per un campionato che ha già superato ogni più rosea aspettativa, si può anche fantasticare su qualche aspetto meno tecnico e più emotivo: l’effetto taumaturgico che la maglia della stagione 1986-87, la più amata e la più sudata, ha avuto sul secondo tempo della pellicola che stanno scrivendo gli uomini di Pioli.

IL FATTORE AQUILA — In realtà il rush finale è inaspettato solo per chi non conosce il dna di questa squadra. Neanche i tifosi ci credevano: la campagna abbonamenti estiva della Lazio ha segnato il record negativo, con appena 8.000 tessere staccate al 19 settembre; la curva Nord era in sciopero per una campagna acquisti all’insegna del parametro zero e considerata ridicola, da metà classifica. E in effetti, con le “premature scomparse” di Gentiletti e Djordjevic, la squadra è in massima parte quella della stagione 2013-14: il mercato ha riguardato qualche innesto in difesa per sopperire alla partenza delle colonne Biava e Dias; più Parolo a centrocampo. Gli altri c’erano già. La stessa dirigenza poneva come obiettivo massimo l’Europa League e la vittoria nei derby. Ora si ritrova con una rosa rivalutata, in finale di Coppa Italia, a 1 punto dal secondo posto e a 2 da un incredibile sorpasso sui cugini giallorossi, che a Roma vale quasi quanto uno scudetto. Basta il colpo di scena Felipe Anderson a spiegare tutto?

 

UN FILM LUNGO UN SECOLO E sì che la storia della Lazio è costellata di episodi da saga da grande schermo, che dovevano fungere da avvisaglia. Senza arrivare a scomodare il “mitologico” Silvio Piola, basti l’epopea Lenzini e la vertigine dello scudetto del ’74, conquistato da una squadra che due stagioni prima era in B; con un capitano, Pino Wilson, che secondo la Juve non aveva più nulla da dire. Quindi l’immediato tracollo tra i cadetti, il lungo periodo buio segnato dalla giustizia sportiva. Il ritorno dagli Usa di Chinaglia; Toni Malco che scrive “Quando Giorgio tornerà” e di nuovo – come in un film – le difficoltà economiche, la delusione di una città scopertasi tradita, il sudore di mister Fascetti e lo spettro della Serie C evitata agli spareggi. Il purgatorio della gestione Calleri, la medicina Zoff; poi il boom della gestione Cragnotti, il “dream team” di Eriksson, la consacrazione di un ritrovato primato cittadino. Ma, ancora una volta, il brusco risveglio dietro l’angolo: a uno dei punti più alti della storia biancoceleste, torna a seguire il fatale tracollo. Il crac insieme di un club e di un’intera azienda alimentare, l’incubo della scomparsa; fino all’avvento dell’era Lotito. 

CORSI E RICORSI — E, accanto ai fatti, i protagonisti: il richiamo di Maestrelli, che dall’ospedale torna in panchina nonostante il cancro; il dramma di Re Cecconi, ucciso per errore da un amico. La parata di bandiere che, con le alterne vicende personali, hanno appassionato loro malgrado anche le cronache extracalcistiche: Chinaglia, Giordano, Di Canio, Gascoigne, Signori, Mauri. Eroi tormentati di una pellicola che passa continuamente dal brillante al drammatico. Personaggi a tutto tondo, a volte estremi; ma, comunque, irrimediabilmente amati. Cadute clamorose e rilanci altrettanto miracolosi. Anche in tempi più recenti: l’exploit Petkovic, la PetkoLazio del tecnico delle meraviglie; e l’esonero in malo modo la stagione successiva. Se l’anno prossimo la fiammata Pioli dovesse improvvisamente ridursi a un fuoco fatuo, per i laziali sarebbe solo l’ennesimo giro sulle montagne russe. Quello che sta accadendo in questi mesi, per i fan biancocelesti, è uno di quei sogni per cui è bello essere tifosi, e che si vuole vedere come va a finire. Allora, se Cinecittà ogni tanto fa visita a Formello e il calcio riserva ancora qualcosa di parzialmente “inspiegabile”, perché non cedere all’alchimia e credere che alla scalata abbia contribuito anche la responsabilità di portare la maglia del -9 e del leggendario gol di Giuliano Fiorini, nei minuti finali del match col Vicenza. Le imprese non sono una novità in casa Lazio e quella non è una maglia: è un costume della Marvel, e chi lo indossa entra in una storia.(Gazzetta.it)

Cittaceleste.it

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