La Lazio più italiana? Significa Champions!

La Lazio più italiana? Significa Champions!

ROMA – Peruzzi in porta. Oddo sulla fascia destra. Siviglia e Cribari (oppure Stendardo) al centro della difesa. Zauri terzino sinistro. E poi Ledesma playmaker, affiancato da Mudingayi e Mutarelli sulla linea mediana. Mauri trequartista dietro alla coppia formata da Rocchi e Pandev. Sette-otto italiani nella formazione tipo. Stagione 2006-07,…

ROMA – Peruzzi in porta. Oddo sulla fascia destra. Siviglia e Cribari (oppure Stendardo) al centro della difesa. Zauri terzino sinistro. E poi Ledesma playmaker, affiancato da Mudingayi e Mutarelli sulla linea mediana. Mauri trequartista dietro alla coppia formata da Rocchi e Pandev. Sette-otto italiani nella formazione tipo. Stagione 2006-07, campionato post-calciopoli, tre punti di penalizzazione, il maestro Delio Rossi in panchina e Lazio al terzo posto, miglior piazzamento nella decennale gestione Lotito, prima e unica (sinora) qualificazione ai preliminari di Champions. Il precedente potrebbe essere di buon auspicio per Pioli, a cui servirà un’impresa per raggiungere e scavalcare il Napoli nella corsa al podio. Un dato è sicuro e deve essere sottolineato, perché neppure può essere considerato un caso. Nella Lazio che domenica scorsa all’Olimpico ha ribaltato il risultato con il Palermo giocavano cinque italiani dal primo minuto. Marchetti tra i pali e il quadrilatero Cataldi-Parolo-Candreva-Mauri tra centrocampo e attacco. Non succedeva da qualche anno di vedere tanti italiani nella Lazio, che ha amato e preferito negli ultimi anni investire soprattutto all’estero. Forse si compra meglio, è vero. Possono essere affari in termini economici e molto meno sotto forma di rendimento, senso di appartenenza, attaccamento alla maglia. Fateci caso, tra le due formazioni di Rossi e Pioli ci sono soltanto due elementi di collegamento. E si tratta di due leader del gruppo come Mauri e Ledesma, italiano di passaporto, di matrimonio e di nazionalità calcistica. Ancora oggi sono considerati dei punti di riferimenti in campo. Affidabilità, risultati, continuità, centinaia di presenze. Una garanzia.

 

 

Identità. Gli stranieri possono diventare star e aiutarti a vincere, oppure a guadagnare più soldi quando vengono rivenduti. E’ difficile, però, che non scambino Formello per un trampolino di lancio verso altri club. Se vuoi aprire un ciclo e durare nel tempo, devi avere uno zoccolo duro, un bel gruppo di giocatori importanti intorno a cui costruire il resto. Lo racconta la storia recente della Juventus che si fonda su Buffon e Pirlo, su Chiellini e Bonucci, su Marchisio come in passato è stata di Barzagli e Pepe. Ha un’anima giallorossa la Roma di Totti, De Rossi, Florenzi a cui si sono aggiunti da protagonisti nella stagione passata De Sanctis e Balzaretti. Non può esserci futuro senza un’identità precisa. E in fondo gli ultimi anni della Lazio lo dimostrano. Da Siviglia a Biava, da Brocchi a Rocchi, senza trascurare Simone Inzaghi, oggi allenatore della Primavera: è abbastanza semplice ritrovare quei nomi che sono stati colonne per tante stagioni di fila. Eppure c’è chi ancora rimpiange Hernanes, una comparsa all’Inter e riserva nel peggior Brasile della storia. Voleva andare via. Con quei venti milioni, Lotito ha ricostruito la Lazio. Tra tante, basta ricordare due operazioni in chiave italiana: il riscatto di Candreva e l’acquisto di Parolo, guarda caso diventato in fretta protagonista. Servivano giocatori pronti e già rodati nel nostro campionato per rifondare, questa era la linea della primavera scorsa. Fuori da Formello, tutti facevano finta di non ascoltare le rassicurazioni di Reja sulla costruzione di una squadra con basi solide. E’ stato un peccato, qualche anno fa, aver perso De Silvestri, qualche anno fa, ma ora sta sbocciando Danilo Cataldi, il capitan futuro di Formello, a cui era stato disegnato un percorso preciso. Il ds Tare sta lavorando da tempo sulla Primavera. Presto ne arriveranno altri nati a Roma e dintorni. (Corriere dello Sport)

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