L’ANGOLO DEL TIFOSO- La Lazio e quella dannata paura di volare

L’ANGOLO DEL TIFOSO- La Lazio e quella dannata paura di volare

Racconto malinconico di una Lazio che fu..

ROMA- Vi ricordate gli anni d’oro della Lazio? Quando i campioni più ambiti d’Europa solcavano il prato dell’Olimpico, quando il coro che si alzava dalla Nord rimbombava nella gloriosa storia di Roma? Io no. Non mi ricordo nulla di tutto questo, ero solo un bambino, ma ho udito racconti, storie, miti di un’età dell’oro laziale che si è ormai trasformata in cenere, irrecuperabile e rimpianta. Mi hanno raccontato di una Lazio spavalda che andava a vincere la Coppa Uefa a Birmingham, di quando lo United di Ferguson si inchinava alla superiorità capitolina, di quando eravamo temuti e rispettati per lignaggio e tradizione. Restavo incantato ad ascoltare queste storie, favole frutto di ricordi malinconici e grandiosi, di quelli che solo il calcio sa regalare. La Lazio di oggi è una realtà molto diversa da quella di quindici anni fa. La mediocrità si è impossesata della prima squadra di Roma, la consapevolezza di dover puntare all’Europa League, come traguardo stagionale, o al terzo posto, con l’aiuto di qualche Santo in paradiso, è la condanna del tifoso laziale. Una regola non scritta poi, vuole che ogni qual volta si possa puntare a qualcosa di più, ogni qualvolta si possa spiccare il volo per lidi più importanti del quinto posto le gambe si bloccano, gli avversari diventano undici Maradona e una muraglia più grande di quella cinese si erge a difesa della porta avversaria. La maledizione del tifoso laziale: la mediocrità, la paura di volare, la paura di tornare a vincere. La partita di ieri è solo l’ultimo chiaro esempio di questa condanna inappellabile. Come non ricordare un Lazio-Chievo di due anni fa? Ci si giocava il secondo posto con gli odiati rivali romanisti, battuti nell’anticipo del sabato dall’Inter, e si aveva la concreta possibilità di arrivare al derby della penultima giornata con un considerevole vantaggio. Klose sblocca la gara sul finire del primo tempo, e la partita sembra subito in discesa. I 50 mila dell’Olimpico sono in visibilio, conoscono l’importanza di quella partita, sanno che dietro il fischio finale si potrebbe nascondere l’accesso diretto alla Champions League, sanno che si potrebbe provare a tornare dove la Lazio merita di essere. Solamente che il Chievo, che non aveva assolutamente più nulla da chiedere al campionato e probabilmente stava già pensando a quale meta balneare scegliere per le proprie vacanze estive, d’un tratto si fa leone, e Paloschi segna il pari. Il terzo posto che ne deriva e la disastrosa annata seguente, con eliminazione ai preliminari di Champions, ne è solo una logica conseguenza, conseguenza dell’incapacità dei capitolini di reggere la pressione che i grandi obiettivi impongono, di soddisfare le ambizioni del proprio popolo, di onorare la propria storia. Al popolo laziale non rimane quindi che continuare a cantare il proprio coro malinconico, sperando che l’età dell’oro possa un giorno, chissà, tornare dalle parti di Formello e riportare in vita la gloria di una Lazio che fu.

Simone Cesarei

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