L’ATTESA – Alla ricerca del suo 10: Lazio, il Felipe smarrito

L’ATTESA – Alla ricerca del suo 10: Lazio, il Felipe smarrito

Felipe Anderson non è più felice, non è più spensierato, va recuperato.

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Felipe

ROMA – (di Mirko Borghesi) La corsa, verso il nulla, verso il limite del campo, lo sguardo nel vuoto di chi si è destato da un bellissimo sogno e si è ritrovato catapultato in una landa grigia e deserta. Felipe Anderson non è più felice, non è più spensierato, va recuperato. Lo scatto dei bei tempi s’intravede solo a sprazzi, il dribbling è meno fluido, le idee sono confuse. Che non avrebbe preso per mano la Lazio, lui, con quella faccia da bravo ragazzo e il carattere da soldato più che da leader, lo sapevano tutti. Prestazioni sempre più opache dal finale dello scorso anno, sino all’inizio di questa tribolata, per ora, stagione.

LA RICETTA – La tensione si avverte intorno a lui come un’aura negativa. Risente delle difficoltà dei capitolini, il buon Felipe, e sul campo non riesce a riversare le sue qualità. Ma i biancocelesti ne hanno disperatamente bisogno, per rilanciarsi, per credere che un’annata non sia già da buttare a fine settembre. La ricetta, nel profondo del cuore, la sa solo lui. Il contorno, dal Mister per finire ai tifosi, dovrà invece cercare semplicemente di preservarlo, e aspettare il più possibile. Perché non serviranno gli insulti, non servirà chiamarlo il ‘nuovo Zarate’, non servirà criticarlo aspramente senza considerare l’alibi di una formazione che non gira in nessuno degli 11 in campo. La timidezza, i suoi limiti di personalità, le retroguardie avversarie che ora vanno in raddoppio, sfruttando il fisico, per non farlo partire.

I FATTORI CONTRO – Tanti i fattori che remano contro questo brasiliano dallo stile di vita professionale e riservato. Che Lazio-Genoa possa essere la sua rinascita se lo augurano tutti. C’è un tabù da sfatare, Felipe potrebbe prendersi il palcoscenico e tornare a brillare. Li, nuovamente sotto il cielo stellato, con l’ammirazione dei compagni, si sentirebbe ‘a casa’. Riuscirebbe, forse, a metabolizzare quel ‘Ooooo’ d’attesa che la gente gli tributa a ogni tocco di palla al pari dello stupore di un bimbo pronto a far brillare i suoi occhi, e non a sommarlo ai macigni che gravitano sopra alla parola ‘responsabilità’.

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