LIBERO – “Imperatore Claudio”

LIBERO – “Imperatore Claudio”

ROMA – C’era una volta una squadra con 500 e passa milioni di euro di debiti: la Lazio. Era il 2004 e viveva in uno stato di coma apparente. Anzi, Lotito lo definì «irreversibile ». Lo stesso Lotito grazie alla famosa «spalma-debiti» trasformò il malato terminale prima in una specie…

ROMA – C’era una volta una squadra con 500 e passa milioni di euro di debiti: la Lazio. Era il 2004 e viveva in uno stato di coma apparente. Anzi, Lotito lo definì «irreversibile ». Lo stesso Lotito grazie alla famosa «spalma-debiti» trasformò il malato terminale prima in una specie di vecchietto arzillo, poi in un signore dimezza età parecchio ringalluzzito. Oggi, undicianni dopo, la Lazio pare tanto la reincarnazione di Chuck Norris, il tizio con la barbetta che se tieni alla salute è meglio se stai dalla sua parte. Otto vittorie di fila, la finale di Coppa Italia conquistata, quella di Supercoppa da disputare conla Juve in Cina l’8 agosto, il terzo posto in campionato con tanta voglia di azzardare il sorpasso ai cugini, una serie di giovani acquistati «a X» che ora valgono «X al quadrato » (vedi Keita e Anderson), frizzi e lazzi. E poi: più di 2mila tifosi la scorsa notte a Formello per salutare gli eroi di Napoli (alle 2 del mattino), un tecnico – Pioli – voluto dallo stesso Lotito dopo l’esonero dal Bologna (ma lui direbbe «scelto dalla famiglia Lazio») e selezionato in un lotto che comprendeva Simone Inzaghi (fratello di…), Max Allegri (sì, lui) e Donadoni. Praticamente un trionfo. Anzi, «il» trionfo di Lotito, ovvero il presidente delle frasi in latino, quello che «Lotirchio caccia li sordi», il patron che va in giro con la scorta perché «con gli ultrà non si tratta. Ascoltiamo le loro critiche ma sempre nel rispetto dei ruoli».

 

 

L’Olimpico era deserto, la gente non si abbonava per dispetto, ora i tifosi accorrono in massa e anche se non urlano «Grazie Claudio» probabilmente lo pensano. Èil trionfo del club a «conduzione familiare», così direbbe il presidente, quello di Tare che un giorno entra in sede e dice «Voglio il rinnovo del contratto da giocatore ». E Lotito: «No,per te ho altri piani ». L’albanese accetta senza essere troppo convinto e dal 2008 non sbaglia praticamente un colpo (in entrata, ma soprattutto in uscita). In organigramma poche persone fidate,una catena di comando cortissima, gente che guadagna poco, qualcuno addirittura nulla, uomini che si abbracciano nella gioia e nel dolore: la gioia per la vittoria contro il Napoli (e i giocatori che cantano l’inno sul prato del San Paolo), il dolore per la scomparsa di un parente (la mamma del fisioterapista Romano Papola, con la squadra che scende in campo con il lutto al braccio e lo stesso Papola che a fine gara chiama Lotito per dirgli «grazie, lei mi ha fatto sentire a casa mia, sono commosso»). È il trionfo di una filosofia, quella del binomio Lotito-Tare e dei giocatori acquistati non perché sono forti, o comunque non solo: i tesserati – parola dello stesso Lotito – «devono concentrare tre caratteristiche: la potenzialità fisica, le qualità morali, la compatibilità economica». Tradotto: ora, labora e guadagna il giusto. Così l’ex «malato in coma irreversibile» è tornato a respirare, talmente bene che in casodiqualifcazione allaChampions arriveranno premiper tutti e non perché «pretesi dal gruppo», semmai per l’esatto contrario. Stiamo esagerando? Sembra il «Libro Cuore»? Forse, ma è dato di fatto che quest’anno la Lazio abbia scelto anche la via della «non protesta» nei confronti degli arbitri (qualche borbottio di Pioli dopo Lazio-Genoae nulla più) e del fairplay come regola. Mica male per la squadra del patron «cattivo», quello massacrato un paio dimesi fa per una telefonata che davvero doveva evitare ma che «tradotta» diceva la verità: il calcio italiano deve cambiare, subito, altrimenti è fottuto. (Libero)

Cittaceleste.it

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