Marco Parolo, il robot della Lazio

Marco Parolo, il robot della Lazio

ROMA – Sempre in campo. Mai sostituito, mai in panchina, mai in tribuna, mai a casa. Sempre presente, Marco Parolo. Dieci partite di campionato, 90 minuti per gara, tira la carretta dall’inizio della stagione. Sì, dall’inizio. Pioli non fa a meno di lui, l’ha schierato in Coppa Italia, nel match…

ROMA – Sempre in campo. Mai sostituito, mai in panchina, mai in tribuna, mai a casa. Sempre presente, Marco Parolo. Dieci partite di campionato, 90 minuti per gara, tira la carretta dall’inizio della stagione. Sì, dall’inizio. Pioli non fa a meno di lui, l’ha schierato in Coppa Italia, nel match di agosto contro il Bassano, e l’ha confermato sempre e comunque. Ai 900 minuti di gioco vanno aggiunti i 90 minuti vissuti in Tim Cup. Marco Parolo, il robot, in pratica gioca da circa 1000 minuti. E non sono calcolati i recuperi, la quota crescerebbe. E non va dimenticata l’Italia, è stato convocato anche da Conte durante la prima pausa stagionale, sarà convocato (quasi certamente) nelle prossime ore. E’ infaticabile, è instancabile, è l’uomo-ovunque della Lazio. In pochi, in campionato, hanno le sue medie, hanno fatto registrare così tante apparizioni con continuità. Parolo non è un portiere, è un centrocampista. Per i portieri una statistica del genere è comune, se ne possono trovare tanti nella graduatoria dei record, non è una novità. Marco Parolo è uno di quei giocatori che a volte non si vede, ma si sente. Fa il lavoro sporco e quello pulito, si fa trovare sotto porta, partendo dal centrocampo. Fase di possesso e di non possesso, non si tira mai indietro. Pioli ha dovuto cambiare tanti interpreti in ogni ruolo. Parolo non l’ha mai spostato, non l’ha mai sostituito, non l’ha mai fatto riposare. E’ stato cattivo? No. E’ stato obbligato a farlo perché non è facile rinunciare alle sue caratteritistiche. Marco Parolo è tra i più presenti del campionato ed è il più presente della Lazio. Nessuno ha giocato senza sosta. Non è un robot, si dice tanto per dire, avrebbe bisogno di riposo. Su di lui pende la diffida, il prossimo giallo sarà fatale. A Empoli dovrà evitarlo, gli farebbe saltare la Juventus (22 novembre). Il riposo (forzato o meno) sarà meglio “programmarlo” tra qualche tempo.

I gol.
Marco Parolo c’è perché il suo apporto non è limitato, non è banale. In dieci giornate ha segnato due gol e ne ha sfiorati altri. Nella lista dei centrocampisti-goleador lui non manca mai, ne ha fatto parte in tutte le squadre in cui ha militato. La sua specialità calcistica è facilmente rintracciabile, l’ha svelata lui in una intervista del passato: «Tirare in porta» . E’ figlio della gavetta, ecco perché sopporta le fatiche. E’ partito da lontano, ecco perché è arrivato in alto, in serie A. Como, Pistoiese, Foligno, Verona, Cesena, Parma, è questo il suo curriculum, alla voce “squadre” ha aggiunto la Lazio. Il signor Parolo nel 2009 era in Lega Pro, in meno di due anni ha esordito in Nazionale e nel 2014 s’è regalato il Mondiale. Lo ripete sempre, il suo idolo ha un nome e un cognome, si chiama Steven Gerrard. Si sono incrociati in Inghilterra-Italia (1-2), nel match di esordio degli azzurri in Brasile. Il vizietto del gol è una delle caratteritiche che può vantare anche l’inglese: «Cerca sempre la porta e l’inserimento ed è sempre nel vivo del gioco», ripete il centrocampista biancoceleste quando parla di Gerrard. Marco Parolo è prezioso perché gioca e non fiata, corre e suda, non si ferma mai, guarda in faccia avversari, pericoli, ostacoli. Marco Parolo è d’oro perché è un ragazzo acqua e sapone, gentile, disponibile, altruista. Ha giocato il suo primo Mondiale, sogna la sua prima Champions. L’Europa League l’aveva sfiorata nei mesi scorsi, ma il Parma fu estromesso per i fatti noti. L’Europa League vuole conquistarla con la Lazio, vuole aggiungerla alla sua collezione di presenze.

Il profilo.
E’ un tipo diverso, Marco Parolo. Si interessa di economia, gli piace cucinare, da bambino il suo primo ruolo fu «il libero perché non lo faceva nessuno». Sa cosa vuole in futuro, non sa cosa farà da grande. Allenatore? Direttore sportivo? Nessuno può dirlo: «Se resterò o meno nel calcio lo vedremo più avanti. Mi piacerebbe girare il mondo…», ha annunciato di recente. Prima di girare il mondo si sta facendo il giro di tutti i campi, di tutti gli stadi d’Italia.

 (Corriere dello Sport)

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