CHOC: “Così Schettino ci portò sugli scogli”

CHOC: “Così Schettino ci portò sugli scogli”

Esattamente due anni fa, alle 9 e 42 minuti della sera, la Costa Concordia naufragava sullo scoglio delle Scole davanti all’isola del Giglio. Aveva cambiato rotta per «l’inchino», ovvero il saluto, l’omaggio, agli isolani e in particolar modo ai familiari del capo maître Antonello Tievoli. Nulla sarà mai più come…

Esattamente due anni fa, alle 9 e 42 minuti della sera, la Costa Concordia naufragava sullo scoglio delle Scole davanti all’isola del Giglio. Aveva cambiato rotta per «l’inchino», ovvero il saluto, l’omaggio, agli isolani e in particolar modo ai familiari del capo maître Antonello Tievoli.  

 

Nulla sarà mai più come prima. Né per i parenti e gli amici delle 32 vittime (una è ancora in fondo al mare), né per le altre 4197 persone a bordo, né tanto meno per la compagnia di navigazione e per l’immagine del nostro Paese. Quel «Maronna c’aggio cumbinato» del comandante Francesco Schettino e quel «Salga a bordo c…» del capitano Gregorio De Falco riecheggiano ormai nella memoria collettiva. Oltre che nel Teatro moderno di Grosseto, trasformato in aula di giustizia per ospitare un processo gigantesco, con 700 testimoni e 250 parti civili con rispettivi a avvocati. 

 

Unico imputato rimasto è lui, il comandante Schettino, 53 anni. La sentenza è prevista per fine anno, mentre altri quattro ufficiali e il manager Costa Roberto Ferrarini hanno patteggiato pene tra 1 anno e 6 mesi e 2 anni e 10 mesi. Ma il 31 gennaio prossimo la Cassazione dovrà esprimersi sul ricorso presentato dalla procura generale di Firenze che ha ritenuto i loro patteggiamenti «eccessivamente miti». 

Intanto l’unico imputato è Schettino, accusato di omicidio colposo plurimo, lesioni colpose, disastro colposo, abbandono di incapace e mancate comunicazioni alle autorità. Dai racconti dei testimoni finora interrogati emerge, fotogramma per fotogramma, cosa avvenne quella notte. A partire dall’inchino. L’ex comandante di Costa, ora in pensione, Mario Palombo, lo scorso settembre, ha rievocato la telefonata avuta con Schettino dal ponte di comando della Concordia: «Gli dissi chiaro e tondo “stai largo da Giglio”. Gli dissi che non c’era motivo di fare il passaggio al Giglio, era inverno e sull’isola non c’era nessuno». 

 

Sappiamo che non andò così. L’inchino, del resto, era stato annunciato su Facebook, alle 21.08, da Patrizia Tievoli, sorella di Antonello capo maître della nave. E lui stesso, di fronte al presidente della Corte Giovanni Pulliati, descrive l’impatto: «Vedemmo la poppa sobbalzare sugli scogli, non avvertimmo la vibrazione ma iniziarono a suonare gli allarmi. Era una notte buia e senza luna e non si vedeva nulla». 

Tensione alle stelle, attimi di panico. Il primo ufficiale Ciro Ambrosio (ha patteggiato 1 anno e 11 mesi): «Il comandante voleva sempre silenzio in plancia, quella sera invece tutti chiacchieravano o parlavano al telefonino. E anche il comandante era distratto. Mi ero accorto che la nave andava troppo veloce, ma è il comandante che comanda. Io non potevo aprire un conflitto con lui. Non volevo certo ammutinarmi». 

 

La sorpresa dello schianto viene ribadita dal maître Ciro Onorato (fratello di Gianni, ex direttore generale di Costa crociere): «Io e l’hotel director Giampedroni eravamo vicini, sull’aletta sinistra, per vedere la navigazione, e lui a un certo punto mi dice “Questo qui ci porta a sbattere sugli scogli”». 

 

Quel che avviene poi lo tratteggia il primo ufficiale di coperta Giovanni Iaccarino: «L’allarme della falla non è stato dato». Al momento dell’urto Iaccarino era a riposo con l’ufficiale cartografo Canessa: «Eravamo in cabina e giocavamo alla playstation mentre avvertimmo una sbandata della nave a dritta, poi a sinistra. Caddero materiali, la sensazione era di aver preso una secca o di aver fatto una collisione». Iaccarino, tuttavia, ha per il suo comandante anche parole positive: «Lo vidi con altri ufficiali aiutare i passeggeri». 

 

Il pool di magistrati guidati dal procuratore Francesco Verusio (Stefano Pizza, Alessandro Leopizzi e Maria Navarro) interrogano a turno i vari testimoni. Anche con l’ausilio di audio. Come avviene per Gregorio De Falco, responsabile della sala operativa della Capitaneria di Livorno.  

 

Si sentono le registrazioni con i suoi inviti a Schettino – alle 00.28, alle 00.42 e all’1.46 di quella notte – di risalire sulla nave ma lui non vuole.  

 

E che dire della manovra che secondo il comandante avrebbe impedito alla nave di affondare, inchiodandola di fatto allo scoglio? Secondo il responsabile dei periti del tribunale, l’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, non «c’è stata alcuna manovra di salvataggio. Dopo lo schianto sugli scogli del Giglio i timoni rimasero sempre a dritta: fermi e non più utilizzabili». Quanto alla pompa che non funzionò perché si era rotto il generatore, Cavo Dragone ha stimato che in teoria, «se questa unica pompa avesse funzionato, sarebbero servite tra 5500 e 6000 ore per evacuare i comparti allagati». 

 

L’unica, finora, a difendere a spada tratta Schettino è Domnica Cemortan, la ballerina moldava di 26 anni che ha trasformato il suo interrogatorio in uno show stile «Love boat». «Ho visto il comandante aiutare e salvare molti passeggeri» ripete, ma il suo racconto potrebbe essere vanificato in virtù del legame sentimentale. «Sì, siamo stati amanti» ammette dopo un tira e molla di 20 minuti in cui non vuole rispondere alla domanda. E ancora: «No, nessuno mi aveva chiesto il biglietto: non te lo chiedono mai quando sei l’amante di qualcuno». (Lastampa.it)

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