Balotelli negro, Gattuso terrone e ogni tanto persino una bestemmia

Balotelli negro, Gattuso terrone e ogni tanto persino una bestemmia

Se prende piede una moda cretina, il campionato italiano la fa sua a tempo di record e non la molla più: gli schiaffi in testa a chi segna un gol (sempre più forti, se avete notato), non esultare quando si segna a una propria ex-squadra, scansare i compagni che vengono…

Se prende piede una moda cretina, il campionato italiano la fa sua a tempo di record e non la molla più: gli schiaffi in testa a chi segna un gol (sempre più forti, se avete notato), non esultare quando si segna a una propria ex-squadra, scansare i compagni che vengono ad abbracciarti per andare dove vuoi e da chi vuoi, creare mischie da rugby in area sui corner, per non parlare della moviola nata 40 anni fa e utilizzata per corroborare tesi di complotti, congiure, tarocchi. Creste e tatoo imperversano numericamente nella nostra serie A (e B e più giù) come in nessun altro campionato al mondo. L’unico in cui si discuta degli arbitri sin dalla loro designazione, si discuta (da decenni) dell’opportunità di renderli professionisti, della Juventus che da un secolo pilota la distribuzione degli scudetti, Moggi o non Moggi. In qualsiasi altra partita a carte, restare seduti imperterriti per 100 anni al tavolo con un baro che te la fa sotto al naso sarebbe da idioti: o gli spari, o lo denunci, o ti alzi e te ne vai. Nella serie A invece tutti restano seduti a giocare col baro del quale si lamentano di tanto in tanto senza fare nulla, senza provare nulla.

Con queste premesse non è difficile capire come questo rimanga l’unico Paese in cui al Porto Franco di uno stadio, nel 2014, sia ancora consentito sparare petardi, esporre striscioni, liberare fumogeni, fermare un derby se un capo tifoso va in campo a fermarlo appunto, non fare uno scambio di mercato se la Curva non è d’accordo. Si tratta di pessime abitudini consolidate che costituiscono capisaldi della nostra sottocultura sportiva, per cui se il tuo centravanti sbaglia un gol solo davanti alla porta è sfiga, se l’arbitro non vede un fallo da rigore è corrotto. O juventino. Molto più difficile invece è capire la classifica dei delitti e delle pene in campo e fuori, tema caro e irrisolto sin dai tempi di Cesare Beccaria che ne parlò per primo già nel 1764 anche se non a proposito del gioco del calcio. Cerchiamo di ricostruirla questa classifica: se pensi con largo anticipo, scrivi a spray a casa tua su un lenzuolo e poi esponi allo stadio la tua gioia per l’aereo del Grande Torino schiantato a Superga, commetti un delitto premeditato. Punizione: 25.000 euro di multa. Se tu canti negro o terrone o polentone o ciccione (per sgombrare il campo da equivoci ci mettiamo dentro anche noi) a un negro o a un terrone o a un polentone o a un ciccione, chiudono la Curva una giornata per discriminazione etnica – qualcuno ci dimostri che i ciccioni non sono un’etnia – e poi revocano la squalifica. Ma se tu sei un calciatore in piena trance agonistica e mandi affanculo l’arbitro, prendi 4 giornate. Quindi quel cornuto corrotto vale più dei morti di Superga e delle vittime del razzismo da arena. Molto di più, infinitamente di più. Allora perché state a piagnucolare contro gli arbitri, voi dirigenti allenatori giocatori tifosi giornalisti-tifosi, dopo una partita non vinta? Teneteveli e non rompete le balle: rimanete seduti al tavolo con loro appecorati e continuate a giocare in silenzio, non volete la tecnologia perché si rischierebbe di scoprire che le cazzate le fate prima (e molte di più) voi degli arbitri, quindi state zitti e andate avanti muti, senza fomentare altre invasioni, altri fumogeni, altri petardi e altri striscioni.

Piccolo strappo alla regola secondo cui nessun giornalista dovrebbe scrivere o parlare in prima persona: faccio coming out e confesso una volta per tutte che sono un credente convinto e praticante, ma qualche volta bestemmio. Ditemi voi se Dio pensi davvero che sia vietato bestemmiare in situazioni di forte dolore o grave disappunto: “Non nominare il nome di Dio invano” immagino si riferisca a non commettere azioni malvagie in nome di Dio, tipo la santa inquisizione, la pedofilia, gli inciuci del Vaticano. Se uno tira in ballo la Madonna per gravi affari suoi, se la vedrà lui con la Madonna. E basta. Se va in giro ad ammazzare rubare o stuprare in nome di Dio, il problema mi sembra francamente un po’ più serio.   

 

 

Dunque confesso una volta per tutte che allo stadio o davanti alla tv mi è capitato di gridare (o il più delle volte pensare) “Balotelli negro di merda” quando ha sbagliato un gol solo davanti alla porta, “Gattuso terrone maledetto” quando si è fatto espellere in un derby, “Vaffanculo fotomodello” quando Costacurta – del quale sono persino testimone di nozze – sbagliava un intervento (una volta ogni due mesi gli capitava). Ogni tanto dico anche “brutto frocio” a un avversario che sale violentemente addosso a un giocatore della mia squadra. Eppure in tutta onestà quando penso che vado al mare e faccio la lampada per scurirmi la pelle, quando rivelo che sessualmente le nere mi fanno impazzire, quando penso che la mia famiglia è di Roma per parte di padre e di Trani (Bari) per parte di madre, quando penso che uno dei miei migliori amici (Leopoldo di Taormina) è gay, il Papa mi perdoni ma non avverto alcun senso di colpa nell’insultare per un raptus un negro o un terrone o un frocio perché in realtà li considero semplicemente tutti ciccioni come me. La persona con la quale più spesso ci diamo vicendevolmente dei “ciccione del cazzo” quando discutiamo (e accade spesso) è Diego Abatantuono. Non so se mi spiego.

Invece con Costacurta ho un grosso debito, perché non sono mai stato né sarò mai un fotomodello. Al massimo ci provo con qualche fotomodella, ma vengo espulso al primo tentativo. E squalificato per sempre, dopo di che non vado in giro a lagnarmene: mi basta guardarmi allo specchio per capire. (Milannews.it)

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