E’ morto Mario Fossati, grande firma dello sport, per trent’anni a Repubblica

E’ morto Mario Fossati, grande firma dello sport, per trent’anni a Repubblica

MILANO – Anche negli ultimi giorni della sua lunga e appassionata vita Mario Fossati, morto domenica notte a 91 anni nella casa milanese del Sempione per un ictus, non ha mai smesso di pensare allo sport. Ogni mattina la tivù era sintonizzata sulle corse di ippica, mentre quel vecchio e…

MILANO – Anche negli ultimi giorni della sua lunga e appassionata vita Mario Fossati, morto domenica notte a 91 anni nella casa milanese del Sempione per un ictus, non ha mai smesso di pensare allo sport. Ogni mattina la tivù era sintonizzata sulle corse di ippica, mentre quel vecchio e esile signore dai limpidi occhi azzurri, vestito di tutto punto con la cravatta sotto il gilet anche se ormai non usciva quasi più, si sedeva in poltrona a leggere i quotidiani, che pretendeva di trovare sul tavolo. E guai se nella mazzetta mancavano “La Gazzetta dello Sport” e “L’Unità”, essendo Mario un comunista ortodosso, che non si era arreso al tramonto del Pci e alla metamorfosi del giornale di partito. Ma soprattutto non si arrendeva ancora, lui figlio di sindacalista cattolico e bambino assai povero, alle disuguaglianze sociali. In salotto, lanciando uno sguardo al quadro del celebre zio pittore, il fondatore del “Novecento” Anselmo Bucci che lo ritrasse quattrenne in posa in un bosco della Brianza assieme ai genitori e ai fratelli, scuoteva la testa, pensando che le cose del mondo, rispetto ai tempi della sua infanzia, non erano poi granché cambiate. “La povertà è stupida: non serve a niente”.

Invece serviva e serve moltissimo ai poveri lo sport, che Fossati raccontò fin dagli albori della sua precoce carriera di formidabile e rigoroso cronista: lo sport che aiutò l’Italia a rialzarsi dalla guerra. Per raccontarlo, sosteneva, non c’era bisogno di romanzare nulla, 

 

perché l’epica era già insita nelle storie di quei personaggi, usciti dalla polvere nel senso autentico della parola. A loro Fossati si sentiva particolarmente affine: era cresciuto con le stesse difficoltà, in una Brianza avvolta nella dignitosa miseria del tempo e con l’aggravante dell’antifascismo di papà Luigi. Lo sport fu subito il modo per evadere da quella realtà: all’ippodromo di Mirabello nutrendo i purosangue grazie al compagno di scuola figlio di uno stalliere o attraverso un buco nella rete dell’autodromo di Monza, dove i piloti provavano il motore, oppure ancora all’Arena, a vedere le partite dell’Ambrosiana e le corse del grande mezzofondista Beccali e del giovanissimo Ottavio Missoni, futuro amico per la vita.  

La guerra interruppe i sogni nel modo più atroce: per uno schiaffo a un professore del liceo Fossati fu chiamato alle armi e partì per la campagna di Russia. Ne tornò, miracolosamente superstite quando i suoi stessi genitori lo credevano morto, con la certezza di doversi conquistare, attraverso la fatica e il rigore, tutto ciò che il destino aveva negato ai suoi compagni dell’osteria Robbiati di Monza, uccisi dal gelo nella sacca del Don. 

Mario diventò giornalista sportivo per la casualità che presiede alle grandi carriere: “Mi presero alla Gazzetta come collaboratore, perché abitavo vicino a Magni, il terzo uomo del duello tra Coppi e Bartali”. Quello strano battesimo al ciclismo segnò l’inizio di un connubio fondamentale. Fossati alla Gazzetta conobbe Brera e si legò subito a lui con una fraterna e sincera amicizia, condividendone anche il duro periodo di ostracismo. Poi Brera, quando diventò direttore, ebbe l’intuizione di inviare Mario al seguito di Coppi nel ’51, durante la stagione invernale nei velodromi europei. Ne nacque il più competente esperto di ciclismo, dallo stile volutamente scarno, tecnico e sempre documentatissimo, che non gli impediva certo di cogliere l’umanità dei personaggi di cui scriveva, grazie a una sintonia immediata e a una sensibilità di molto superiore alla media. 

Con simile percorso di lusso non fu strano che il neonato Giorno, il quotidiano di Cino del Duca e poi di Enrico Mattei che aveva l’ambizione di ingaggiare i migliori giornalisti italiani, mettesse gli occhi su Fossati. L’ingresso in quella celebre redazione sportiva, diretta da Brera, avvenne nel ’56 e regalò al giornalismo pezzi davvero memorabili: di ciclismo ma anche di ippica, pugilato alpinismo e calcio, sport nel quale Mario aveva il pregio dell’amicizia personale con alcuni tra i massimi protagonisti, come Peppino Meazza, e di un approccio tecnico, privo di preconcetti. Quella fertile stagione non si interruppe col pensionamento volontario, nel 1977 (“girava voce che altrimenti avremmo perso la liquidazione”): l’ormai decano continuò a raccontare lo sport  –  e il ciclismo in particolare  –  da collaboratore illustre del Giorno. Fu Mario Sconcerti, allora capo della redazione sportiva, a volerlo nell’82 a Repubblica, ancora accanto a Brera, proprio per la capacità di raccontare le storie dello sport con la misura, l’approfondimento e i riferimenti sociali garantiti da una maturità di scrittura e da una padronanza della materia senza eguali. Il riuscitissimo innesto in un giornale votato di per sé a questo tipo di approccio fruttò pezzi degni di un’antologia. 

Fossati, libero dal vincolo della cronaca ma refrattario agli svolazzi fini a se stessi, scrisse articoli più utili di certa dotta saggistica per capire, attraverso lo sport, la storia dell’Italia contemporanea. Smise di occuparsi dell’amato ciclismo con la stagione del doping, che molto lo amareggiò, anche se invitò sempre a non condannare sommariamente quegli eroi al contrario. “Sono a modo loro dei poveri, travolti dal calendario e dall’ansia del recordismo. La verità è che io sono troppo vecchio per continuare. E poi Gianni non c’è più”. La morte di Brera lo abbattè moltissimo. Ma vecchio Fossati non era per nulla e con entusiasmo non smise mai di scrivere, stavolta per le pagine milanesi, la rubrica di ippica. Anche in questo caso gli esiti furono formidabili. E le intermittenti digressioni storiche sulle pagine nazionali consegnarono altre perle, sul pugile Loi e sull’immancabile Coppi, del quale custodiva memorie senza confronti e l’unico libro scritto occasionalmente nel ’77, per celebrare il Tour del 1952.  

 

L’assenza di bibliografia  – rifiutava di scrivere libri per modestia, non sentendosi all’altezza del compito – resta un notevole rammarico nell’analisi della carriera fossatiana. In compenso combatteva battaglie civili e alcune le vinse, come quella per la difesa dell’ippodromo di San Siro dalla speculazione edilizia: l’ecologia era l’altro suo cavallo di battaglia. A proposito di cavalli, non smetteva di parlarne, se lo andavi a trovare nella sua casa del Sempione, dove la moglie Cornelia, compagna dei tempi di scuola sposata nel ’66, lo rimbrottava per le sue lunghe tirate contro il giornalismo cialtronesco e incline alla lacrima facile o al dileggio immotivato. “Sei un brontolone, non ti va mai bene niente”. Ma aveva spessissimo ragione. Personalmente  –  l’aneddoto vale a raccontare l’uomo  –  ricordo il giorno in cui tutta la redazione si complimentava con me per un articolo che voleva essere commovente. “Il pezzo fa schifo”, mi disse Mario lapidario e mi spiegò pazientemente il perché. Aveva ragione, ovviamente. Cornelia se n’è andata l’anno scorso, poco dopo il novantesimo compleanno di Mario, e poi anche Missoni. E Mario, anche se gli occhi azzurri ti scrutavano sempre curiosi, non è stato più lo stesso: si dice sempre, in questi casi, però è proprio così. Domenica sera la tivù con le gare di ippica era spenta. La Gazzetta e L’Unità non erano ancora in edicola. Oggi si è riacceso tutto, tranne Mario Fossati. E’ un grandissimo peccato.
I funerali si svolgeranno domani, martedì 3 dicembre, alle ore 15,15, presso la parrocchia Sacro Cuore di Gesù alla Cagnola, via Bartolini 45, Milano.

Repubblica.it

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