Mazzarri si confessa: “Mio figlio non mi vuole più”

Mazzarri si confessa: “Mio figlio non mi vuole più”

MILANO – Walter Mazzarri si racconta. In un’intervista a Repubblica, il tecnico dell’Inter racconta le proprie passioni, la storia e le vicende più personali. «Ho una mania: penso sempre al calcio, in ogni momento, e mi distraggo spesso, anche quando vedo un film. Vivo ogni partita come se fosse una…

MILANO – Walter Mazzarri si racconta. In un’intervista a Repubblica, il tecnico dell’Inter racconta le proprie passioni, la storia e le vicende più personali. 
«Ho una mania: penso sempre al calcio, in ogni momento, e mi distraggo spesso, anche quando vedo un film. Vivo ogni partita come se fosse una finale di Champions, lo faccio da sempre, ed ho 530 panchine da professionista. Poi, al 90′, penso già alle interviste post-gara, sempre troppo lunghe, e a come assillare il mio vice Frustalupi con i dettagli sui prossimi avversari», racconta Mazzarri. Il tecnico livornese, poi, aggiunge: «Non voglio vantarmi, ma penso di essere un allenatore unico perché nessuno ha avuto una carriera come la mia. Ho iniziato da osservatore, poi preparatore dei portieri, preparatore atletico, viceallenatore, tecnico della Primavera e poi la prima panchina ‘vera’ partendo dalla C2 e passando per tutte le categorie professionistiche. Sono partito da sottozero e ci ho sempre messo tanta passione, facendo grandi sacrifici».  Mazzarri racconta poi la carriera da calciatore e la decisione di diventare allenatore: «Vengo da una famiglia umile, mio padre riuscì a creare una piccola azienda ma non ho mai voluto occuparmene, d’altronde a 15 anni già decisi di essere indipendente. Da calciatore ero un lupo solitario, decisi anche di iscrivermi all’università, alla Facoltà di Economia, ma poi andai a fare il militare e lasciai a otto esami dalla laurea. Poi, a 34 anni, lascio il calcio giocato e Renzo Ulivieri mi sceglie come suo collaboratore al Bologna. Sapeva delle mie capacità e io devo tutto a lui».  La svolta nella carriera da allenatore arriva grazie a Antonino Pulvirenti, attuale numero uno del Catania: «Mi scelse per l’Acireale dopo aver esonerato 15 allenatori in tre anni. Alla prima gara subii una pesante contestazione dagli ultras, con cui parlai tutta la notte e alla fine arrivammo ad un chiarimento. Lui mi disse: ‘So di aver scelto un allenatore vero’. Da lì iniziò la mia scalata: Pistoia in C1, il Livorno in B che dovrebbe fare un campionato tranquillo invece lo porto in A dopo 55 anni, con Chiellini e altri; tre anni alla Reggina, con salvezze da record, il lancio di gente come Mozart, Nakamura e Rolando Bianchi che vengono venduti con enormi plusvalenze, vado via che la Reggina ha il miglior bilancio della A; e la Samp che con me torna in Europa e in finale di Coppa Italia dopo una vita, Bellucci al record di gol, Franceschini e Sammarco bravissimi, Cassano rigenerato, Maggio che è il simbolo perché parte come riserva di Zenoni e poi segna 9 gol, arriva in nazionale… Infine il Napoli in Champions, ora l’Inter. Un passo dopo l’altro, sudandomi tutto».  Mazzarri detiene anche un record: non è mai stato esonerato in carriera. Il segreto? «Motivare i giocatori, io sono un vero martello, a inizio stagione faccio colloqui personali di mezz’ora con ciascun elemento della rosa. Bisogna convincerli a far coincidere l’interesse personale con quello della squadra». 



 

 

Tante grandi soddisfazioni, per il tecnico livornese, ma il prezzo da pagare è stato alto: «Quando iniziai ad Acireale, con il serio rischio di un esonero in tempi brevi, mio figlio Gabriele aveva 5 anni e non ce la sentimmo di fargli iniziare la scuola lontano da casa. Così, lentamente, ho tenuto mia moglie e mio figlio lontani dalla mia vita. A volte chiedo a mia moglie se sa che mestiere faccio… Ci siamo visti poco in questi 12 anni. Uno dei miei crucci è di non esserci stato negli anni più belli di Gabriele. Quando tornavo ero come un mammo, per carità, lui dormiva sempre con me, in vacanza non ci staccavamo mai. Ma ricordo certi distacchi brutti, quando allenavo a Reggio uscivo alle 5 di mattina e lui piangeva, perché non sarei tornato che due settimane dopo. Ho trascurato lui e la mamma, sono stato via tanto. Ora ha 18 anni, vado ad abbracciarlo e non mi vuole più, mi manda via. Per forza, ormai è un uomo. Ma spero che capisca, un giorno, perché il papà ha scelto questa vita». (Leggo.it)

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